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Riff XI: “Aspromonte” e “Canepazzo”, il lato debole del Riff

Aspromonte (2011) di Hedy Krissane e Canepazzo (2011) di David Petrucci: due opere prime di lungometraggio italiane che gettano un’ombra inquietante sulle produzioni nostrane……

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Aspromonte


Aspromonte (2011) di Hedy Krissane e Canepazzo (2011) di David Petrucci: due opere prime di lungometraggio italiane che, casualmente, nell’incastro di visioni di questi giorni festivalieri, ho concesso a me stessa di vedere, superando le remore che nutro nei confronti del cinema italiano, affetto da uno stato comatoso che pare irreversibile. E purtroppo, ciò che ho avuto modo di verificare anche al Riff, getta un’ombra inquietante sulle produzioni nostrane…

Che manchi al fondo una cultura cinematografica in primis proprio a coloro che si autoinvestono (per passione, ambizione o ingenua messa alla prova delle proprie capacità) dell’onere-onore (per chi ci si appresta con cognizione di causa e consapevolezza) di mettersi a scrivere e girare, a raccontare storie, a sperimentare, è un dato di fatto. Anche questi due lavori lo confermano amaramente. In medias res: mediocrità e superficialità, incapacità di confrontarsi anche col genere che rispettivamente abbracciano, accostandolo appena il necessario per appiccicargli accozzaglie di luoghi comuni e istinti di pancia sia visivi che narrativi.

Aspromonte sulla carta si presenta come una commedia, che punta a valorizzare, attraverso la storia imbastita, il territorio calabrese dell’Aspromonte, relegato negli anni ormai lontani a buco nero dei sequestri, oggi ad anfratto misterioso ed oscuro per chi non lo ha mai realmente visto e visitato. Fine encomiabile, e che poteva (tenuto conto degli splendidi paesaggi che ammiriamo dalle riprese aeree dinnanzi a noi) stuzzicare in mille modi sia la nascita di una storia che il modo di concepirla e strutturarla visivamente.

Hedy Krissane invece si lascia guidare (da un soggetto-sceneggiatura partorito dalla stessa produzione locale che gli ha dato l’opportunità di girare il suo primo lungo) in un percorso ad ostacoli al contrario, nel quale ci si lancia a capofitto verso il terreno minato, pronti per farsi saltare a dovere. Ostacoli: al centro della storia, due fratelli che vivono agli antipodi geografici e di valori-riferimenti. Si detestano, ma la necessità li costringe a rivedersi; il ritorno al Sud come percorso di rinascita-cambiamento per uno di loro; il lieto fine della lezione di vita appresa. Già si tratta di un materiale sulla carta trito e ritrito, che poteva però rappresentare il male minore se fosse stato gestito in modo originale. Ma il karakiri italiano viene naturalmente abbracciato in tutto il proprio autolesionismo, sfociando in una stasi di prevedibilità e successione di quadri narrativi di un didascalismo pseudo ironico che lascia sbigottiti: una storia che sostanzialmente non esiste… Il finale si risolve in 5 minuti, giusto per chiudere un cerchio. Personaggi tagliati con l’accetta: dal fratello minore che suona in un gruppetto rock e fuma erba (e questo basterebbe a connotare l’essere alternativo, oggi, per chi ha scritto la sceneggiatura), alla donna del Sud (e questo, da donna del Sud quale sono mi fa veramente irritare) marcata nel corpo da una mediterraneità anni ’50, sottomessa, insoddisfatta del proprio marito e a caccia di evasioni erotiche (che celano la ricerca dell’amore vero…). No… I miei occhi non ci potevano credere… Il politically correct della guardia forestale, a contorno di tutto, in “una gita fuori porta da scuola elementare”…

Canepazzo

Canepazzo non è da meno nella sua ingenua pretesa (palpabile appena si illumina lo schermo nero) di ‘stupire’. La vicenda ha come spunto i fatti realmente accaduti a Roma negli anni ’80, dove si succedevano uccisioni in serie firmate da un certo Canepazzo. Sulla scia di quelle morti, uno studente di Criminologia, figlio di una delle vittime, vuole scoprire se realmente la sua ossessione che grida vendetta può dirsi placata nell’appreso suicidio del serial killer oppure se in realtà Canepazzo non è affatto perito… L’ambizione di David Petrucci di costruire un thriller ‘raffinato’, d’atmosfera, caldo e velatamente pulp, si sfalda subito, imbrigliandosi in una sceneggiatura che reca in sé, esattamente e per buona parte dello script, gli errori che dovrebbero essere evitati quando ci si accinge a scrivere un film. Battute intrise di stereotipi-topoi di linguaggio, psicologia, retorica: paradossalmente si dice troppo, ossia non veniamo mai lasciati a briglia sciolta nel seguire la storia (presi per mano, come i  bambini, fermati ad ogni step del racconto, dove qualcuno prima spiega a parole e poi ci rende il sunto in immagini). E, nonostante ciò, non viene affatto tratteggiato il personaggio di Canepazzo… Al termine della vicenda, anche in questa fase (come si fa con i bambini), ci viene mostrato tutto l’excursus emotivo che ha portato Canepazzo ad uccidere. Reso tecnicamente con un flashback dell’ovvio impressionante. Insieme all’ovvietà di una colonna sonora che ha, a dir poco, dell’incredibile: ogni momento tratteggiato con un effetto shock a cui siamo abituati sin da piccoli, quando nei film horror il guizzo-grido musicale coglieva i nostri sensi acerbi in uno stato di terrore. Ma noi non siamo più bambini, e questo è un Festival di cinema indipendente. Ciò che il Riff deve avere l’accortezza di evitare è dare legittimità di vetrina a produzioni di questo tipo (anche la selezione dei cortometraggi italiani ha delle falle qualitative impressionanti). Che testimoniano quanta poca cultura cinematografica ci sia dietro al nostro apparato produttivo-creativo: i primi a non saper guardare un film, a non aver visto pellicole, sono esattamente coloro che ambiscono a fare cinema, in Italia.

Maria Cera

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