Diario del corpo: aspettando “Cosmopolis” di Cronenberg

Le contestazioni e le pesanti critiche rivolte alla penultima opera di CronenbergA dangerous method, dimostrano quanto molti “aficionados” dell’autore canadese siano legati all’aspetto più superficiale del suo cinema, e cioè l’involucro, il contenitore, il genere, e come era già successo anni prima con M butterfly lì si sono fermati. Sarà anche per questo che tanti aspettano al varco Cosmopolis. Come era prevedibile la maggior parte delle critiche si sofferma sulla scelta del protagonista, Robert Pattinson. Scelta all’apparenza contraddittoria se si ripensa ai vari IronsWoods, WalkenIronside e Mortensen (all’epoca non furono pochi a storcere il naso dinanzi al casting di Aragon) del passato, ma bisogna cercare di capire il perché della decisione. Ed esso si trova tra le pagine del libro omonimo di Don DeLilloEric Parker, che d’ora in poi sarà associato al volto di Pattinson, è un giovane superficiale, ricco e annoiato uomo d’affari. Decadente e disilluso viaggia nella sua limousine come in una bolla di sapone. All’interno della società, ma senza esserci. In questo senso il volto dell’attore, i suoi occhi a mezz’asta e, in generale, la nomea che si è creato da quando è sorto come divo con la serie Twilight, rendono Pattinson la scelta ideale per la creatura di DeLillo e Cronenberg, che inizia con un desiderio vanesio quanto banale, esattamente come molti descrivono Pattinson: He didn’t know what he wanted. Then he knew. He wanted to get a haircut….

Cronenberg può essere definito un unicum nella storia del cinema, nella misura in cui è l’unico autore che, dal suo debutto con Il demone sotto la pelle (1975) fino ad oggi, non ha mai smesso di portare avanti uno studio ben preciso. Non si sta parlando di coerenza tematica, cosa che si può riscontrare nelle filmografie di molteplici autori, tantomeno di una rappresentazione estetico-visiva di un determinato contesto sociale o immaginario, elemento riscontrabile nei lavori di molti registi. Nonostante i vari distinguo che si potrebbero legittimamente fare sugli elementi che vanno a creare il Genere nelle varie pellicole da lui dirette (ritmici, fotografici e musicali, ad esempio), nell’immaginario collettivo ormai il cinema di Cronenberg è privo di genere. Cinema del corpo, Body Horror, Horror filosofico o concettuale, si può tentare di infilare i sedici lungometraggi che compongono la sua carriera in una categoria specifica o cercare di affibbiargli un’etichetta, ma Cronenberg è Cronenberg.

M Butterfly ScannersSpider e Crash: per una germinazione apparentemente spontanea, anno dopo anno, con ogni film il regista ha fatto sì che il genere diventasse soltanto un involucro, concetto che tra l’altro si è divertito a sottolineare con l’incompresa mostra Chromosomes – Oltre il Cinema, in cui ha preso fotogrammi dei suoi film con l’intento di dar loro una nuova vita oltre quella cinematografica. Parafrasando una famosa battuta del suo capolavoro Videodrome, che rimane ad oggi la summa del pensiero cronenberghiano: morte al genere! Lunga vita alla nuova celluloide!

Io non ho mai pensato agli uomini come esseri naturali in un paesaggio naturale. Noi creiamo la nostra realtà, l’uomo non ha mai accettato il mondo così com’è, ha sempre cercato di cambiarlo. Cambia la realtà, cambiano i corpi e nasce una nuova carne. Lo sviluppo tecnologico ha determinato un effetto di isolamento, telefono, televisione, automobili e macchine ci isolano, ci distanziano dalle cose, l’idea che noi non siamo responsabili e che tutto è mediato dalle tecnologie finisce per creare un’altra realtà. La sessualità è ormai un concetto totalmente sconnesso dalla riproduzione e dunque, come il corpo, una dimensione che ognuno può reinventare a seconda del proprio desiderio. Oltretutto se la sessualità non implica più la riproduzione gli stessi organi sessuali possono essere reinventati. Sto parlando di un nuovo tipo di sesso, un sesso alieno. Noi siamo gli unici esseri viventi a essere consapevoli della nostra precarietà, e questo è un pensiero insopportabile, tutti gli sforzi che facciamo, nell’arte, nella religione, nella tecnologia, sono in fondo tentativi per evitare la morte. Dopo lo scollamento tra la sessualità e la riproduzione, anche il sesso ha perso la sua opposizione alla morte.”

Un’immigrata quattordicenne russa muore poco dopo aver dato alla luce un bambino. L’ostetrica che se ne occupa, Anna, anch’essa di origini russe, decide di far tradurre il diario che le trova addosso con la speranza di trovare l’identità della giovane e raggiungere qualche parente a cui affidare il nascituro. Mano a mano che le pagine vengono tradotte, viene al corrente delle tremende vicissitudini della deceduta e scoprirà inquietanti rapporti con la mafia russa e connessioni un racket della prostituzione. È così all’incirca l’incipit di Eastern Promises (2007), stupidamente e banalmente intitolato in Italia La promessa dell’assassino. L’involucro è quello del gangster movie ma a Cronenberg questo filone interessa davvero poco, tant’è che ne stravolge uno ad uno tutti gli stilemi, creando invece molti legami con il suo precedente lavoro A history of violence, approfondendo il discorso della duplice personalità all’interno della famiglia. Se Viggo Mortensen nel film del 2005 usava il contesto casalingo come guscio protettivo per la sua nuova identità, trovandosi poi in balia di se stesso appena la sua famiglia viene contaminata dal suo passato e dalla sua violenza, qui invece la violenza è già parte integrante del suo guscio protettivo, della sua famiglia, e cioè la mafia russa, e a contaminarla è la fragilità e la dolcezza, rappresentata dal personaggio di Naomi Watts. Riassumendo: il tema portante riguarda la capacità di un nucleo famigliare più o meno tradizionale (un clan mafioso non è come una famiglia?) di gestire o convivere con la distruttività della violenza.

Come abbiamo già detto, nel cinema di Cronenberg il corpo umano non ha nulla di assoluto. Può essere rimodellato, che sia di volontà propria o superiore, continuando a muoversi “nell’antica distinzione cartesiana tra mente e corpo”, mentre però ambedue sono divenuti metodi linguistici di comunicazione. Cicatrici, body art, tatuaggi, tagli auto-inflitti, piercing, body painting, buchi vari: è oramai indubbio che l’uomo si reinventa continuamente e, seguendo un ragionamento squisitamente cronenberghiano, si potrebbe arrivare a dire che il tatuaggio è l’inizio di una nuova pelle, il principio di una metamorfosi auto-indotta. In effetti è proprio cosi nella pellicola di Cronenberg: i grossi tatuaggi di Mortensen non sono altro che la nuova pelle della sua nuova vita che lentamente lo ricopre e lo ingloba. Esplicativa è la tag-line sulla locandina originale (anch’essa andata perduta nella traduzione italiana): Every sin leaves a mark

 Eugenio Ercolani



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