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CONTRASTO

Nostalgia analogica

Analisi politica del cinema. Rubrica a cura di Pasquale D’aiello

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Il gusto della citazione è comunemente considerato un elemento caratteristico della cultura postmoderna. In questo contesto può essere interessante tracciare alcune relazioni per comprendere una delle possibili motivazioni alla base dell’attrazione esercitata da determinate zone semantiche. Le citazioni postmoderne attengono a tutte le manifestazioni espressive (moda, arte, musica, design), senza escludere quella visuale che dimostra come l’attuale immaginario desiderante sia attratto dalle immagini prodotte nel passato. Già ad una prima ricognizione emerge come il sex appeal delle immagini vintage scaturisca dal significante molto più che dal significato, come si può evincere dal fatto che le citazioni evitino accuratamente ogni esaltazione concettuale, limitandosi a richiamare le emozioni generate dalla pura forma. Per prendere contatto con questo concetto basti pensare alle numerose applicazioni per smart phone che offrono la possibilità di scattare foto con lo stile di una vecchia polaroid. La scelta della polaroid non è affatto casuale. La fotografia quadrata, con i bordi vignettati e i colori virati appare una perfetta rappresentante del suo tempo: gli anni ’70. Si consideri anche il recupero degli strumenti di fotografia analogica, secondo i formati in voga negli anni ’60 e ’70, che conquista un pubblico sempre più vasto che sceglie di scattare e filmare in analogico anche nei formati meno performanti (8 mm, super 8, polaroid, etc) e dunque con motivazioni non dettate da esigenze di perfezione tecnica. Da questa fascinazione non è affatto immune il cinema, che ha reso omaggio alle pellicole del passato in modo sorprendente e a quelle degli anni ’70 in modo particolare. Gli autori che hanno manifestato con più forza l’attrazione per questo decennio sono probabilmente la coppia Rodriguez – Tarantino. In merito alla notoria propensione di Tarantino al riutilizzo delle drammaturgie e dei topoi tipici dei cosiddetti b-movie italiani degli anni ’70 (si veda, ad es., Kill Bill I e II) forse è bene prendere in considerazione l’idea che la riscoperta di quel cinema ha a che fare molto più con l’utilizzo del suo attuale potere di evocare il tempo in cui fu prodotto piuttosto che con il recupero del suo intrinseco e incompreso valore cinematografico. Si consideri, in particolare, il film del 2007, Grindhouse, che testimonia questa nostalgia su un doppio piano in quanto utilizza immagini che sembrano riprese negli anni ’70 sia per il contenuto sia per la simulazione dei metodi produttivi di quella stagione : i graffi sulla pellicola, gli stacchi del sonoro, i salti di fotogramma, la saturazione dei colori.

Per comprendere meglio il potere attrattivo di tali immagini retrò si pensi ad un film come Un’ora sola ti vorrei (2002) di Alina Marazzi, totalmente costituito da filmini familiari in 8 mm girati da suo nonno. Sebbene sia comunemente definito un documentario, in realtà non lo è (in quanto il suo valore principale non sta in quello che le immagini documentano oggettivamente ma nel racconto soggettivo che attraverso di esse viene fatto). La seduzione di quel film sta in modo rilevante proprio nel potere evocativo delle nude immagini che arrivano a noi come messaggeri di un altro tempo, di cui ci riportano atmosfere, ricordi (veri/nostri e falsi/altrui) a cui associamo sensazioni ed emozioni.

Possiamo ritrovare un esempio di attrattività di immagini del passato anche nella filmografia del regista finlandese Aki Kaurismaki, che ambienta i suoi film in ucronico scenario temporale che mischia elementi del passato (arredi, abiti, auto, etc) a quelli dei giorni nostri – nel suo caso il polo attrattivo sembra essere collocato prevalentemente negli anni ’50-’60.

Riuscire a capire il motivo per cui i decenni ’60 e ’70 possano esercitare fascino non appare affatto scontato. Soprattutto se prendiamo in considerazione quello dei ’70 che non ha avuto i successi del decennio precedente (la conquista dello spazio o il boom economico e l’espansione dei consumi in Italia). Gli anni ’70, infatti, sono stati un tempo connotato da guerre sanguinose, come quella del Vietnam, dall’intensificarsi del confronto est-ovest con rafforzamento dell’armamento atomico, esplosione del contrasto con i paesi arabi e conseguenti politiche di austerity in Italia, l’affermarsi del ricorso al terrorismo come metodo di lotta politica (quello di stato di in Italia, quello palestinese sul piano internazionale), irruzione della lotta armata rivoluzionaria in Europa, forti conflitti sociali. E dunque? Da dove può derivare il fascino di quegli anni?

Per provare a comprenderlo è utile confrontare quegli anni con i nostri. E già ad un primo impatto quello che emerge con più evidenza è la differenza tra questo tempo di precarietà ed assenza di garanzie con quel tempo in cui si affermarono prepotentemente tutele e diritti, per restare in Italia: scala mobile, equo canone, divorzio, aborto, chiusura dei manicomi, facilitazione di accesso universitario, bassa disoccupazione. Tra gli anni del declino economico e sociale, iniziato nei primi anni ’90 in concomitanza con il crollo sovietico, e quelli “seduttivi”, di mezzo ci sono gli ’80 che sembrano svolgere la funzione di dissolvenza incrociata in cui si spegneva il fervore contestatario che mirava al progresso collettivo e si affermavano i miti aziendalistici del successo individualistico (poi frustrato), contemporaneamente all’emergere dei primi formati digitali (VHS, hi8, CD) verso cui non si manifesta nessuna nostalgia. Una chiave di lettura e di comprensione può essere anche la differente disposizione d’animo verso lo sviluppo tecnologico e industriale che è passato, nella visione di massa, da fattore di evoluzione sociale a fobia, che evidenzia la delusione e la sfiducia verso il futuro che sembra riservare solo ulteriori rischi e scivolamenti.

In sostanza, il tempo che attrae le citazioni sembra rappresentare l’ultima spiaggia di un mondo “vitale” e “progressivo” cui si contrappone il nostro mondo “incerto” e “decadente”. Probabilmente sentiamo la necessità di fermare, almeno nel nostro immaginario, la corsa verso il declino di un Occidente tramontante. Il nostro rivolgere lo sguardo al passato ha la forma di una nostalgia dell’ultimo momento in cui ci siamo sentiti vivi. La vita continua ad attrarci più di ogni cosa, anche se non è qui ed ora, ma è solo un ricordo. Nostro o dei nostri padri, come gli androidi di Blade Runner, ossessionati dalle vecchie fotografie che, esse sole, testimoniavano di una vita che, di certo, un tempo doveva pur esserci stata.

Pasquale D’Aiello