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Astro Boy

“Un film anche per i più piccoli ma non adatto ad un pubblico di soli bambini. Nel regalare immortalità cinematografica all’icona manga nata dall’immaginazione di Tezuka Osamu, David Bowers mixa Collodi e rimandi cyberpunk”.

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Un film anche per i più piccoli ma non adatto ad un pubblico di soli bambini. Nel regalare immortalità cinematografica all’icona manga nata dall’immaginazione di Tezuka Osamu, David Bowers (Galline in fuga) mixa Collodi e Dickens, Fritz Lang e rimandi cyberpunk.

Quello di AstroBoy è un mondo in contrappeso, in equilibrio tra l’asettica MetroCity e la discarica a livello terra denominata ‘superficie’, rottamaio a cielo aperto ispirato all’ultimo Terminator. Bowers, ma soprattutto lo sceneggiatore Timothy Harris, usano il mezzo animato per suggerire metafore sottili e taglienti quali lo sfruttamento della macchina come forma di schiavitù futurista o la dicotomia tra il rigurgito di umanità e l’ossessione, classista, del pensiero scientifico.

Il dottor Tenma, come un novello Frankenstein, uccide e resuscita suo figlio non una, ma due volte, mentre attorno ai progressi delle sue scoperte si gioca la corrotta corsa alle rielezioni politiche; il ‘pacificatore’, colui che dovrebbe vegliare sulla sicurezza dei cittadini, è una macchina di morte alimentata ad energia negativa simile ai robot utilizzati nel Robocop di Paul Verhoeven. In questo contesto è costretto a formarsi il giovane prodigio Tobio, enormi ed espressivi occhioni dal taglio occidentale in un corpo non più umano, diviso tra il desiderio di una famiglia e il coatto destino di super eroe. Tanta carne al fuoco, insomma, menù non solo cinefilo che Bowers serve con preparata perizia e raffinata messa in scena. Non solo un semplice cartone animato. Tranne che per Italia, l’unico paese dov’è passato esclusivamente come pellicola doppiata da Silvio Muccino, Carolina Crescentini e il Trio Medusa.

Luca Lombardini

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