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DOUBLE BILL

“Straight Time” & “The Jericho Mile”

Tutto il cinema degli anni Settanta. Rubrica a cura di Paolo Gilli……

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Straight Time & The Jericho Mile

Questo mese parliamo di due pellicole di genere diverso, ma con alcuni punti in contatto, Straight Time (1978) e The Jericho Mile (1979).

Nel 1973 viene pubblicato No Beast So Fierce (Come una bestia feroce), il primo semi-biografico romanzo di Edward Bunker. Il regista, Ulu Grosbard ne passa una copia all’amico Dustin Hoffman, che non solo si innamora del libro, ma ne acquista anche subito i diritti. Hoffman all’epoca cercava un soggetto per il suo debutto alla regia e la scelta cadde su Straight Time (da noi Vigilato Speciale). Anche se alla fine la regia passò nelle mani di Grosbard, che aveva già diretto l’attore nel curioso Who is Harry Kellerman and why is he saying those terrible things about me? (1971), Hoffman fu la forza trascinante e centrale nella realizzazione del film, passando tantissimo tempo in compagnia di Bunker e altri (ex)criminali e addirittura infiltrandosi per un giorno a San Quentin tra i prigionieri. Il film esce cinque anni dopo e mostra tutti i segni del labour of love.

Vigilato speciale rimane, come la sua controparte letteraria, una degli sguardi più autentici sull’esistenza criminale mai visto sul grande schermo. Uno studio caratteriale, al limite dell’antropologia sociale. La storia di Max Dembo è una lotta disperata. La lotta di un uomo rilasciato di prigione dopo sette anni, alla ricerca della normalità. Un lavoro, una ragazza, essere come tutti gli altri.

“I just want to be like everybody else. I want a decent job, I want a decent place to live, I want somebody to love me, I want clothes on my back and have some self-respect.”

Max ci prova, ma è un uomo che ha passato la maggior parte della sua vita in istituzioni e carceri e semplicemente non è più abituato, e neanche equipaggiato, per funzionare “all’esterno”. Non lo aiuta certo il suo responsabile per la libertà vigilata (un ottimo M. Emmett Walsh), pronto a fottere Max per un niente e a rimandarlo in prigione.

Max Dembo, il personaggio interpretato da Hoffman (basato liberamente su Bunker stesso), è forse la migliore e la più sentita delle sue interpretazioni in un decennio pieno di performance stratosferiche (Little Big Man, Straw Dogs, Papillion, All the President’s Men, Lenny, The Marathon Man, Kramer Vs Kramer), offrendoci un’interpretazione controllata, senza rinunciare alla sua solita intensità, ma facendo meno di vari tick, visti in altri ruoli. Lo spettatore fa il tifo per Max, ma è evidente che il finale non può essere che tragico. L’ineluttabiltà è un tratto caratteristico dell’opera di Bunker e di conseguenza, il destino è segnato ancora prima di uscire dalla prigione. Max, non sembra mai realmente in grado di cambiare strada. La sua paranoia e claustrofobia diventano palpabili con l’avanzare dei minuti, la spirale verso il basso è inevitabile. Gli occhi di Hoffman diventano lo specchio di uno sociopatico. Straight Time racconta un autentico percorso di autodistruzione. Max non ha bisogno di tante spinte, c’è l’ha dentro. Non per caso, “I want to get caught”, è l’ultima frase pronunciata.

La storia di Straight Time era già stata narrata altre volte. La differenza fondamentale però, sta nell’onestà con cui viene raccontata e nell’attenzione mostrata ai dettagli. Oltre alla bravura di Hoffman, una buona parte del merito, va al lavoro svolto in fase di sceneggiatura, durato ben due anni. Oltre al costante coinvolgimento di Bunker (che poi avrebbe agito come consulente anche sul set), la sceneggiatura finale è firmata da Alvin Sargent e Jeffrey Boam (mentre Nancy Dowd non è accreditata). Il primo trattamento però fu opera di Michael Mann, anche lui non accreditato, ma che in questa occasione ebbe modo di conoscere Bunker, all’epoca ancora detenuto a Folsom. Collaborarono per tre mesi e Mann intervistò anche una serie di altri prigionieri. Una relazione rinnovata sul set di Heat, dove – non per caso – Come una bestia feroce, era una lettura obbligatoria per l’intero cast.

Gli attori sono in evidente stato di grazie. A parte al già citato Walsh, abbiamo Harry Dean Stanton in una delle sue migliori interpretazioni (un personaggio quasi hawksiano nel suo “professionismo”), Gary Busey (nominato lo stesso anno per Buddy Holly) e una giovane e irriconoscibile Kathy Bates. Chi buca veramente lo schermo però è Theresa Russell nel ruolo dell’ingenua, fino a un certo punto, ragazza di Sam. La bellezza naturale della Russell, all’epoca ventunenne, rappresenta alla perfezione la purezza del personaggio.

Grosbard ci descrive un mondo criminale a volte tragico, a volte assurdo, a volte comico (sottolineato dalla bella colonna sonora, usata con misura, del sempre poco nominato David Shire), ma sempre realistico e privo di ogni apparenza di gloria. Privo di giudizi o moralismo, il film non cerca scuse e non vuole impartire lezioni. Nessuna catarsi, nessuna redenzione.

Nell’accordo con la Warner Brothers, Hoffman oltre alla regia era anche riuscito ad avere il final cut, ma  a riprese finite il presidente Phil Feldman (lo stesso che aveva fregato Peckinpah, facendo tagliare 20 minuti da Il muccchio selvaggio all’insaputa del regista) prese il controllo della pellicola, negando il director’s cut. Lo studio scaricò il film nelle sale senza tante storie, risultando in un disastro critico e commerciale. Dopo due settimane fu ritirato. Hoffman fece anche causa per il trattamento riservato alla pellicola, ma non ebbe alcun successo.

Bunker, che all’epoca delle riprese era appena uscito di carcere, è poi diventato una dei massimi esponenti delle crime fiction (con pur solo una manciata di romanzi e qualche racconto all’attivo) e ha continuato a lavorare nel cinema, come sceneggiatore (Runaway Train), consulente (Heat) e attore (Long Riders, Running Man e naturalmente il Mr. Blue di Reservoir Dogs). Il debutto alla regia di Tarantino, tra l’altro, deve a Straight Time, almeno quanto al tanto citato City on Fire.

Il film di Grossbard, indica la via per altre pellicole che esplorano “lo stile di vita” del criminale, primi fra tutti proprio Thief (1981) e Heat (1995) di Michael Mann. Il regista, prima di scrivere la sceneggiatura di Straight Time, si era fatto le ossa, tra il ‘76 e ’78, su serie come Bronk, Police Story, Starsky & Hutch e Vegas. Dopo aver diretto un episodio di Police Woman (con Angie Dickinson), l’ABC gli offre di dirigere un movie of the week. Mann decide per una sceneggiatura di Jeffrey Bloom (Swan Song), ma è probabile che proprio l’incontro con Bunker, lo abbia spinto a fare il suo debutto con un film su un detenuto condannato a vita, The Jericho Mile.

Larry “Rain” Murphy (un bravissimo Peter Strauss, circondato da caratteristi del calibro di Brian Dennehy, Ed Lauter e Geoffrey Lewis), passa le poche ore di libertà di movimento nel cortile della prigione, correndo, miglio dopo miglio, giorno dopo giorno. Non ha molti contatti con gli altri detenuti, ma sembra rispettato o perlomeno lo lasciano in pace. In fondo non fa altro che correre. Correre veloce. Di questo si accorge uno degli amministratori della prigione, convinto che Murphy potrebbe addirittura qualificarsi per la squadra olimpica. C’è solo un piccolo problema. Murphy ha da scontare una condanna a vita. Riuscirà a qualificarsi?

The Jericho Mile è un prison movie abbastanza singolare. Ci sono tutti gli elementi del genere, ma la componente sportiva lo differenzia da altre pellicole simili. Nonostante sia stato realizzato tra i detenuti nella prigione di Folsom, il film esiste in un luogo irreale, per non parlare dell’improbabilità della trama. D’altro canto, The Jericho Mile non vuole essere realistico, ma raccontare un sogno impossibile, quasi una favola, e lo fa con un vigore contagioso per lo spettatore. Il sogno di ogni detenuto, correre verso la libertà. Per questo, nonostante più di qualche ingenuità, il film funziona.

Mann, mostra già segni di grandezza cinematografica ed alcuni elementi caratteristici della sua futura filmografia (di contenuti, come di tecnica, ad es. il rapporto tra immagini e musica; viene usata una versione strumentale di Sympathy for the Devil assolutamente trascinante), inclusa la ricorrente battuta, pronunciata qui per la prima volta da Murphy, “Are you gonna tell me they invented a hard time you can’t handle?”, ripresa similmente poi in un episodio di Miami Vice (Give a little, take a little), nell’episodio pilota di Crime Story e naturalmente in Heat. La visione dell’individuo qui mostrata, ritorna spesso nel cinema di Mann. Un uomo, che prende una decisione e ne affronta le conseguenze. Non nega il passato, e se ne pente, ma rifarebbe la stessa cosa se si ritrovasse nella stessa posizione.

The Jericho Mile vinse 5 premi televisivi, tra cui 3 Emmy (uno per il notevole montaggio) e in alcuni paesi europei ebbe anche un’uscita cinematografica. Dopo questo successo Mann ebbe molte proposte per il suo passaggio al cinema, decidendo infine per quella che sarebbe diventata il suo primo capolavoro, Thief.

PAOLO GILLI