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DOUBLE BILL

“St. Ives” & “Telefon”

Tutto il cinema degli anni Settanta. Rubrica a cura di Paolo Gilli

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Rivolgiamo la nostra attenzione nuovamente su Charles Dennis Buchinsky, meglio conosciuto come Charles Bronson. Questa volta la scelta è caduta su due film poco citati nella filmografia del nostro, St. Ives (1976) e Telefon (1978).

St. Ives non rientra tra le pellicole revisioniste del genere dei private eye, realizzate negli anni Settanta (The Long Goodbye, Night Moves, The Late Show, The Big Fix), ma segue invece l’approccio più tradizionale di film come Farewell, My Love (Marlowe, il poliziotto privato, 1975) e The Big Sleep (Marlowe inadaga, 1978), con Robert Mitchum nei panni di Philip Marlowe.

Digital StillCameraTratto da The Procane Chronicle, romanzo di Ross Thomas, St. Ives (da noi uscito con il titolo cretino, Candidato all’obitorio) è un’interessante, anche se non proprio riuscito, tentativo di realizzare un omaggio al hard boiled degli anni Cinquanta. La trama è densa, nello stile classico di Chandler, e quindi ritroviamo Bronson nei panni di Raymond St. Ives, ex giornalista di cronaca nera, scrittore fallito e divorziato, con un forte debole per le scommesse. Queste informazioni ci vengono date dal suo agente letterario, un personaggio che nella scena iniziale, totalmente sconnessa dal resto della storia, esaurisce la sua funzione, scomparendo subito dopo per sempre. Assumendo il ruolo di detective, St. Ives viene incaricato di recuperare documenti sottratti al supercriminale Abner Procane (John Houseman).

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St. Ives è la prima delle nove collaborazioni tra Bronson e il regista inglese J. Lee Thompson e anche una delle più insolite, sia per il personaggio, sia per la trama (due aspetti che nell’ultimo periodo della carriera dell’attore non sarebbero variati più di tanto). Bronson anche in questo caso interpreta un classico anti eroe. Sarà anche un perdente, ma non sorge mai il dubbio che non stia dalla parte del giusto, anche se la sceneggiatura tenta di smuovere un po’ le acque. L’impressione invece è che St. Ives si faccia volutamente invischiare nel caso, semplicemente per la curiosità di vedere dove l’intera faccenda andrà a parare. Non pone domande, che chiunque nella sua posizione farebbe, e non sembra neanche troppo interessato a scoprire chi lo vuole fare secco. Non si scomoda più di tanto nemmeno per portarsi a letto Janet (Jacqueline Bisset), la protetta di Procane. Ovviamente il nostro riesce a recuperare i fascicoli, ma alcuni documenti sono stati estratti. A questo punto, i tre uniscono le forze per recuperare le pagine mancanti, contenenti i dettagli per la prossima rapina di Procane.

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L’improbabile trama di St. Ives, viene portata avanti in maniera abbastanza impacciata e contorta, frenando così il ritmo dell’intera pellicola. L’aria di curiosità con cui Bronson affronta ogni situazione, è un po’ la stessa sensazione di chi guarda il film. St. Ives è un discreto rappresentate del genere, che però non coinvolge mai quanto dovrebbe. I personaggi sono troppi, di cui molti non veramente rilevanti per la trama, anche se l’intero cast da l’impressione di essersi divertito parecchio. Oltre ai già citati, ci sono anche Dana Elcar, Harry Guardino, Harris Yulin e un Maximillian Schell al limite del demenziale. In due piccoli ruoli troviamo anche Jeff Goldblum (ero anche apparso brevemente in Death Wish) e Robert Englund. Infine, per sottolineare la connessione con i modelli di riferimento c’è Elisha Cook Jr. (con rifermento speciale ai due classici di Bogart, Il falco maltese e Il grande Sonno). Si diceva, St. Ives non lascia particolari ricordi, ed è vero, se non fosse per quel finale ambiguo…

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Tutt’altro discorso invece per quanto riguarda Telefon. In origine doveva dirigerlo James B. Harris (produttore dei primi Kubrick e regista di Cop con James Woods) e poi Peter Hyams, responsabile della sceneggiatura insieme al grande Sterling Silliphant, ma la MGM decise per un nome grande, facendo cadere la scelta su Siegel. Premettendo, che il film non rientra tra i migliori del regista, va però detto che anche un Siegel minore si mangia sempre la maggior parte dei film che giocano sullo stesso terreno e anche in questo caso, la mano del maestro si vede.

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Telefon è la seconda e ultima incursione di Siegel nel genere spionistico, dopo il poco riuscito The Black Windmill (Il caso Drabble, 1974) e può vantare più di qualche punto a suo favore, iniziando dal soggetto. Tratto dal romanzo omonimo di Walter Wager (dal cui 58 Minutes è stato tratto Die Hard 2), la trama riprende una delle leggende più durature ed affascinati della Guerra fredda, quella degli agenti sovietici dormienti su suolo americano.

 

Gli eventi prendono il via quando una serie di agenti russi, infiltrati negli anni Cinquanta, vengono “riattivati” vent’anni dopo. Il responsabile, all’insaputa del governo sovietico, è Nikolai Dalchimsky (Donald Pleasence), un ex-impiegato del KGB venuto in possesso del libro contenente tutti i nomi e numeri degli agenti dormienti. Dalchimsky, li “aziona” pronunciando la frase “The woods are lovely, dark and deep. But I have promises to keep, and miles to go before I sleep, and miles to go before I sleep” (tratta dal poema Stopping woods on a snowy evening di Robert Frost), seguito dai loro nomi veri. Il problema è che molti degli obiettivi scelti anni prima, sono ormai obsoleti o di scarsa importanza, dando l’apparenza di atti di sabotaggio senza alcun senso, soprattutto perché subito dopo gli agenti si suicidano. Se i servizi americani non sanno che pesci prendere, il KGB ha tutt’altri problemi, in quanto nessuno dell’attuale elite politica è a conoscenza dell’operazione Telefon. Entra in scena il maggiore Grigori Bortsov (Bronson), selezionato per la sua memoria fotografica che gli permette di ricordare tutte le informazioni dell’unica copia della lista.  Borstov si mette sulle tracce di Dalchimsky, coadiuvato da Barbara (Lee Remick), una spia americana al servizio dei russi. Scoperto il metodo che guida le azioni del folle, la corsa contro il tempo ha inizio. Le sorprese però non sono ancora finite…

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Telefon è una pellicola curiosa. Nella filmografia di Siegel, cronologicamente, si piazza tra due capolavori come The Shootist (Il pistolero, 1977) e Escape from Alactraz (Fuga da Alactraz, 1979). Il tono della pellicola non ricorda quello di nessun altro spy movie, forse per la trama particolare, forse per la presenza di Bronson, che viaggia in perfetta modalità pilota automatico, senza riuscire mai a differenziare il personaggio dalle altre sue interpretazioni del periodo. Seil soggetto già richiede una certa sospensione dell’incredulità, la ragione per cui viene scelto il personaggio di Bronson – la memoria fotografica – , fa abbastanza sorridere. Inoltre, non viene mai data una motivazione per la “missione” di Pleasence, se non il semplice fatto che è un pazzo. Fa comunque piacere rivedere i due attori insieme, 15 anni dopo La grande fuga (1963). L’aspetto però, che data Telefon irrimediabilmente negli anni Settanta (di norma un punto a favore, ma non in questo caso) è l’inclusione di un’esperta di informatica della CIA (Tyne Daly), e di conseguenza un serie di imbarazzanti siparietti comici con un computer, ovviamente attrezzato di modulatore di voce.

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Eppure, il film funziona piuttosto bene, soprattutto nella parte iniziale, che descrive l’attivazione degli agenti (tra i quali ritroviamo anche Sheree North) e il susseguirsi degli attentati, quasi Siegel si fosse ricordato del suo L’invasione degli Ultracorpi (1956). La tensione rimane quasi sempre costante (e accompagnata dalle belle musiche dell’immancabile Lalo Schifrin) fino alla chiusura, che però delude un po’ le aspettative per la semplicità della risoluzione.

Siegel e Bronson avevano lavorato insieme già in televisione (The Lineup: The Pailsey Gang e The Legend of Jesse James: The Chase), ma questa rimane la loro unica collaborazione cinematografica. Telefon non può essere definito proprio un classico, ma rimane comunque un film solido.

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Qualche piccola curiosità in chiusura. Come già per Charley Varrick (“They’re gonna strip you naked and go to work on you with a pair of pliers and a blowtorch”, parafrasata in Pulp Fiction), il solito Tarantino ha preso in prestito la frase chiave di Telefon per usarla nel suo Death Proof (2007).

Siegel ha anche piazzato due autoriferimenti nel film. Le fedi nuziali di Bronson e Remick infatti sono le stesse indossate da Walter Matthau e Jacqueline Scott in Charley Varrick. Inoltre il Lincoln Continental giallo, che ha un ruolo centrale in una delle scene più riuscite di Telefon, è lo stesso identico modello, usato nella memorabile rapina del classico di Siegel.

(Per altri particolari sul film si consiglia la lettura della biografia, A Siegel Film (1993)]

 

Paolo Gilli

 


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