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IN SALA

Venezia.69: “E’ stato il figlio”: Daniele Ciprì solista maturo (In Concorso)

A Venezia Ciprì arriva da solo. Separazione rischiosa, ma che segna anche la fine di un percorso a cui pure creativamente si giunge. E la sorpresa, piacevolissima, di trovarsi davanti un’ ‘opera prima’ matura, che contiene tutto l’a priori di un sentiero fino a quel momento tracciato, avanzando con passo saldo e sicuro verso un ‘nuovo’ fare cinema

Publicato

il

Anno: 2011

Distribuzione: Fandango

Durata: 90′

Genere: Drammatico

Nazionalità:  Italia, Francia

Regia: Daniele Ciprì 

Daniele Ciprì e il suo E’ stato il figlio, la mia seconda visione del Concorso. Sapevo di non fallire nel puntarlo e nell’attenderlo. Insieme a Maresco, con Cinico Tv e la loro cinematografia ‘in coppia’, a seguire, Daniele Ciprì ha offerto una breccia di sperimentazione visiva e narrativa che ha abbagliato occhi (come i miei) ormai insensibili ad un cinema italiano già in piena stasi. Li ho (abbiamo) assorbiti-catturati nella loro spietata-crudele tragicomica analisi della cecità-indifferenza sociale nei confronti dell’emarginazione a tutto campo. I due diavoletti siciliani ce l’hanno mostrata senza filtro, l’emarginazione, riuscendo, con il sorriso cinico che ci rendono, a sbatterci in faccia il brutto-orrido-volgare che celiamo e fingiamo di ignorare, da cui rifuggiamo pur producendolo, essendo il frutto speculare di corrotte lotte per la sopravvivenza…

A Venezia Ciprì arriva da solo. Separazione rischiosa, ma che segna anche la fine di un percorso a cui pure creativamente si giunge. E la sorpresa, piacevolissima, di trovarsi davanti un’ ‘opera prima’ matura, che contiene tutto l’a priori di un sentiero fino a quel momento tracciato, avanzando con passo saldo e sicuro verso un ‘nuovo’ fare cinema, capace di affrontare-confrontarsi con una storia ‘normale’, raccontando con gli occhi e con le parole un pezzo di vita che esplode potente nella sua verità sociale, dentro visione e narrazione che viaggiano di pari passo, scambiandosi la palla di volta in volta nel rendere tutto l’umano possibile.

La base di partenza è l’omonimo romanzo di Roberto Alajmo, un giallo di cui Ciprì mantiene il substrato suspansivo, ridimensionato in un’estetica visiva e narrativa atta ad estremizzare il lato grottesco della vicenda. C’è Palermo (delocalizzata in Puglia per facilitazioni della relativa Film Commission) degli anni ’70-‘80 e la sua vita di appendice periferica e alienata, nella quale si consuma il dramma di una famiglia e il sacrificio del suo giovane agnello. Nicola Ciraulo (di cui Tony Servillo offre una tra le rese interpretative più alte e veritiere), porta avanti se stesso e le cinque persone di famiglia recuperando rame e ferro dalle navi in disuso, insieme al vecchio padre e al giovane primogenito Tancredi, fuori tempo, fuori carattere, incapace per condizione di tenere il passo e la logica da sopravvivenza del padre. Logica che spesso cede il posto ad un’ottusità cieca, ad un’infantile ingenuità, ad un terrore latente di doversi prendere il carico di una famiglia intera senza poter contare su suo figlio, senza poterne affidare ad un altro il fardello. Reale alter ego di Nicola e da lui amatissima, la secondogenita Serenella, vera figlia nel carattere e nella determinazione, che il caso strappa al padre negli interstizi di un regolamento da logica mafiosa, sorte a cui in ambienti come quello si sfugge solo grazie ad una casualità parimenti opposta. Da una morte vigliacca ne viene partorito un ‘riscatto sociale’ (o meglio il sogno di un riscatto sociale) altrettanto vigliacco da parte dello Stato concessore: un indennizzo alle vittime della mafia  promesso, poi certificato ma non immediatamente elargito. L’ingenuità di tutti i Ciraulo sull’immediatezza di tale resurrezione esistenziale li porterà a cadere vittima dell’usura prima, e a destinare poi tutta la ‘liquidazione’ alla fine pagata dallo Stato nel più infantile e illusorio degli status simbol: una Mercedes. Sarà propriola Mercedes l’altare su cui sacrificare-immolare il giovane agnello Tancredi, destinato al più totalizzante dei sacrifici.

La messa in scena di tale dramma sociale a tinte grottesche scintilla dentro un registro visivo gestito nel pieno possesso del mezzo fotografico nelle sue sfumature-luci-ombre, di un movimento di macchina e di un uso di piani e tagli di inquadrature che percepisce e ci rende stati paesaggistici, mentali, luoghi comuni, pathos, fissità, il tutto retto da una straordinaria prova attoriale dell’interno cast, capace di sviscerare un’umanità autentica e reale, ciascuno esprimendo una tensione che a fatica la macchina da presa riesce a reggere e contenere. Emblematica, la scena del sacrificio, che apicizza e risolve una resa dei conti definitoria-liberatoria per tutti (attori, regia, scrittura) in un momento dove tocchiamo-sentiamo-veniamo completamente immersi nella tragedia che si sta consumando.

Maria Cera

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