65° Festival di Cannes: “Holy Motors” di Leos Carax

Anno: 2012

Durata: 115′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Francia

Regia: Leos Carax

Le sperimentazioni di Marey e Demeney (Homme nu tirant sur une corde del 1892) aprono le danze all’ incredibile viaggio nella giornata di Monsieur Oscar. È lo stesso regista Leos Carax ad accompagnarci, lo vediamo in pigiama nel prologo – ispirato da un racconto di Hoffman –  mentre si fa strada nella sua camera da letto fino a trovare una piccola porta di lynchiana fattura, passaggio segreto verso una sala cinematografica dal pubblico assente, con gli occhi chiusi, mentre un molosso attraversa il corridoio del cinema. Stacco. Qui inizia la vera missione di Carax: quella di risvegliarci dal sonno profondo in cui siamo piombati nell’era digitale conducendoci nella giornata del suo attore dalle tante maschere – Denis Lavant, volto segnato e indimenticabile, già visto in Boy meets girls e Gli amanti del PontNeuf n.d.r – mentre il mondo fuori sembra essersi fermato, in una Parigi tanto onirica quanto malinconica.

Monsieur Oscar esce da una villa medio-borghese con una ventiquattrore in mano. Le sue bambine lo salutano calorosamente dal balcone mentre ad attenderlo con il motore accesso c’è una limousine bianca. Salito in macchina, tra le vie della capitale francese, la sua algida ed affascinante autista Céline (Edith Scob) gli ricorda di volta in volta gli appuntamenti del giorno. Ma l’ouverture simbolica di Carax non poteva fermarsi alle vicissitudini di un uomo in carriera, così ben presto scopriamo le vere (non) identità del suo Monsieur Oscar assieme alle sue trasformazioni ad hoc per ogni momento della giornata: vecchia mendicante, artista del motion capture, Bestia in cerca della sua Bella (incredibile sequenza che riporta in scena il Monsieur Merde di Tokio! affiancato dalla bella statuina Eva Mendes), padre bipolare, talentuoso suonatore di fisarmonica in un fantastico intervallo orchestrato; e poi ancora assassino, vecchio moribondo ed infine uomo-maschera in cerca di risposte dal suo produttore (un irriconoscibile Michel Piccoli) e da una vecchia fiamma del passato (Kylie Minogue), che, sulle note di una canzone, lo lascia attonito tra un finale melodrammatico ed un altro inizio/fine giornata, mentre una processione esistenziale di limousine si dirige verso il famoso garage Holy Motors.

Gioco cinefilo strabordante e senza precedenti, il ritorno di Carax dopo più di un decennio di assenza da Pola X è inaccessibile, caleidoscopico, impressionante. Lo scrittore, regista e critico francese ci trascina in un trip grottesco e visionario tra i generi cinematografici dove a guidarci sono delle bare in movimento, camerini-sarcofaghi con il volto di decadenti limousine che faticano a trovare la loro inquadratura in un’epoca in cui – come dice Monsieur Oscar – “le camere sono diventate troppo piccole, neanche si vedono più”. La vita si fonde così con  la messa in scena (alla ricerca dell’autenticità, per contrapposizione, nell’era della finzione), in un viaggio d’autore dove un uomo dai mille volti sembra agire attraverso le parole di un famoso personaggio pirandelliano: “perché una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile”.

Chiara Napoleoni



Condividi