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Imago mortis

“Dopo anni di buio, si rianima in Italia un genere ormai ricoperto dalla polvere degli anni di inattività. Bessoni ripristina una sfaccettatura gotica dell’horror, che trovava grande vitalità negli anni cinquanta e sessanta”.

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Sgorga incessante la fonte delle ossessioni, un perpetuo fluire di fobie, che bagna la fragile esistenza umana. In questo scorrere senza fine di deliranti realtà, emerge una delle paure più strazianti: la morte. Spesso l’uomo ne è rimasto affascinato, tentando di catturarne un’immagine, racchiudendola in un mondo capace di imprigionarne per sempre la macabra essenza.
Pittori, fotografi hanno spesso cercato l’istante in cui una vita si spegne, attratti dall’istante dell’addio, folgorati in un’assurda ricerca del macabro. Dopo anni di buio, si rianima in Italia un genere ormai ricoperto dalla polvere degli anni di inattività. Bessoni ripristina una sfaccettatura gotica dell’horror, che trovava grande vitalità negli anni cinquanta e sessanta con le indimenticabili opere di Riccardo Freda e Mario Bava. Il ritorno ad un passato glorioso si mescola con le trovate sceniche delle recenti pellicole iberiche. Nelle ambientazioni stile prima metà del novecento e nelle atmosfere si riscontra l’influsso della nuova ondata gothic spagnola, i cui esponenti Del Toro, Bayona e Amenabar sono stati continua fonte d’ispirazione per il regista. Punto forte del film risulta essere proprio la realizzazione estetica dell’opera, che raffigura al meglio i connotati da favola nera, immersa in un mondo al di là del tempo e dello spazio. Incuriosisce il fatto che la trama si dipani senza alcun riferimento a luoghi o momenti storici, eliminando ogni riferimento materiale. Il lato negativo dell’opera può essere individuato nella struttura narrativa, satura di citazioni e rimandi, ma povera dal punto di vista contenutistico, rivelandosi a tratti ripetitiva e poco incisiva.
Una probabile scusante di questo script confusionario è la continua riscrittura della sceneggiatura, elaborata in più di trenta soggetti, che hanno visto coinvolti anche Luis Berdejo, sceneggiatore di “[Rec]” e Richard Stanley, regista di “Hardware”. Tra espressionismo e ghost story l’ossessione si tinge di nero. Il cinema banchetta sotto una luna dalle gotiche sembianze.

Leone Auciello

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