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‘Sergey Loznitsa’: una Masterclass tra cinema e storia

L'incontro con il regista ucraino de The Kiev Trial, che fa una densa lezione di montaggio prendendo come esempio un suo celebre lavoro

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Il film d’apertura dell’UnArchive Found Footage Fest è stato The Kiev Trial (2022) di Sergey Loznitsa. È un documentario d’archivio, con il quale il regista ricostruisce, tramite selezionati filmati d’epoca, il processo di Kiev. Conosciuto anche come la “Norimberga di Kiev”, fu un’udienza che si svolse nel gennaio 1946 e che condannò nazisti e collaborazionisti.

La prima Masterclass di questa seconda edizione del Festival è stata tenuta proprio da Sergey Loznitsa. Regista nato in Bielorussia nel 1964, con la famiglia si è poi trasferito in Ucraina e a inizio anni Novanta ha studiato a Mosca. Va precisato che in quegli anni tutte queste nazioni, fino al 1991, erano inglobate nell’URSS.

Loznitsa si è laureato prima in Matematica, al Politecnico di Kiev nel 1987, per poi decidere nel 1990 di iscriversi al VGIK di Mosca. L’acronimo sta per Vserossijskij gosudarstvennʹìj institut kinematografii, ovvero Istituto Statale pan-russo di cinematografia. Questa rinomata scuola è stata fondata nel 1919 ed è il più antico ente di studi cinematografici a livello mondiale.

Dopo non aver passato per due volte gli esami d’ingresso, Loznitsa chiede alla cineasta Nana Džordžadze, insegnate dell’Istituto, di poter seguire i corsi come studente esterno e dopo due anni il regista riesce a entrare come studente effettivo. Per poi laurearsi, con il massimo dei voti, nel 1997.

Loznitsa ha all’attivo ben 22 documentari e 4 lungometraggi di finzione. Le sue opere sono acclamate e partecipano sempre ai festival. The Kiev Trial era passato, fuori concorso, al Festival di Venezia.

La Masterclass è stata moderata da Alberto Crespi, critico e giornalista conoscitore del cinema russo.

Courtesy by UnArchive Found Footage Fest

Sergey Loznitsa: una lezione di cinema e di storia

Nel dare l’avvio alla Masterclass, Alberto Crespi ha subito messo in evidenza che l’incontro sarà una vera lezione, non come le usuali Masterclass nel quale il moderatore fa delle domande e il regista risponde.

Loznitsa per questo appuntamento ha portato del materiale video, in modo tale da poter spiegare meglio il modo di concepire e realizzare un’opera, il suo tipo di lavoro di scelta e assemblaggio del materiale d’archivio.

Prima di dare avvio a questa lezione di cinema, però, Alberto Crespi, per inquadrare bene il percorso cinematografico del regista, gli chiede come mai, dopo gli studi matematici ha scelto questo indirizzo completamente avulso dal precedente.

Loznitsa ha spiegato che inizialmente era indeciso su tre indirizzi universitari: la facoltà di storia, l’istituto di scrittura e, appunto, l’istituto di cinematografia.

Riflettendoci, era giunto alla conclusione che il cinema contiene anche gli altri due aspetti culturali. Le opere cinematografiche si costruiscono infatti anche tramite scrittura e possono essere documenti storici.

Per corroborare questo ragionamento e per mostrare come si svolge il suo lavoro, Loznitsa ha scelto di proiettare e commentare tecnicamente Blokada (2006), il suo primo lavoro basato sul materiale d’archivio.

Courtesy by UnArchive Found Footage Fest

Un approccio al Found Footage che fu del tutto casuale, perché il regista stava terminando di montare Il ritratto (Pejzaž, 2002) e nella stanza accanto c’era un montatore che stava lavorando su del materiale riguardante l’assedio di Leningrado. Loznitsa rimase estasiato da queste potenti immagini di quel tragico fatto.

E sebbene l’assedio sia durato oltre tre anni, sostanzialmente restano soltanto sei ore di materiale.

Blokada, che letteralmente significa blocco, ricostruisce tramite l’assemblaggio di materiale d’archivio l’assedio di Leningrado, che si svolse tra l’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944. Fu la più umiliante sconfitta dei nazisti.

Il documentario è strutturato per brevi capitoli, divisi da spazi neri. Nel rielaborare questo materiale, realizzato da differenti operatori, Loznitza ha optato per una ricostruzione che potesse rendere più drammaturgici quei momenti. Ha creato un crescendo della tragedia. Le uniche ferme regole che si è posto sono state quelle di non utilizzare voice over e musica di commento.

E in questa Masterclass il primo aspetto tecnico su cui si è soffermato Loznitsa è stato il suono. Raramente i filmati d’epoca hanno una colonna sonora. Pertanto uno dei lavori di ricostruzione è stato  quello di aggiungere suoni e/o commenti.

E come esempio prende le prime scene di Blokada, spiegando che, dovendo dare il “suono” a dei passi di alcune donne per strada, ha chiaramente rispettato la sincronia suono/immagine, ma facendo in modo che il rumore apposito fosse spalmato su quella scena.

Altra dimostrazione su come inserire un suono che possa riempire e dare maggiore forza alle immagini, senza che risulti troppo posticcio, e quello del suono di un tram che sta passando sullo sfondo di una scena. Il suono in “secondo piano” è utile perché dona maggior credibilità alle azioni che si vedono in primo piano.

In questo primo capitolo il regista ha mostrato la città. E nel secondo, per alimentare lentamente il crescendo, ha mostrato alcune scene del nemico, ossia i nazisti. Sono scene in cui vediamo i nazisti prigionieri fatti marciare, dall’esercito russo, per le strade di Leningrado.

Un escamotage psicologico, perché i nazisti venivano percepiti dal popolo russo come pericolosi, ma in questo modo i russi vedevano che i tedeschi erano stati sconfitti.

Nell’analizzare dettagliatamente queste scene, Loznitsa mostra come erano scene artefatte, create per essere filmate. Mentre questi prigionieri marciano per le strade, a un lato c’è un soldato dell’esercito russo che coreografa questo plotone di sconfitti.

C’è una donna bellissima (quindi un’attrice) rispetto alle altre donne di umili origini, inquadrata in primo piano che esulta per questa “vittoria” esibita. C’è un fiero soldato russo anch’esso inquadrato in primo piano e anche lui è marcatamente un attore.

Come ultima spiegazione a questo capitolo, Loznitsa ha raccontato come ha scelto la chiusa. La scena finale mostra questo gruppo di prigionieri che torna al campo di concentramento. Detta scena era, nel materiale d’archivio, posizionata diversamente, ma il regista l’ha messa per ultimo per non creare ambiguità storica: i nazisti venivano condotti per le strade non per essere giustiziati, ma per essere esibiti.

Passando a un altro capitolo, per mostrare come ha voluto creare un lento crescendo emozionale, Loznitsa mostra i primi bombardamenti. Edifici distrutti e in fiamme, ripresi però di notte.

Questa scelta stilistica è stata anch’esse dettata per creare maggior tensione. Mostrare questi edifici in fiamme di notte, rendeva più tragico l’evento rispetto a una distruzione vista di giorno.

E per rimarcare questo lento avvicinarsi alla sciagura che opprimerà Leningrado, il regista ha fatto notare che il primo morto si vede, fugacemente soltanto dopo dodici minuti di documentario.

Loznitsa, sempre per spiegare come erano realizzati questi filmati, spiega che erano profondamente propagandistici. Niente era lasciato al caso. Le immagini non mostrano quelle che è accaduto, ma quello che si vuole far vedere.

Tra parentesi, questo è un modo tecnico e furbesco utilizzato dal regista/reporter Gualtiero Jacopetti (1919-2011) nei suoi Mondo movies. Celebre fu l’articolo de L’Espresso che mostrava come per Africa addio (1966) il regista avesse fatto sospendere una fucilazione per poter cambiare l’obiettivo alla cinepresa.

Le scene in cui l’armata russa marcia trionfante e tronfia per le strade di Leningrado sono girate nel più bel viale della città. Per far risaltare maggiormente la forza e la bellezza dell’armata. E, a una domanda di Crespi se il popolo guardava in macchina per casualità, il regista ha dato la spiegazione.

A differenza degli Stati Uniti, tutti gli operatori russi erano mandati dal governo a filmare la vita cittadina. Non esistevano filmakers indipendenti, quindi quando la gente vedeva un operatore filmare, sapeva che era del governo, e quindi non protestava.

E proprio riguardo a questo aspetto della ricostruzione, su come mostrare filologicamente un fatto storico, Alberto Crespi chiede a Loznitsa se era a conoscenza dell’ultimo progetto di Sergio Leone, che voleva giust’appunto raccontare l’assedio di Leningrado. E di come questo kolossal avrebbe avuto un eroe (Robert De Niro) e sarebbe iniziato con Dmitrij Dmitrievič Šostakovič (1906-1975) che suonava nella sua stanza la Sinfonia n.7, intitolata proprio Sinfonia di Leningrado.

Loznitza conferma che conosceva questa idea di Leone e, aggiunge, come storico del suo paese, che quella sinfonia fu si eseguita durante l’assedio, ma Šostakovič l’aveva scritta qualche anno prima ed era stata abbozzata per un altro avvenimento.

Il regista poi puntualizza che è difficile ricreare in fiction un fatto storico, perché ci sarà sempre qualcosa di posticcio.

Courtesy by UnArchive Found Footage Fest

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