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Approfondimenti

Paul Newman: oltre lo sguardo di ghiaccio di un divo iconico

Il 26 gennaio 1925 nasceva Paul Newman, un'icona cinematografica eterna che ha lasciato in eredità molto di più dei suoi occhi di ghiaccio

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Il 26 gennaio 1925 nasce a Cleveland, in Ohio, Paul Leonard Newman, il divo dagli occhi di ghiaccio e dalla bellezza di un angelo. Giovane turbolento e amante dello sport, si affaccia al mondo dello spettacolo quasi accidentalmente, solo dopo un’esperienza come operatore radio nelle forze aeree e dopo essere stato espulso dalla squadra di football del college. L’incontro con il teatro, insomma, è quasi un ripiego, una fortunata deviazione del destino che lo porta a debuttare nel 1953 a Broadway, a seguito di un apprendistato nel celeberrimo Actor’s Studio di Lee Strasberg.
È proprio in questo ambiente formativo che mette a punto e persegue il cosiddetto
method acting – un’interpretazione profondamente introspettiva e mimetica dei personaggi – che in quegli stessi anni stava ottenendo consensi grazie alla fama dei giovani ribelli James Dean e Marlon Brando

Un altro che mi è sembrato sereno, e bello da perdere la testa, è Paul Newman […] ha occhi come il mare, ed è un mare nel quale ti viene veramente voglia di tuffarti. (Claudia Cardinale)

L’esordio cinematografico

L’esordio cinematografico sotto la Warner Bros non è certamente dei migliori, per usare un eufemismo. Dopo alcune brevi apparizioni in teatro e in televisione, Il calice d’argento, film in costume del 1954 diretto da Victor Saville, è disastrosamente recepito dalla critica: Newman, protagonista della pellicola, si vergognerà a più riprese di aver partecipato a quella produzione. Fortuna vuole che, dopo una folgorante esibizione teatrale, l’anno successivo venga notato da Robert Wise (regista, per intenderci, di West Side Story, Tutti insieme appassionatamente e Star Trek), che sceglie di scritturarlo, per una parte precedentemente rivolta a James Dean, in Lassù qualcuno mi guarda (1956), in cui interpreta il ruolo del pugile Rocky Graziano. Torna, dunque, la sua esperienza sportiva, così come tornerà il suo passato militare, acquisito durante la Seconda guerra mondiale, in Supplizio, Dalla terrazza ed Exodus

In brevissimo tempo, Paul Newman diventa uno dei più amati divi nella Hollywood dei belli e dannati. E bello e dannato lo è sempre stato, lui che con i suoi personaggi ha fatto trasparire un altro lato del fascino maschile, quello di uomini fragili e tormentati. Basti pensare al represso e latentemente omosessuale Brick Pollitt di La gatta sul tetto che scotta l’arrogante e autodistruttivo Hud Bannon di Hud il selvaggio. 

 

Paul Newman, il divo dagli occhi di ghiaccio

Paul, però, non è un attore come gli altri, e non si accomoda sugli allori del successo straordinario che stava ottenendo con le sue interpretazioni. Nel 1968, forte della sua riconoscibilità globale, debutta alla regia con La prima volta di Jennifer, film che vede protagonista la moglie Joanne Woodward, e in cui entrambi vengono premiati ai Golden Globes. Girerà altri quattro film (Sfida senza paura, Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilda, Harry & Son e Lo zoo di vetro) apprezzati dalla critica a fasi alterne.  

Newman è stato un vero e proprio habituée degli Academy Awards (e non solo): dieci candidature, dal 1959 al 2003, tra film diretti e interpretati, di cui tre vittorie. La peculiarità, però, è che la sua prima statuetta come Miglior Attore (per Il colore dei soldi di Martin Scorsese, nel 1987) la vince solamente dopo aver ricevuto l’Oscar Onorario, nel 1986, entrando nel ristretto club di coloro che sono stati premiati dagli Academy prima per la loro carriera che per un film a cui hanno preso parte (tra cui Charlie Chaplin, Henry Fonda, Laurence Olivier, Spike Lee ed Ennio Morricone).

Paul Newman : un artista “impegnato”

La terza vittoria, inoltre, è stata altrettanto significativa. Nel 1994, alla cerimonia degli Oscar, riceve il Premio umanitario Jean Hersholt, onorificenza attribuita a figure nel mondo di Hollywood distintesi per il loro contributo ad alcune cause umanitarie. Lo statuto divistico di Paul Newman, infatti, ha compreso anche questo. Il «bello da perdere la testa» si è sempre contraddistinto per il suo impegno politico – decisamente schierato con i democratici, tanto da essere particolarmente avverso anche al repubblicano Richard Nixon a causa delle sue opinioni critiche sul Vietnam – oltre che essere stato un difensore dei diritti civili e promotore di numerose iniziative benefiche. Un atteggiamento fuori dal set apparentemente opposto all’immaginario che aveva creato con i suoi ruoli, ma, in realtà, in linea con il suo rapporto del tutto consapevole con la fama e con il suo status mediatico.  

Paul Newman, ripensando la figura della star, ha saputo fare proprio questo: conciliare l’eterna immagine del divo dagli «occhi come il mare», perfettamente integrato nello star system, con la responsabilità etica di una persona del suo calibro e della sua immensa platea, consegnando alle generazioni di attori successive un modello di fertile ispirazione. 

 

Fonti: Treccani Enciclopedia, Biography, Cinekolossal

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