Sfida nella città morta

titolo

Su questa pagina si è spesso cercato di capire o, comunque, di comprendere non solo l’evoluzione della figura femminile all’interno del western, ma anche le dinamiche relazionali tra le donne e il genere. Non si è, però, mai realmente parlato del perché il cinema dei cavalli e delle colt sia quello maschile per eccellenza. No, non bastano le sole presenze, appunto, di purosangue con le criniere al vento e di armi da fuoco con canne fumanti. Il bambino in ogni uomo gioisce di certo e l’azione legata a un senso di giustizia, la cui messa in atto prevede uomini riversi nella polvere con i pugni stretti e una macchiolina rossa al cuore, è sicuramente un elemento che alimenta transfert testosteronici, ma non basta a decifrare il rapporto, persino d’intimità, che si crea tra un uomo e il West cinematografico.

Sangue e sudore, polvere e sole, morte e whiskey. Il West è un luogo in cui quello che hai te lo devi guadagnare, te lo devi sudare, per cui devi spargere il tuo sangue o quello di un altro, e ti può essere levato con un colpo di Winchester o nel lasso di tempo che una freccia impiega a raggiungerti. È una realtà in cui ogni errore passato ti si ripresenterà, in cui ogni conto va saldato, ogni bugia viene smascherata, in cui la morte può indossare una giarrettiera, circondata dal fumo e dalle note stonate di una pianola, o ha una stella di latta al petto, e quando viene a prenderti lo fa in nome della legge. Ma, ciò nonostante, è un luogo dove la tua parola è la merce più preziosa che ci sia, dove una promessa fatta è come un contratto scritto con il sangue, dove la reputazione è tutto quello che un uomo ha ed è quello su cui si costruisce la propria esistenza. Se, come chi scrive ha sempre sostenuto, la grande differenza tra donna e uomo risiede nell’armonia con il contesto circostante che a quest’ultimo sembra difettare, l’amore maschile per il West cinematografico nasce dal fatto che la lotta diventa chi sei. La capacità di superare ostacoli e avversità è l’essenza del ritratto che verrà tramandato di te. Tu sei quello che fai e quello che dici.

In un mondo dove i piani di lettura sono infiniti, dove tutto si muove con una velocità inverosimile, è bello pensare che esiste un luogo dove la polvere copre il viso di chiunque, senza distinzioni, dove la distanza tra la tua meta e una croce sulla collina degli stivali è misurata dalle tue capacità, dove regna una selezione darwiniana ed è la natura, spesso, ad assegnare i punti. È un luogo in cui l’abbraccio di una donna, un sorso di rum, un letto per dormire o una bacinella d’acqua calda sono cose da assaporare fino in fondo, perché potrebbe essere l’ultima volta che le vedrai e vivrai. Un luogo in cui le cose hanno un senso. Perché, pur vivendo in un mondo in cui il nostro nome è virtualmente ovunque, avvolti nell’illusione, anch’essa virtuale, che tutti ci cerchino e che centinaia di persone vogliano ascoltare ciò che abbiamo da dire, molti uomini hanno la sensazione che, invece, un mondo in cui il proprio nome forse non lo conosce nessuno se non l’albero che lo trattiene nella sua corteccia, e il proprio testamento è scritto nella sabbia, è mondo in cui il tuo segno appare più duraturo. Dietro a un appassionato di western, spesso, si nasconde un velo di malinconia e un uomo che sogna che le uniche verità si celino sulle labbra della donna che è al suo fianco e nel vento che alza i lembi del suo spolverino. Semplicità e silenzio. È doveroso parlare del rapporto tra virilità e western quando ci si accinge ad affrontare il cinema di John Sturges. Il regista della virilità per eccellenza. Non tutti gli appassionati del genere considerano Sturges uno dei loro registi preferiti, ma quasi tutti devono ad almeno un suo film parte della loro forma mentis di rancheri-cinefili. Se non è Sfida all’O.K. Corral (1957) è I magnifici sette (1960) o L’ora delle pistole (1967) o Joe Kidd (1972).

John Elliott Sturges è il più importante regista americano nato artisticamente nell’immediato dopoguerra (il suo debutto avviene proprio nel 1946 con The Man Who Dared), le cui reputazione e filmografia si sorreggono su tre generi: il noir (Giorno maledetto – 1955 in primis), il film d’avventura, quasi sempre di stampo bellico (La grande fuga – 1964), e il western (L’assedio delle sette frecce– 1953). John Sturges è ancora lontano dall’essere collocato lì dove meriterebbe e la sua carriera, composta da circa quarantacinque titoli, è ancora in attesa di essere storicizzata a dovere. Sturges è stato bollato come action-director; del resto eccelleva nella realizzazione di sequenze d’azione perfettamente concepite a orologeria, incorniciate in composizioni visivamente emozionanti, ed è un ideale autore d’unione. Un ponte tra il classico e l’innovazione all’interno del genere, prima di tutto proprio per la sua concezione dell’azione. Robert Ryan, attore particolarmente sensibile e attento, intervistato nel 1955, dopo la sua partecipazione al capolavoro Giorno maledetto (Bad Day at Black Rockfece la seguente riflessione: “John è il primo regista a cui ho visto fare davvero un buon uso del CinemaScope”. Un commento particolarmente perspicace e per niente scontato, se consideriamo che questo processo era ancora ai suoi albori. Come nel caso di un altro maestro, Peckinpah, che successivamente si mostrerà in tutta sua grandezza, il cinema di Sturges si sorregge su un uso attento e consapevole del montaggio. Non a caso il regista scomparso nel 1992, ma che si era già ritirato alla fine degli anni Settanta, nasce proprio come montatore (Gunga Din – 1939 e Non desiderare la donna d’altri – 1940), negli studi della RKO, dove debutterà anche come regista. A dimostrazione della modernità di Sturges basta andare a rivedersi la lunga sequenza d’assedio al villaggio da parte dei pistoleri protagonisti de I magnifici sette. Un utilizzo non solo incredibilmente ritmico del montaggio, creato anche grazie a una rara armonia con la stupenda colonna sonora, ma realizzato anche in maniera “psicologica”, accelerando e diminuendo la velocità in base alle esigenze narrative dei singoli personaggi. Sturges, quindi, è tanto figlio del decennio che lo ha visto debuttare quanto padre di maestri futuri. Arrivati alla metà degli anni Cinquanta, il decennio che contiene numericamente gran parte dei suoi capolavori, aveva dimostrato un talento istintivo e viscerale per i nuovi formati widescreen. Sfida nella città morta (The Law and Jake Wade – 1958) è un ottimo esempio in tal senso.

Jake Wade (Robert Taylor) abbandona la banda di Clint Hollister (Richard Widmark), portandosi via il bottino che i banditi hanno sottratto a una banca nel corso di una sanguinosa rapina (non presente nel film, ma descritta più volte, e in cui veniamo a sapere che è stato ucciso un bambino, forse proprio da Wade). Trasferitosi in una piccola città del Nuovo Messico, Jake ne diventa lo sceriffo e si fidanza con Peggy Carter (Patricia Ownes), una ragazza del posto. Un giorno, avendo appreso che Clint è detenuto in una cittadina vicina ed è in attesa di essere impiccato, Jake va a liberarlo per sdebitarsi con lui, negando di avere quei soldi e chiedendogli di lasciarlo in pace, per sempre. Clint, però, determinato a riavere il bottino, rapisce Peggy e costringe Wade a condurlo nella città abbandonata, dove ha seppellito il bottino. La sceneggiatura è a firma di William Bowers (penna dietro a Romantico avventuriero, film più volte menzionato in questa rubrica) ed è tratta da un romanzo di Marvin H Albert.

Robert Taylor ripropone il suo personaggio, fiero e duro, ma prima di tutto furbo e attento, di film come L’ultima caccia Lo sperone insanguinato. A rubare la scena a tutti, però, è Richard Widmark, che ripropone qui una versione western del suo Tommu Udo, lo psicopatico sadico del suo debutto ne Il bacio della morte (1947), di Elia Kazan. A far parte della sua sinistra gang troviamo nomi del calibro di Henry SilvaRobert Middleton e De Forest KelleyThe Law and Jake Wade intreccia una tensione di stampo psicologico con una magnifica fotografia anamorfica per un western che cerca di comunicare con un spettatore più “sofisticato”; in questo senso si sente la presenza di un film di rottura come Mezzogiorno di fuoco (1953), di Fred Zinnemann. Nel libro di Peter Bogdanovich On the Movies (libro consigliatissimo, cosi come tutti quelli firmati da Bogdanovich), Sturges esprime le sue opinioni sul genere, partendo proprio da questo film: “I caratteri e i personaggi western non devono avere glamour. Io sono un personaggio western e vi dico che non mi piacciono per niente le sciocchezze alla Stuart Lake (scrittore e biografo di storie e personaggi western, noto per aver creato la leggenda di Wyatt Earp). Il mondo del western non deve essere grazioso e gli uomini non devono essere ragazzi del coro, per Dio! Utilizza sempre un sacco di retroilluminazione e non lasciare che il protagonista parli troppo. John Ford ha fatto di John Wayne una star senza farlo parlare. Ma il must assoluto per un western è l’isolamento. L’uomo deve essere Dio e le tematiche devono essere puntellate da spari di pistola.”

 Eugenio Ercolani

La prossima puntata: Nevada Smith



Condividi