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VISTI AI FESTIVAL

Venezia.69: “Keep smiling” di Rusudan Chkonia (Giornate degli autori)

Un programma competitivo per eleggere la migliore “Mamma georgiana”: le concorrenti vengono via via a confrontarsi con lo smantellamento dei valori tradizionali della famiglia georgiana, costrette a prostituirsi per apparire migliori o più belle, in nome, però, in questo caso, non della fama ma della fame. La posta in palio infatti è una casa e 25.000 $

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Anno: 2012

Durata: 91′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Georgia

Regia: Rusudan Chkonia

 

La magia dei festival è questa straordinaria apertura che la distribuzione classica proibisce al pubblico di avere: così ci si imbatte piacevolmente in produzioni di un cinema che, francamente, non si pensa che effettivamente abbia un’attività locale. È il caso di questo piccolo film, Keep smiling, georgiano di nascita.

Scanzonato quanto mesto racconto dell’influsso impietoso della televisione nelle nostre vite, ad un certo pubblico nostrano farebbe rivivere gli anni Novanta della televisione italiana, quando la dimensione privata era entrata a far parte degli show televisivi che precedono i reality, con quelle competizioni di svariata natura volte a denudare letteralmente la normalità.

Il film è l’essenza in chiave georgiana del show must go on che in tutto il mondo è già stata raccontato in più situazioni. In questo contesto, al centro del meccanismo è un programma competitivo per la migliore “Mamma georgiana”: un concorso di bellezza e di finte abilità.

Le concorrenti vengono via via a confrontarsi con lo smantellamento dei valori tradizionali della famiglia georgiana, costrette a prostituirsi per apparire migliori o più belle, in nome, però, in questo caso, non della fama ma della fame. La posta in palio infatti è una casa e 25.000 $, soldoni per quella fetta di popolo della Georgia costretta alla fuga dopo la recente invasione delle truppe russe: sfollati disperati, madri senza lavoro, vedove, fallite, purché proletarie e con qualche mira di rivalsa dalle proprie sfortunate sorti.

Il talent show porta allo sfacelo se stesso e tutte le partecipanti, che non sono pronte ad esibirsi nè a vendersi alla mercé di una cultura ancora non abbastanza sfacciata per tollerarlo.

Sulle note di questa sigla, che ti rimane dannatamente nella testa anche oltre l’uscio della sala, Rusudan Chkonia conduce le proprie protagoniste a scelte forzate che mettono in discussione la dignità umana, sfigurando i loro sforzi di mantenersi illibate agli occhi di una società che tenta di proiettarsi verso l’Occidente, ma che effettivamente è cinquant’anni indietro. Letture parallele riflettono poi su un radicato e arcaico maschilismo, che rivaluta la donna solo nella sua capacità di figliare, e la dichiara apertamente quale oggetto di un gioco superiore, ben lontana dall’indipendenza morale e sociale.

Nella povertà dei mezzi e di linguaggio, o forse nella sua essenzialità, che ci rimanda ovviamente ad atmosfere balcaniche per la vicinanza, l’opera è curiosa per lo spaccato culturale che offre di questa nazione sconosciuta; e il regista si muove cautamente registrando alcuni punti di interesse, come il finale: quando due angiolette, le responsabili della premiazione della Supermamma, rimangono a ciondolare nel mezzo del palco, dopo che tutti, concorrenti, staff e pubblico, hanno abbandonato il campo di questo gioco meschino e svuotato di ogni minima traccia di umanità.

Rita Andreetti

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