Promised Land_Berlinale 2013

 

Anno: 2013

Nazionalità: USA

Durata: 106′

Genere: Drammatico

Regia: Gus Van Sant

Distribuzione: BIM distribuzione

Uscita: 14/02/2013

 “Promised Land: il nuovo film di Gus Van Sant”. Di questi tempi tutto si riduce, come un titolo di un giornale, a una sintesi fredda e senza Anima che ci distacca dal nostro mondo interiore in quanto Essere umani. In un periodo storico in cui ad imperare è una forte crisi economica e di identità sociale ed individuale, dimissioni di papi e rappresentanti dello Stato e mancanza di punti di riferimento validi, cosa ci salverà? L’arte, naturalmente. Un film non è mai stato e, a maggior ragione, non è e non sarà mai pura finzione, così come un regista o un attore un mestiere come un altro o uno sceneggiatore un qualsiasi “generatore” di parole, per quanto poetiche esse possano rivelarsi. Il nostro Eduardo De Filippo tentava di dircelo già diversi anni fa con la sua opera/manifesto L’arte della commedia, in cui denunciava e rappresentava la figura dell’artista come elemento indispensabile per la sensibilizzazione umana e sociale, in lotta contro la manipolazione da parte della borghesia del modo di vedere, concepire e usare la recitazione, il teatro, al fine di distrarre lo spettatore dall’importanza e dall’utilità di tale arti e rendere superflua la valenza di un lavoro che deve considerarsi produttivo e fondamentale all’interno della società tanto quanto quello di un farmacista o di un falegname. La responsabilità degli addetti ai lavori nel campo cinematografico è oramai divenuta palese, ma non sarà questo impegno da autore a spettatore ad impedirci di sognare. Anzi. Quando la consapevolezza e l’interesse aumenta, aumenta automaticamente il divertimento e la capacità di immedesimarsi ed emozionarsi, sgombrare la mente e lasciarsi andare. Tutto ciò, dovrebbe essere implicito per permettere la visione di qualsiasi film, in particolar modo la visione di un Gus Van Sant. Il suo occhio discreto, ma perspicace, si posa su una sceneggiatura scritta da Matt Damon e John Krasinski che richiamava la stessa freschezza di uno script precedente, realizzato dallo stesso attore in questione che, in coppia con Ben Affleck e diretto da Van Sant, firmò nel 1997 Good Will Hunting. Un lavoro di squadra, dunque, che a conti fatti è risultato creativo e vincente. Grazie all’ambientazione particolarmente realistica, studiata attraverso la scelta precisa di location, fotografia (la pellicola a 35 mm è stata sottosviluppata in modo da diminuire la grana e mantenere intatto quel senso di luce non artificiale) e costumi vintage, non si stenta a credere neanche per un attimo di essere in una classica cittadina rurale americana (le riprese, quasi tutte in esterni, sono state effettuate in Pennsylvania), dove quasi sembra che il tempo si sia fermato. Gli abitanti vivono per lo più di agricoltura e pastorizia, fanno crescere i propri figli immersi nel verde delle rigogliose colline e nell’azzurro dei ruscelli…ma il loro inserimento nell’economia del Paese inizia a farsi difficile anche per la gente che ha sempre vissuto in modo semplice. L’arrivo “dalla città” di Steve Butler (Matt Damon), rappresentante in carriera della multinazionale di risorse energetiche Global, accompagnato dalla collega Sue Thomanson (una brillante Frances McDormand), sembra essere provvidenziale: i due agenti di vendita, infatti, tenteranno di acquisire i diritti di estrarre gas naturale mediante trivellazione di pozzi dalle proprietà della popolazione locale. Inizialmente attratti da questa allettante offerta, nella quale vengono promesse ingenti somme di denaro, la comunità sembra essere entusiasta. Non dopo l’intervento dell’ambientalista Dustin Noble (John Krasinski), però, e soprattutto del rispettato insegnante di scienze Frank Yates (interpretato magistralmente dal veterano Hal Holbrook) che difende a spada tratta l’interesse dei suoi concittadini, l’appartenenza alla propria terra e i saldi principi che stabiliscono uno stretto legame con essa. Un dibattito acceso, ognuno col proprio punto di vista, seguirà per il resto del film, senza creare schieramenti pro e contro, ma una questione vitale dove è la sfumatura a essere presa in considerazione, sia nel corso degli eventi che nel finale.

La caratterizzazione di tutti i personaggi, che sulla carta potrebbero apparire banali, è stata raffinata molto attentamente, regalando ad ognuno una personalità forte, una storia e dei sentimenti sinceri che non si condiscono di un linguaggio forzatamente forbito, ma diretto e con una buona dose di umorismo (che ci suggerisce un’altrettanta buona dose di divertimento creativo nella fase di stesura della sceneggiatura). Il cast di attori sembra trovarsi completamente a proprio agio nella cornice autentica dove si svolgono i fatti, i dialoghi scorrono fluidi e, a tratti, improvvisati, a dimostrare quanta bravura e tecnica ci sia alla base di una perfetta recitazione e da un modo di dirigere acuto, ma non stressante. Da menzionare, inoltre, una particolare tecnica usata da Van Sant (ispirata a quella di Terrence Malick) ovvero “i ciak muti”: le scene sono state girate con gli attori senza i dialoghi, lasciando dare le battute agli interpreti soltanto con gli sguardi e la trasmissione dei pensieri e dell’emotività. Tale tecnica impreziosisce il livello di ascolto degli attori e, in seguito, determina un’ampia scelta in fase di montaggio, in cui si avrà la possibilità di alternare sequenze girate con ciak muti con quelle di normali ciak parlati. Lo scorrere di immagini paesaggistiche, dei ritratti delle fattorie, con quel calore e bellezza incontaminati, donano al film un’energia di calma e dolcezza che ritroviamo nelle note della colonna sonora, composta dal Burtoniano Danny Elfman.

Se si osserva con fare poco approfondito, potrebbe non riconoscersi il tratto di Van Sant, ma osservando con quella consapevolezza e interesse citata poco fa…quel tratto diverrà trasparente e inconfondibile. Molti attribuiscono all’autore statunitense la targhetta di “trasgressivo” o “controverso”, quando invece ci ha sempre fornito un punto di vista imparziale, abdicando (forse anche troppo, a volte) il compito allo spettatore di elaborare un pensiero, esprimere un’opinione, manifestare disgusto o empatia. Libero arbitrio. Un rivoluzionario silenzioso, che parla attraverso i suoi personaggi che a loro volta rivivono nei corpi dei più straordinari attori. Come diede voce a Sean Penn in Milk, dopo un semplice “Motore…Azione!” : ”Per noi non si tratta di obiettivi personali o di vittorie, stiamo cercando di cambiare la nostra vita”. E c’è chi ancora ci crede davvero. Per fortuna.

Giovanna Ferrigno

Utlima modifica: 14 Febbraio, 2013



Condividi