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IN SALA

Venezia.69: “Bella addormentata”: la reazione di Bellocchio (In Concorso)

Tutto è evaporato, come neve al sole. L’esplosione non c’è stata: intensità ridotta. L’aura simbolica, quel ‘cripticismo-immaginifico’ di ‘attraenza’ (per i confini dell’immaginazione e degli stimoli che molte volte nelle sue pellicole Marco Bellocchio ha generato) fatto di sguardi, parole, corpi, pensieri, azioni, paesaggi interiori ed esteriori, non ha trovato lo sbocco pieno e totalizzante in “Bella Addormentata”

Publicato

il

Anno: 2012

Distribuzione: 01

Durata: 110’

Genere: Drammatico

Nazionalità: Italia

Regia: Marco Bellocchio

Tutto è evaporato, come neve al sole. L’esplosione non c’è stata: intensità ridotta. L’aura simbolica, quel ‘cripticismo-immaginifico’ di ‘attraenza’ (per i confini dell’immaginazione e degli stimoli che molte volte nelle sue pellicole Marco Bellocchio ha generato) fatto di sguardi, parole, corpi, pensieri, azioni, paesaggi interiori ed esteriori, non ha trovato lo sbocco pieno e totalizzante in Bella Addormentata. L’attesissimo lungometraggio (in concorso), da domani anche a disposizione del pubblico nelle nostre sale, reazione personale e artistica maturata del tutto casualmente dal maestro piacentino, senza alcuna premeditazione (come lui stesso ha dichiarato in conferenza stampa), alle ‘aggressioni’ mediatiche e non che il caso Englaro gli ha generato, non reca in sé quella densità che mi attendevo. Tale monchezza appare ancora più lampante alla luce delle intenzioni con cui Bellocchio si è apprestato a dare forma filmica a tali sollecitazioni, coinvolgimenti.

Dopo aver fatto maturare per un po’ in me le immagini-personaggi-situazioni che il caso Englaro mi aveva prodotto per come era stato rivelato-raccontato, ho chiamato gli sceneggiatori Rulli e Raimo e abbiamo cominciato a scrivere queste storie che si stagliavano e sviluppavano sullo sfondo degli ultimi 6 giorni di stato vegetativo di Eluana. Nel film non è presente alcun mio punto di vista che rivesta forma ecumenica. Parimenti, non c’è odio né disprezzo per quei punti di vista sicuramente distanti dal mio. Un po’ tutte le storie hanno qualcosa di me. Non ho voluto castrare la mia immaginazione, ho agito in nome di quella libertà espressiva che da sempre il mio cinema accoglie e rappresenta”.

Proprio la potenza di tale libertà espressiva manca, solo in radi momenti si fa palese e vibra. Nella dialettica col caso Englaro, Bellocchio si sofferma su dei risvegli, fisici e simbolici. Uliano Beffardi, un senatore (ancora Tony Servillo, che ne assorbe perfettamente l’incertezza e il bivio esistenziale di cui si carica), ex socialista iscritto a Forza Italia, deve prendere presto una decisione che investe non solo il caso Englaro, ma la sua stessa vita politica e privata, incancrenita dalla distanza che la figlia Maria, attivista per la vita, pone sempre di più tra loro. Maria (la Rohrwacher, empatica in un ruolo adatto alla sua essenza più ‘angelica’ che inquieta), segnata dalla morte della madre consumata da una malattia, e accecata dal fantasma di un padre in qualche modo responsabile di quel decesso, nel recarsi ad Udine per protestare dinnanzi alla clinica dove Eluana era stata condotta per porre fine al suo accanimento terapeutico, incontra e si innamora di Roberto (un Michele Riondino dalla caratterizzazione inedita e convincente), che abbraccia una difesa laica opposta alla sua, esaltata-estremizzata dal fratello minore (accudito-subìto da Roberto nel ricatto del legame di sangue), infuocato da un ardore-tensione (quella sì di stampo bellocchiano, che ricorda il Lou Castel de Nel nome del padre) anticlericale, fase aggressiva della propria scissione di personalità. Rossa è invece una tossica (Maya Sansa sempre piena nelle incarnazioni che Bellocchio le delega) decisa a togliersi la vita, imbattutasi in Pallido (Piergiorgio Bellocchio che non ha più bisogno di dimostrazioni quanto a densità attoriale), un medico deciso ad impedirle di morire. La Divina Madre (Isabelle Huppert, garanzia di eccellenza), attrice di successo che imbastisce la propria morte, affossando tutto il vissuto (compreso figlio e marito) dentro la simbiosi con la giovane figlia in coma (mantenuta in vita artificialmente), in un rapporto consapevolmente falso con la religione, conscia di non possedere quella fede santa che sola potrebbe produrre un miracolo e un risveglio. La clinica di Udine e l’aula del Parlamento sono sempre là, pervadendo da ‘lontano’ (accostati fisicamente o penetrati da schermi televisivi) l’incontro-scontro di tutti questi esseri umani, le loro tensioni e aspirazioni, senza una reale pressione ma con un fermento invisibile, indiretto, sottile (e questo la pellicola lo rende egregiamente).

Eluana, la sua esperienza, le reazioni di una politica dipinta sotto il prisma originale della depressione (fissata dentro una scena emblematica e gradevolissima nella verità che l’analisi spietata di Roberto Herlitzka parlamentare-psichiatra srotola in una sauna da ‘impero romano’) e di una società civile spaccata apparentemente in due, con assoluta onestà intellettuale (altro pregio del film), non viene vissuta dai nostri protagonisti quale unicum per conquistare una improcrastinabile libertà di scelta (di cui non sanno che farsene, incapaci-impossibilitati a gestirne la portata sovraumana che contiene): essi sono aggrovigliati nelle proprie esperienze, e la chiave di un reale mutamento pare venire soltanto dall’amore. Maria va incontro a Roberto, abbandonando la veglia-preghiera più volte, Rossa rinuncerà al suicidio perché toccata dalle attenzioni-considerazioni di Pallido nei suoi confronti. A mancare è, purtroppo, un tocco più alto e pungente di deviazioni-astrazioni immaginifiche, quella dimensione di irrealtà-sospensione, quella densità del sentire e del vedere, così reale nelle verità inconsce che Bellocchio ha sempre saputo trasmetterci.

Maria Cera

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