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Venezia.69. “Après mai” di Olivier Assayas: solo il cinema risorge il perduto (In Concorso)

In conferenza stampa, Olivier Assayas toglie qualsiasi dubbio sulle sue intenzioni: “ Non ho volutamente dato una definizione sociale, ho voluto rappresentare la classe media – perché è quella da cui provengo – , in una giovinezza autobiografica fatta di scoperte del mondo, ingenuità, tensioni di crescita, desiderio di cambiamento. Racconto il post ‘68 (non ciò che il ‘68 ha rappresentato), un periodo nato nel caos ed evolutosi nel caos”. E tale ‘dispersione’, ‘smarrimento’, è costantemente palpabile nella evoluzione della vita dei giovani che Assayas racconta.

Publicato

il

Anno: 2012

Distribuzione: Officine Ubu

Durata: 122′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Francia

Regia: Olivier Assayas

Il concorso arriva finalmente in cima. Dopo Daniele Ciprì, Olivier Assayas con Après mai risolleva lo sguardo verso confini più radi e misteriosi. Un lungometraggio-flusso leggero e complesso, nelle rivelazioni contraddittorie e nei quesiti  in cui ci induce ad infilarci, illuminati ed accompagnati dal prisma-crisalide della giovinezza, l’età dell’uomo che più di tutte riflette la luce ‘di grazia’ dei bisogni realmente attesi e capaci di renderci pieni, perduti-cancellati da una feroce-smemorata-disincantata maturità. Assayas ha intuito tutto questo da tempo, quasi 20 anni fa, all’epoca dell’estatico e poetico l’Eau froide (1994). Ci ritorna, oggi, mosso dalla necessità di  contenere tale  riflessione in una dimensione più realistico-concreta. All’autobiografismo, guida precedente, affida di nuovo le redini nel viaggio dentro il periodo storico del post ‘68 (che ha contenuto la sua gioventù, i propri fermenti creativi, la propria crescita).

In conferenza stampa, il regista toglie qualsiasi dubbio sulle sue intenzioni: “ Non ho volutamente dato una definizione sociale, ho voluto rappresentare la classe media –  perché è quella da cui provengo – , in una giovinezza autobiografica fatta di scoperte del mondo, ingenuità, tensioni di crescita, desiderio di cambiamento. Racconto il post ‘68 (non ciò che il ‘68 ha rappresentato), un periodo nato nel caos ed evolutosi nel caos”. E tale ‘dispersione’, ‘smarrimento’, è costantemente palpabile nella evoluzione della vita dei giovani che Assayas racconta.

Gilles (l’alter ego del regista, continuum ideale del Gilles de l’Eau froide reso in tutta la fragilità, l’individualismo e l’interiorità che lo contraddistinguono da Clément Métayer), ‘è gettato’ da una forza estranea – quel SUPER IO SOCIALE, che a quel tempo muoveva senza remore all’azione, alla responsabilità verso valori  resi troppo astratti – nella lotta studentesca, introdotta narrativamente dalla repressione della manifestazione del 9 febbraio 1971 ad opera delle Squadre Speciali, nate proprio in quegli anni. Seguiamo Gilles nella sua iniziale determinazione e, di riflesso, le giovani esistenze maschili e femminili che ne condividono il momento, penetrando nel tempo malinconico e sospeso della gioventù, raccontata senza stereotipi (a parte l’impianto in superficie che segue una forma votata alla bellezza, estetica accettabile nella misura in cui traduce visivamente tutta la potenzialità di frutto: mentale, fisico, immaginifico, che quel periodo della nostra vita contiene), mettendo invece in vivida luce le contraddizioni ideologiche-politiche-sociali di un momento storico in cui, per usare le parole del regista: “Avevano un valore simbolico solo il rifiuto del mondo, la marginalità, l’impegno totale. Un integralismo assolutamente distruttivo… È una generazione, quella del post ’68, che ha pagato un tributo molto pesante”. Nei sentimenti, nella sessualità, nella idealità, una luminosa malinconia trasuda dalle giovani vite che si accostano alle esperienze che man mano affrontano. Gilles presto abbandonerà l’afflato politico, incapace di rendergli-trasporgli il riferimento nel quale risolvere la propria tensione, che imparerà a rivestire delle necessità di cui ha bisogno: l’arte, prima incarnata nella pittura e definitivamente risolta dentro il cinema, sarà l’unica ‘via di fuga’ nella quale evolversi, rispetto ad un mondo così lontano nella realtà delle sue rappresentazioni dal soddisfare le ‘promesse di bellezza e di pienezza’ della giovinezza.

Assayas in questo affresco poetico e realistico che ci rende rimarca il suo cinema di sintassi costantemente in dialogo-interrogazione, che non si pone come obiettivo l’indirizzo di sguardo dei suoi fruitori, bensì che ‘formi’ senza una diretta informazione, che narri senza una diretta narrazione. Aprè mai è anche omaggio alla controcultura (free press, musica, letteratura underground, cinema sperimentale), quell’azione minoritaria incapace (rispetto all’arte) di avere valenza maggioritaria, eppure sola fonte di reali stimoli nel post ‘68, importante canale formativo della sensibilità e identità dello stesso Assayas. Oggi purtroppo è totalmente tramutata nel senso e nel significato dalla democratizzazione dei mezzi di comunicazione, che ne ha appiattito-depontenziato-infiacchito la tensione critico-creativa, rendendola inadeguata nel fornire efficaci strumenti di lotta al vuoto contemporaneo.

Maria Cera

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