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TORINO FILM FESTIVAL

Christian Petzold, l’intervista al regista del film ‘Il cielo brucia’

Il cielo brucia è appena uscito in sala il 30 novembre

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Christian Petzold ha diretto il film Il cielo brucia in concorso al Festival di Berlino e vincitore del Gran Premio della Giuria con presidente Kristen Stewart. Il film è stato inoltre presentato al Torino Film Festival, Tallinn Black Nights Film Festival, Tribeca Film Festival, San Sebastian Film Festival e molti altri.

Il regista tedesco è conosciuto per i film La scelta di Barbara, Undine – Un amore per sempre, La donna dello scrittore e Il segreto del suo volto.

L’intervista

 Il cielo brucia è il secondo film della tua trilogia. Ci potresti dare maggiori informazioni sul terzo? 

“Devo rispondere partendo da questo dato di fatto: l’Italia è un paese cattolico e io, invece, sono protestante e come Leon ho la tendenza a parlare sempre di lavoro e di quanto quest’ultimo sia gratificante e di come ti può portare in paradiso”.

Quando mi diverto a girare un film, come è successo con Undine, ad esempio, subito ho la sensazione di essere appagato e capisco subito di dover tornare al lavoro. Così ho deciso di realizzare una trilogia. Avevo in mente di realizzare un progetto basato sugli elementi: Undine trattava dell’acqua, Il cielo brucia del fuoco.

Tuttavia, durante la lavorazione di questo film e della  stesura della sceneggiatura, ho ridefinito l’idea di non creare una trilogia e di impegnarmi in un progetto diverso in cui gli elementi non hanno alcun ruolo.

Tornando alle scene girate attorno a un tavolo, in cui un gruppo di persone chiacchiera, mi sono reso conto  che nei miei film precedenti mi ero concentrato solo su due figure che si trovavano l’una di fronte all’altra, e non avevo mai lavorato con un gruppo di persone perché sono scene difficili da girare.

Visconti realizzava queste scene ed era bravissimo. Naturalmente, sono anche frutto di tanti giorni di prove e di lavorazione. Ho capito che questo poteva essere il mio obiettivo: riprendere la dinamica dei loro sguardi, quello che accade anche “sotto il tavolo”. L’esperienza di questo film mi ha aiutato a comprendere la realizzazione dei miei prossimi progetti, che esamineranno la dinamica di gruppo: persone che cercano il modo di sopravvivere, come una famiglia, o un gruppo politico o un sindacato. In questi tempi di crisi mi interessava studiare le comunità che tentano di sopravvivere.”

“Il cielo brucia” ha molto di Ingmar Bergman e il regista svedese a sua volta è molto connesso con il regista italiano che hai citato prima, ovvero Luchino Visconti. Bergman lo ha spesso menzionato anche perché entrambi hanno avuto una carriera legata al palcoscenico. Parlando di Visconti e Bergman cosa ti verrebbe da dire?

“Sì, è interessante notare che Ingmar Bergman era protestante e Luchino Visconti era cattolico. C’è una connessione importante tra questi due registi, indipendentemente dal fatto che io li ami moltissimo e che adori i loro film. Mi interessa che entrambi abbiano un approccio molto misurato. E non so se questo derivi dal teatro.

Anche se non provengo dal mondo del teatro, ho notato che entrambi i registi, nei loro film, spesso tornano nello stesso luogo per due volte di seguito, oppure presentano una situazione che si ripeterà più avanti nel film, ma con una differenza significativa.

Questa differenza costituisce l’elemento di finzione che trovo affascinante. Apprezzo molto il fatto che, all’interno dei loro film, entrambi affrontino il tema della passione. Monica e il desiderio è stata una delle pellicole che ho guardato con gli attori e la troupe durante la preparazione del mio film, come se fosse stato un seminario che ci ha offerto la possibilità di entrare più a fondo in contatto con Il cielo brucia.

C’è una differenza importante tra il personaggio di Monica, nel film di Bergman, e il personaggio del mio film. In Monica e il desiderio di Bergman, la protagonista è il soggetto centrale: di lei si sa tutto, dalle sue debolezze alla sua rabbia. Durante la preparazione del mio film, ho chiesto a Paula Beer di non rappresentare il suo personaggio come Monica. Nadia è una donna diversa, indipendente. Non la si vede mai nella sua interezza, che al contrario avrebbe distorto il concetto del film.”

Come è nato il rapporto artistico con Paula Beer e qual è la motivazione per cui è stata scelta sempre come attrice nei tuoi film?

La donna dello scrittore” è stato il primo film che ho realizzato con Paula. In Undine ho notato che lei e Franz Rogowski erano gli attori più profondi con cui avevo lavorato. Non dico i migliori o i peggiori rispetto ad altri. Dopo un po’ di tempo, ho individuato l’elemento che li caratterizzava entrambi.

Nessuno dei due attori ha frequentato una scuola di recitazione o  di drammaturgia; sono arrivati al cinema attraverso altre strade, come la danza e frequentando le sale cinematografiche. Entrambi hanno una grande conoscenza del cinema. Ad esempio, Paula ha visto 30 film di Hitchcock e con lei posso discutere di cinema. La cosa interessante è che sembra non essere in scena quando sta recitando. Sono convinto che lei dirigerà dei film propri, ma fino a quel momento deve continuare a recitare perché è troppo brava.”

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