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Il cinema di Paul Thomas Anderson: scavando nella psiche umana

La filmografia di Paul Thomas Anderson è costellata esclusivamente di grandi opere, tutte quante impegnate. Il suo cinema abbatte le barriere di genere e scava dentro la psiche umana come pochi autori sono riusciti a fare prima di lui.

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Paul Thomas Anderson

Paul Thomas Anderson è un regista camaleontico che viaggia attraverso i generi ridefinendoli dalle fondamenta. Nominato per 11 volte ai premi Oscar, senza mai vincerne alcuno, viene considerato come il miglior autore della sua generazione. Un traguardo quasi impensabile per un ragazzo che si è formato da autodidatta e non, come tanti altri, nelle migliori scuole di cinema.

“Il mio mondo è solo mio”.

Paul Thomas Anderson: notazioni biografiche

Il 26 giugno 1970 nasce a Studio City, noto quartiere residenziale di Los Angeles, Paul Thomas Anderson. La vena artistica è sicuramente un’eredità paterna: il signor Ernie Anderson, sotto le mentite spoglie di ‘Ghoulardi’, ha recitato in una serie horror trasmessa a tarda notte sulla televisione di Cleveland. La madre Edwina invece ha recitato in alcune pellicole poche conosciute.

Paul vive assieme alle sue tre sorelle. Sin da piccolo deve affrontare le difficoltà di un complicato rapporto materno, ma viene incoraggiato dal padre a perseguire il suo sogno di diventare uno sceneggiatore o un regista. La prima videocamera che gli viene regalata è una Batamax a 12 anni. E’ sempre suo padre a comprare al figlio un registratore VCR, così da disporre di un numero infinito di film e di muovere i primi passi nel mondo delle riprese.

Il suo rapporto con gli studi scolastici non è però dei più brillanti. Cambia e abbandona due diversi college, poi si iscrive alla New York University School, ma segue i corsi per soli due giorni. Lavora come addetto alla pulizia in un negozio di animali e intanto studia da autodidatta, migliora nelle inquadrature e nella scrittura.

Inizia a cimentarsi con il mockumentary The Dirk Diggler Story (1988), il quale sarà l’ossatura intorno alla quale costruirà la storia di Boogie Nights. Con i soldi guadagnati lavorando come assistente di produzione per film TV e videoclip realizza il suo primo cortometraggio, Cigarettes & Coffee (1993). Una volta trasformato da corto a lungo lo ripresenta al Sundace Film Festival dove un colpito Michael Caton-Jones (Basic Instinct 2) lo prende sotto la sua ala protettrice.

“Ho la sensazione che farò bei film per il resto della mia vita”.

Una scena di ‘Cigarettes & Coffee’ (1993).

Paul Thomas Anderson e Quentin Tarantino: enciclopedie della cultura cinematografica

La generazione dei “movie brats” (i cosiddetti ragazzacci del cinema) è stata la prima ad accogliere registi che si sono formati nelle scuole di cinema di tutta America. Parliamo di nomi come Francis Ford Coppola, Steven Spielberg, George Lucas, Brian de Palma e Martin Scorsese. A differenza dei loro predecessori questa schiera di registi ha una cultura cinematografica superiore a chiunque altro abbia mai lavorato nel cinema prima di allora.

Quando Paul Thomas Anderson e Quentin Tarantino si approcciano a quest’arte, è ormai usuale passare per università come la New York University o la UCLA per poter diventare un autore rinomato. La loro istruzione invece si svolge da autodidatta. Guardano decine di migliaia di pellicole, sia in videocassetta che al cinema, spesso accompagnandole al commento dei registi stessi.

La loro vocazione compulsiva verso la Storia del Cinema e il mezzo cinematografico gli permette di trattare storie fuori dai canoni comuni, associandoli alle grandi visioni dei loro punti di riferimento registici. Il risultato è un’estetica complessa tanto quanto nuova. Le loro opere prime infatti, da una parte Sydney e dall’altra Le iene, diventano indicatori di una nuova tendenza che influenza inevitabilmente colleghi e pubblico.

Si possono cogliere evidenti rimandi tra le loro opere. L’omonimo protagonista di Sydney (1996), interpretato da un grandissimo Philip Baker Hall, ricorda nei modi e nelle fattezza il cinico e misterioso Mr. Wolf (Harvey Keitel) di Pulp Fiction (1994). Lo stesso film C’era una volta a… Hollywood (2019) rielabora l’ambientazione e l’atmosfera della California a cavallo degli anni ’70 e ’80 dal precedenti Boogie Nights (1997).

Sydney e la potenza di un ottimo dialogo

Paul Thomas Anderson è ora pronto per il suo primo lungometraggio. Grazie al finanziamento della Sundance Lab realizza Sydney (1996), reintitolato Hard Eight. La storia racconta di un anziano giocatore d’azzardo che insegna l’arte di guadagnarsi da vivere a un giovane vagabondo, la cui esistenza sarà destinata a complicarsi dopo essersi innamorato di una prostituta.

Il film è stato presentato nella sezione Un Certain Regard alla 49ª edizione del Festival di Cannes. Nonostante si tratti di un’opera prima, il cast vanta nomi come Philip Baker Hall, John C. Reilly, Gwyneth Paltrow e Samuel L. Jackson. Purtroppo la pellicola è stata messa a repentaglio dallo zampino della casa di produzione Rysher Entertainment che lo rimonta. Anderson però trova i soldi necessari e rimonta il film secondo quella che era la sua visione originale.

“Mi ribello contro i principi di potere, in ogni circostanza. Sempre lo farò”.

Nonostante Sydney sia debitore per ambientazione e inquadrature al miglior cinema di Scorsese, in particolar modo al cult Casinò (1995) e a precedenti Il colore dei soldi (1986), Anderson mostra già i suoi temi preferiti. In primis l’amore come elemento centrifugo, all’interno del quale ruotano denaro, libertà e odio. L’opera si pone come continuazione del cortometraggio Cigarettes & Coffee, esplorando con maggior intensità il personaggio interpretato da Philip Baker Hall.

Nonostante la trama raffiguri qualcosa che abbiamo già visto, la potenza di quest’opera è costituita dai dialoghi. Paul è sempre stato riconosciuto durante tutta la sua carriera per la sua ottima penna, alla stessa stregua dell’amico-rivale Quentin Tarantino. La parola non diviene solo collante tra le azioni, ma influisce direttamente sui momenti di silenzio, così eloquenti ed espressivi. A chiudere il cerchio si presenta una colonna sonora memorabile, frutto del lavoro di ricerca e composizione di Michael Penn e John Brion.

“Mi è sempre piaciuto frequentare gli attori, non sono il tipo di regista che passa tutto il tempo con la crew degli effetti speciali a pensare a come fare le esplosioni. Sono anche stato fortunato, perché nel mio primo film, Sydney, ho lavorato con John C. Reilly, Philip Baker Hall, Samuel L. Jackson e Gwyneth Paltrow e ho imparato molto da loro. Li sentivo discutere dei problemi che avevano avuto in altri film, dei registi troppo pressanti o della confusione sul set”.

Una scena di ‘Sydney’ (1996).

Nel labirintico piano sequenza della pornografia in Boogie Nights

Il secondo lungometraggio di Paul Thomas Anderson è quello che gli conferisce l’affermazione definitiva a livello mondiale. Partendo da The Dirk Diggler Story, ma rifiutandone l’approccio satirico, scrive una mastodontica sceneggiatura di 300 pagine, per la quale viene candidato al premio Oscar. Boogie Nights (1997) rilancia la carriera di Burt Reynold e insedia definitivamente Mark Wahlberg e Julianne Moore nell’olimpo degli attori hollywoodiani di serie A.

“Scrivere sceneggiature è come stirare: vai avanti per un po’, poi torni indietro e sistemi un po’ le cose”.

Nella San Fernando Valley degli anni ’70 e ’80 l’industria del porno girato in pellicola è ai suoi massimi storici. Gli attori pornografici possono vedersi in tutti i cinema nella stessa programmazione di titoli che vedono divi come Redford, Brando e Hoffman, illudendosi di essere delle star anche loro. La figura di Dirk Diggler (Mark Wahlberg) si ispira parzialmente alle vicende, ascesa e declino incluse, del celebre pornodivo John Holmes.

Anderson dimostra le ambizioni del suo cinema corale e visionario che si ispira al Robert Altman delle storie collettive. Il piano sequenza iniziale, tanto tecnico quanto simbolico, rappresenta l’essenza del suo autore, la peculiarità dei suoi personaggi, la causa della loro grandezza e rovina. A farne uno stile registico è stato Martin Scorsese già in Quei bravi ragazzi (1990), serpeggiando attraverso i corridoi e gli angoli più nascosti del locale Copa Cabana.

Una colonna sonora incalzante che rende gli anni ’70 ancor più belli con tutti i suoi usi e idoli. Da Bruce Lee e Travolta, passando per le chitarre e la disco music, videocassette e Hi-Fi, l’ossessione del proprio aspetto, l’idolatria per le scarpe e per i pantaloni a zampa di elefante.

Una scena di ‘Boogie Nights’ (1997).

Paul Thomas Anderson a spasso tra i generi cinematografici: Magnolia e Ubriaco d’amore

Dopo aver incontrato il suo idolo Francis Ford Coppola che gli suggerisce di sfruttare l’occasione per realizzare ciò che desidera, Paul Thomas Anderson si butta a capofitto nel suo prossimo film: Magnolia (2000). Ispirato dalle canzoni dell’amica Aimee Mann, la pellicola deve il suo nome a un viale della San Fernando Valley, luogo dove la storia è ambientata. Imperniato su temi come l’amore, la morte e l’abbandono familiare, Paul ritrae un’umanità variegata popolata da padri assenti e figli instabili poiché segnati dalle cicatrici del passato.

I paragoni con l’influenza di Altman sono invitabili: con destrezza vengono deposti uno strato di personaggi narrativi in un arazzo di proporzioni bibliche. Ancora una volta Anderson si avvale dei suoi attori preferiti: Philip Baker Hall, John C. Reilly, Julianne Moore e Tom Cruise. Quest’ultimo ottiene una nomination agli Oscar come “miglior attore non protagonista”. Il film viene anche candidato come “miglior sceneggiatura originale” e “miglior canzone originale”.

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“Ciò che veramente sento è che Magnolia è, nel meglio o nel peggio, il miglior film che mai farò”.

Paul trascorre parte del 2000 ad affinare il suo talento comico nel più improbabile dei posti: il venerabile sketch show della NBC Saturday Night Live. La commedia fa così presa sul regista, il quale inizia a dedicarsi ad una romantica e sofisticata commedia low-budget dal titolo Ubriaco d’amore (2002). La storia ruota attorno all’inetto Barry Egan (Adam Sandler), proprietario di una piccola attività insieme alle sue sette sorelle che lo bistrattano continuamente considerandolo un fallito.

Per molti è motivo di sorpresa che il regista giri un film con la star di Billy Madison (1995), nonostante la coprotagonista sia la grande Emily Watson. Anderson riceve una gloria speciale per la sua abilità nell’aver trasformato Sandler da ragazzo immaturo in protagonista romantico e compassionevole. Una commedia romantica anticonvenzionale che rappresenta un’ulteriore prova della maturazione del cinema di Anderson.

Una scena di ‘Ubriaco d’amore’ (2002).

Il Petroliere e la decostruzione del sogno americano

Dedicato alla memoria di Robert Altman, quando Il Petroliere esce nelle sale di tutto il mondo nel dicembre 2007 ed è subito un successo indiscusso. La pellicola permette a Paul Thomas Anderson di consacrarsi tra i migliori registi della sua generazione. Ai premi Oscar 2008 viene candidata per un totale di otto nominations, vincendo quelle per il “miglior attore protagonista” e per la “miglior fotografia. La performance di Daniel Day-Lewis è universalmente considerata tra le più complesse ed intense della storia del cinema.

Attraverso uno spettacolo tecnico impressionante, coordinato come da un minuzioso direttore d’orchestra, il film racconta l’ascesa economica di Daniel Plainview, cercatore di petrolio, descritto in tutta la sua travolgente ambizione. Anderson segue una struttura filmica classica e magniloquente ma, nello stesso tempo, personalissima e anticonvenzionale. Riesce così a toccare in maniera profonda temi universalmente complessi come la ferocia della natura umana, il capitalismo, la religione, l’ottimismo e l’ossessione.

“Non avverto l’orgoglio americano. Io sento che ognuno si batte per la stessa cosa, che intorno al mondo tutti inseguono la stessa cosa, un piccolo pezzo di felicità ogni giorno”.

Il connubio tra sonoro e visivo è devastante. I primi venti minuti di proiezione, privi di parole, lasciano un’impressione profonda sullo spettatore alla stessa stregua di quanto fece Sergio Leone nell’incipit di C’era una volta il West (1968). La colonna sonora nervosa e sincopata, fatta di incessanti dissonanze, è firmata dall’ormai fedelissimo Jonny Greenwood.

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Una scena di ‘Il Petroliere’ (2007).

The Master e Vizio di forma: è forse questo l’amore?

Gli anni ’10 iniziando per Paul Thomas Anderson sulla cresta dell’onda, è ora uno dei registi più apprezzati del panorama hollywoodiano. Considerato come il massimo autore vivente di “film impegnati”, il regista americano non delude le aspettative. Tra il 2012 e il 2014 nelle sale di tutto il mondo The Master prima e Vizio di forma poi, entrambe pellicole con Joaquin Phoenix come protagonista.

“Joaquin Phoenix è come un cane che ti riporta la palla in continuazione. Tu la butti giù da una scogliera, nella neve, nelle onde dell’oceano e lui andrà a prenderla e te la riporterà. Poi si accovaccerà vicino a te e ti terrà caldo vicino al fuoco. È il cane migliore che abbia mai avuto”.

Anderson ha sempre cercato di scrutare il lato oscuro della psiche umana senza alcuna intenzione di scandalizzare, bensì con il desiderio di comprendere le ragioni alla base. Il suo cinema parla così intensamente dell’amore che porta alla solitudine, anche quelli meno convenzionali.

Freddie, il protagonista di The Master, ricerca donne di sabbia che possano placare la sua sete sessuale. Cerca invece di incanalare la propria violenza in forme socialmente accettabili, proprio per questo stringe un rapporto fraterno con Lancaster (Philip Seymour Hoffman), leader spirituale che richiama il fondatore di Scientology. La pellicola è lo specchio della fragilità mentale degli statunitensi nell’era post-bellica, addentrandosi in temi come repressione, omoerotismo e morbosità.

“La pazzia è difficile da mettere in scena, non ci sono delle precise indicazioni da dare agli attori”.

Più leggero è sicuramente l’adattamento del romanzo di Thomas Pynchon, Vizio di forma. Il film si veste della visione non conforme del noir americano raccontando l’ebrezza utopistica degli anni ’60 contrapposta alla cruda realtà della natura umana. L’amore muove le fila della trama: Doc Sportello (Joaquin Phoenix) rincorre una donna che non è più sua, e forse non lo è mai stata come capirà alla fine. Invece il suo rapporto con il Bigfoot di un eccellente Josh Brolin rasenta la sfera comica ma rappresenta la dinamica pseudo-amorosa di due opposti che si attraggono.

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Una scena di ‘The Master’ (2012).

Un viaggio all’interno della psicologia umana con Il filo nascosto

Alla maniera dei tessuti selezionati da Mr. Woodcock, gli ultimi tre film di Paul Thomas Anderson assomigliano più a fili incrociati di trama e di ordito che alle vecchie costruzioni corali (vedesi Boogie Nights e Magnolia). Il filo nascosto (2017) si immerge nell’industria della moda londinese degli anni ’50 attraverso due attori indefettibili come Daniel Day-Lewis e Lesley Manville. Per il primo il ruolo del rinomato stilista Reynolds Woodcock è l’ultimo della sua carriera, dopo il quale annuncia il suo definitivo ritiro dalle scene.

“Prima di girare non sapevo che avrei smesso di recitare. So che io e Paul abbiamo riso molto prima di realizzarlo. E poi ci siamo fermati perché siamo stati entrambi colti da una profonda tristezza. Ci ha sorpreso: non ci eravamo resi conto di quello che avevamo fatto. Era difficile conviverci. E lo è tuttora.”

Attraverso movimenti della cinepresa serrati e una scrittura impenetrabile, l’autore ci mostra le gerarchie comportamentali, il magnetismo delle nevrosi e le strategie ritualistiche del potere di coppia. Per Daniel Day-Lewis, maestro del linguaggio e dalle verità del corpo a discapito dell’eloquenza, la performance è sempre un gesto da automatizzare, da dominare anche a rischio di dannarsi. L’attore viene candidato alla statuetta degli Oscar, senza però vincerla, insieme ad altre 7 nominations per la pellicola, ottenendo quella per i “miglior costumi”.

I modelli estetici sono dichiarati: anzitutto Kubrick, da Arancia meccanica a Barry Lyndon; ma forse più profondi sono i riferimenti letterari, come certi racconti di Henry James dominati dall’opposizione tra vita e arte e dall’attrazione-terrore per la Donna. Anderson racconta il tentativo di creare una donna, che diventa invece il riconoscimento dell’altro e il riconoscimento della propria finitezza da parte dell’uomo; ma lo fa in maniera allusiva, in una parabola senza morale.

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Una scena di ‘Il filo nascosto’ (2012).

Licorice Pizza e l’estate che non finisce mai

Nono lungometraggio di Paul Thomas Anderson, il regista abbandona le atmosfere ombrose e cupe delle sue precedenti pellicole, ritornando nella sua amata e familiare San Fernando Valley. L’estate del 1973 sembra non finire mai, mentre i nostri protagonisti si destreggiano tra amori giovanili sulle note delle hit radiofoniche dei celebri Doors, David Bowie e Bob Dylan. La pellicola viene nominata agli Oscar come “miglior film”, “miglior regista” e “miglior sceneggiatura originale”, senza però vincere la tanto meritata statuetta.

“Io mi trovo bene in mezzo a tanta gente che fa casino. Il set di un film per me è come la mattina di Natale. Se la situazione è troppo tranquilla e silenziosa divento nervoso”.

Gary Valentine (Cooper Hoffman) è un adolescente intraprendente e fanfarone, incontra Alana Kane (Alana Haim), venticinquenne sul cammino dell’indipendenza. Lui le dichiara il suo amore eterno, ma lei rifiuta e lui continua ad insistere. Irresistibilmente attratti l’uno dall’altra, non sanno come amarsi, non sanno nemmeno se si amano o se amano soltanto l’idea di amarsi. Sullo sfondo della vicenda prendono piede fatti, la crisi petrolifera del 1973, e persone realmente esistite come Jon Peters (Bradley Cooper) e Joel Wachs.

Licorice Pizza (2021) comincia proprio da un bagliore scorsesiano, ma Anderson investe sullo sguardo che deraglia dal suo riflesso per inseguire senza posa la figura della sua ossessione. La storia si presenta come qualcosa già visto ma il film, che deve il suo nome alla catena di negozi di dischi della California meridionale, designa il mondo irreale dei ricordi, dove tutto è possibile. La “pizza alla liquirizia” è uno stato dello spirito, una fede adolescenziale quasi impossibile da catturare. La pellicola infatti obbedisce a una logica infantile e procede in maniera imprevedibile in un modo quasi bandito agli adulti.

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“Non ci si abitua mai alla tristezza di quando stai per finire un film”.

Una scena di ‘Licorice Pizza’ (2021).

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