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IN SALA

”Uroki Garmonii” (”Harmony Lessons”) di Emir Baigazin – 63esimo Festival Internazionale di Berlino (In Concorso)

L’armonia del vivere è necessità e lotta per la sopravvivenza. Non si esce dal cerchio in cui siamo chiusi. Emir Baigazin ce lo mostra in una simbologia realmente riuscita

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Anno: 2013

Durata: 120′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Germania, Kazakistan

Regia: Emir Baigazin

 

Vivere è sopravvivere

Il secondo film in competizione solleva notevolmente il livello delle mie visioni. Harmony Lessons è una visione mentale e cinematografica realmente autoriale. Sorpresa, scoprire nel pressbook del film la giovane età di Emir Baigazin, la sola classe 1984 mi stupisce per la maturità sia narrativa che visiva nel tratteggio di una evoluzione interiore raccontata e filmata dentro un percorso in cui, oggetti, esseri viventi, luoghi e corpo assumono una funzione simbolica esponenziale.

Una natura meravigliosamente sola, e bloccata nella propria affascinante crudeltà dal ghiaccio e bianco strato di un rigido inverno, contiene un piccolo villaggio Kazakho dove vive il 13enne Aslan, con sua nonna. Aslan è uno strano essere: quasi autistisco, chiuso in un isolamento inconsciamente preservante, dentro un ambiente in cui, sia in natura che tra gli esseri umani, vige la legge della sopravvivenza. L’uccisione-sacrificio di una pecora che il giovane compie, assistito dalla nonna, condensa tutto il senso del film e del suo titolo: il primo istinto di orrore che ci prende nel comprendere che si sta consumando un sacrificio è ‘sedato’ dalla delicatezza e minuzia con cui tutto ciò viene compiuto. Quasi necessario, anzi: necessario.

L’armonia del vivere è necessità e lotta per la sopravvivenza. Non si esce dal cerchio in cui siamo chiusi. Emir Baigazin ce lo mostra in una simbologia realmente riuscita. Lo strano liquido che Aslan ingurgita nel corso di una visita medica gli comporterà una marcata fobia nei confronti dei virus, una lotta privata e silenziosa contro gli scarafaggi, un’anormale esigenza di pulizia corporale, e un vomito automatico ogni qualvolta il suo sguardo incrocia la forma divenuta sostanza, il bicchiere-contenitore, la sensazione perturbatrice. Il bullismo del microcosmo scolastico è un altro simbolo. Praticato a più strati: dal basso, tra gli alunni, il coetaneo Bolan infligge ordini e punizioni, raccogliendo denaro e dazi alimentari in una catena della sopravvivenza, che lega i giovani agli adulti, perchè:  “Non si può sfuggire alla prigione… p il destino di molti…”.

La passività di Aslam comincia ad evolversi dopo il suo strano incidente liquido… Parallelamente ai minuziosi espedienti escogitati per eliminare gli scarafaggi, il destino della scuola si intreccia a lui, fino a farne consapevole giustiziere, fino a perdersi e farci perdere negli stati di sogno-livello che la penetrazione del reale in lui generano: la bella compagna di classe attaccata al proprio chador che si rifiuta di togliere per preservare la sua purezza d’animo; l’Happylon-mondo dei balocchi-paradiso ideale agognato con la card sempre in tasca dall’unico amico con cui Aslan ha un minimo di interazione, luogo dominato solo da bellezza, bontà e giustizia; la minuscola sedia elettrica di tortura dei temuti scarafaggi, che lo contiene dentro le torture della polizia destinate a farlo cedere e a confessare il delitto di Bolan di cui viene accusato… Fino alla scena di chiusura, ‘paradisiaca’ nel livello di ascesa a cui ci porta…ascesa visiva e sensitiva…Siamo anche noi da un’altra parte, beati e pacificati, e là si può camminare sull’acqua, come la pecora sacrificata.

Pellicola che asciuga il superfluo (anche la musica di cui non ha affatto bisogno) nel particolare che racconta il generale, in cui prevale una successione di piani compiuti, dove la natura viene in aiuto a dare respiro, a farci prendere fiato, quando serve. Altra sorpresa è leggere che i giovani interpreti della pellicola sono tutti attori non professionisti, semplici studenti. Il progetto del film ha partecipato agli Open Doors di Locarno del 2011 ed è stato primo progetto kazakho vincitore all’Eurasia Film Festival 2011. Ha ricevuto supporto finanziario dalla Berlinale Cinema Fund, in una coproduzione Kazakho-Tedesca-Francese.

Maria Cera

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