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AMERICAN SPLENDOR

L’estate del nostro malcontento

Illuminazioni dal cinema indipendente americano. Dalla nostra corrispondente da New York Stefania Paolini…

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Ho sempre pensato che il fatto che detestassi l’estate fosse semplicemente un refuso dell’avere pessimi rapporti con la non lusinghiera distribuzione del mio adipe. Non era il caldo intollerabile, l’umidità che si appiccica al lavoro del tuo coiffeur, il fatto che tutto inevitabilmente rallentasse quasi a diventare una simulazione di vita. Non era il senso di stasi esistenziale, di sospensione forzosa che avviluppa ogni minima azione. No, erano le ‘bracciotte’. Quando sarò magra, anche io verrò iniziata alle magnificenze della bella stagione e ne godrò.

 

Posso dire con orgoglio di essere oggi sufficientemente secca.

 

Ma l’estate, no, quella mi fa tuttora abbastanza schifo.

 

Negli Stati Uniti l’estate esiste più come fenomeno di street couture – ragazze andare in giro svestite e’ assolutamente OK! – o per giustificare insalubri abitudini alimentari – se non è grigliato non e’ commestibile – piuttosto che come categoria ontologica. Nulla rallenta, nulla smette e i cinema non espongono nessun offensivo “arrivederci a Settembre”. Anzi, gli studios hollywoodiani fatturano il grosso del proprio malloppo proprio durante questo periodo.

 

Il cinema indipendente si è dovuto, negli anni, adeguare a fortiori, quindi vai di uscite estive, invadiamole queste sale, inondiamo il mercato dell’home video con pellicole succose. Il che sarebbe anche cosa buona ed assai pia, se non fosse che i film usciti quest’estate si sono rivelati più intollerabili della sabbia nel proverbiale slippino.

 

Ormai è nozione comune che il cinema americano sia in crisi conclamata. Nessuno è più coraggioso, sempre i soliti schemi e che barba e che noia, meno male che c’e’ HBO e AMC che non solo ci mostrano le signorine in deshabillé’, ma ci raccontano anche delle belle storie nerborute.

 

E il cinema indipendente arranca. Pochi soldi, ancora meno stile e ispirazione inesistente.

 

E se il buongiorno si vede dal mattino, iniziamo la stagione con una bella e roboante pernacchia: The Sound Of My Voice di Zal Batmanglij. Una coppia di giornalisti (Christopher DenhamNicole Vicius) si trova ad investigare su di un culto capitanato dalla misteriosa, carismatica e forse ultraterrena Brit Marling (Another Earth2011), anche co-sceneggiatrice del film. Ma l’obiettività circa i reali intenti della congregazione è messa presto a repentaglio dal potere persuasivo della leader in questione.

 

Culti, essenze stellari, manipolazione, tutti temi molto trendy e pienamente sfruttati nel corso del 2011 da un florilegio di pellicole, da Martha Marcy May Marlene (2011) allo stesso Another Earth, sempre co-sceneggiato dalla bella Brit. Ora sul fatto che la Marling sia adatta ai ruoli di fascinosa aliena non ci piove. Ma pare sconsigliabile per un’attrice così giovane rimanere intrappolata  così presto in un cliché che rischia di determinare il corso di una carriera in fieri. Anche perché di biondine un po’ radical chic ne e’ pieno il mondo e Greta Gerwig è già lì che affila gli artigli.

 

Brit Marling ama giocare alla regina dei ghiacci e inventarsi storie con risvolti sci-fi e va perfettamente bene così, ma essere formulaici non è l’equivalente dell’avere uno stile. Detto questo, The Sound Of My Voice esibisce ben altri, più macroscopici difetti. Il film parte decentemente, intriga, ma poi la storia si siede e s’affloscia impietosamente nella seconda parte. Il plot si intorcina e contraddice, diventa reticente quando dovrebbe dire e soprattutto non termina.

 

Spendiamole queste due parole sull’ossessione del cinema indipendente verso il finale aperto…

 

Il finale aperto ha un suo senso estetico e diegetico quando non se ne abusa, se non lo si strumentalizza per dissimulare un’incapacità narrativa. E poi d’accordo che un regista indipendente si aspetti sempre lo spettatore savant ed engagé, ma la chiaroveggenza alla scuola di giornalismo ancora non la insegnano. Reclamiamo con forza una bella struttura, che non vuol dire rifugiarsi nei tre atti.

 

A volte la storia finisce proprio nel non finire, quello è il suo destino, ma qui parliamo di statistica. E non ditemi che è questione di modernismo post-post, di inconcludenza intima dell’esistere attuale. Io sono convinta s’abbia più che altro a che fare con pigrizia o imperizia. E si tratta di un cancro generazionale, temo.

 

Dei film che ho visto quest’estate solo quelli appartenenti ai generi ‘minori’, come l’horror Rites Of Spring (2012), o il drammone semi-erotico About Cherry (2012) mostravano una conclusione legittima degli eventi. Negli altri casi sembra quasi che il finale aperto fosse una sorta di imprinting, guai a farne a meno ché potrebbero ritirarti il tesserino di autore.

 

Abbiamo capito che ai giovani cineasti americani non piace finire le storie. Non piace loro nemmeno osare, se è per questo. Mi spezza il cuore e mi rende furiosa vedere quanto danaro e talento vengano sprecati in produzioni pretenziose che sguazzano dentro i canoni peggio delle più becere pellicole hollywoodiane. E no, non basta dipingere personaggi riprovevoli e odiosi per svangarla.

 

Questo è per esempio il caso sia di Silver Tongues (2012) che di 30 Beats (2012), entrambi film trainati da personaggi e dialoghi pretenziosi, privi di un reale plot, pellicole falsamente impressionistiche e decisamente noiose.

 

Silver Tongues (Simon Arthur) è fondato quasi totalmente sull’accostamento di tableaux che ritraggono una coppia (Lee TergesenEnid Graham) di diabolici amanti, impegnata ad imbastire brevi e perniciose rappresentazioni a danno di ignari sconosciuti. Sviluppo dei personaggi minimale ed ancor più evanescente crescita narrativa. Un classico caso di shock a buon mercato che fa sempre figura nei pitch ai produttori. In realtà ci troviamo davanti più una promessa, e di converso un desiderio, di shock, dato che lo sconvolgimento reale consegnatoci da prove attoriali discrete e’ infatti piuttosto esiguo.

 

Nessuna qualità redimente invece per 30 Beats (Alexis Loyd). Neppure la procace siluette di Paz De La Huerta  (Boardwalk Empire) oblitera l’amarezza per un film amatoriale e abborracciato, inutile quanto odiosamente auto-indulgente. La banalità della situazione narrativa da sola dovrebbe bastare per mettere sul chi va là e per garantire un fiasco pressoché inevitabile. 30 Beats infatti racconta le vicende sentimentali di un gruppo di newyorkesi legati dal tenue fil rouge del destino. A chi interessa questa roba? Sinceramente? Esistono ancora produttori disposti a gettare i propri zecchini in un progetto di tal risma? E si vede di sì.

 

I ragazzi si faranno” qualcuno potrebbe obiettare: 30 Beats è pur sempre opera prima (e ci auguriamo ultima) di un esordiente. La frustrazione derivante dalla visione di una pellicola simile è nulla in confronto allo sconforto e sgomento che possono travolgere quando si assiste allo schioffo di un maestro.

E sì, ho visto Magic Mike (Steven Soderbergh2012).

 

Il picco dell’estate del mio malcontento.

 

Ho scientemente preso la metro, ho sfidato il traffico del weekend newyorkese, vinto le orde di donne iper-ormonate e strafatte di 50 Sfumature di Grigio, solo per andare incontro, quasi immolandomi lo ammetto, alla visione di una delle porcherie più imperdonabili degli ultimi mesi.

 

E io non sono esattamente una spettatrice selettiva. Credete.

 

Steven, ora però tu devi dirci cosa e’ successo.

 

The Girlfriend Experience (2010) ritengo fosse un grido d’aiuto abbastanza manifesto e speravo qualcuno lo avrebbe colto. Invece nessuno ti ha aiutato. Come mi spiace, Steven. Come supererai l’imbarazzo, i risolini dei colleghi? Come potrai mai vivere con la consapevolezza di aver scelto cicciobello, alias Channing Tatum, come tuo protagonista? Ti hanno costretto? Eri drogato? E vogliamo parlare dell’altro elemento, Alex Pettyfer? Per carità del Signore, un bel giovanotto, ma qualche lezione di dizione e recitazione, no? No. Ma mi fermo qui. Non intendo infierire ed investigare sul come certi dialoghi abbiano potuto mai venire alla luce.

 

Sapete come si dice, se devi fallire, fallisci alla grande.

E tu Steven, sei in ogni caso sempre sommo.

Stefania Paolini

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