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FAHRENHEIT 451

KILL BILL DIARY di David Carradine

Il cinema da leggere. Recensioni di libri di cinema. Rubrica a cura di Gianluigi Perrone

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KILL BILL DIARY di David Carradine

Bietti Edizioni, Pagine 267

Se ci si dovesse basare sui racconti della gente per comprendere l’intima personalità di Quentin Tarantino, ci sarebbe da immaginarsi uno pari a quello che camminava sulle acque. Per dire: una volta ho conosciuto una italo-tedesca che aveva lavorato nel catering di Inglorious Basterds e portato personalmente a Tarantino un kebab, e che, da quel momento, decise di diventare una regista. L’amico con cui ha fatto la retrospettiva, il regista di cui ha fatto il remake, l’attrice spenta che dice di essere la sua musa, tutti ne sono obnubilati, brillanti della sua luce riflessa, della sua cinefilia strabordante e del suo innegabile estro artistico. Funziona così solo per lui, perché è un regista pop di culto come nessun altro.

David Carradine non è da meno, e si percepisce la sua venerazione totale dalle pagine di Kill Bill Diary, edizioni Bietti, resoconto dettagliato dell’attore sulla lavorazione del film che l’ha consegnato alla storia (del cinema, of course). Noi ce lo vogliamo ricordare in Americana (1983), il suo film anche da regista che gli distrusse la carriera e il portafogli, visto che ci vollero quasi dieci anni a completarlo. Tarantino vuole che lo si immagini soprattutto perla serie Kung Fu, che è il vero motivo per cui è lì su quei set nella lontana, ma mica tanto, Pechino. Personaggio enigmatico, David Carradine. Insicuro, solitario, entusiasta, cazzaro e orgoglioso. Non un ego enorme come il suo pigmalione, ma un avventuriero con il mondo che gli gira distrattamente intorno, divenuto una icona senza volerlo. Perchè sia Kung fu che Kill Bill non erano roba sua. Da eterno vice, ruba involontariamente i ruoli a Bruce Lee e a Warren Beatty e li rende suoi, non tanto con la recitazione, che è molto meglio lasciarla ad altri ceppi della famiglia Carradine, ma grazie alla personalità, all’eleganza innata e a quel magnetismo che, nonostante tutto rimangono presenti. Il diario ha numerosi aspetti di interesse per chi vuole conoscere la più ambigua macchina di Hollywood, la produzione di Tarantino, il regista e l’attore.

Come si diceva, Tarantino è perennemente presente e, al contempo, poco percettibile nel racconto, se non attraverso la venerazione sacrale che ne ha Carradine (gli scrive “nella tua infinita saggezza”), che in più di occasione, seppur con estremo affetto, lo bolla come il regista a cui piacciono i B movies, così come i giornalisti un tempo dicevano che Dario Argento era quello a cui piace dormire coi pipistrelli, dimostrando di aver capito poco non di questi autori, non dei loro film, ma della settima arte in generale. Se la bellezza è negli occhi di chi la guarda, Carradine è il Picasso degli osservatori, non vi è dubbio. Tanti aneddoti interessanti e emblematici (che ne dite della notizia che Tarantino non paga un centesimo gli attori, ma spende milioni in dettagli?) che dipingono un mondo che, più che finto, ha una megalomane formalità, a volte grottesca, a volte gratuita. Un universo molto interessante e per i più inespugnabile dove, nonostante sia evidente che girare Kill Bill sia tra le cose più fiche di questo mondo, si sente la necessità di vedere l’esaltante anche in ciò che non lo è. Come se il grande cinema non potesse permettersi di avere la propria normalità e il Papa non andasse mai al gabinetto. E ce lo immaginiamo Tarantino vestito da Papa, a benedire il set.

Gianluigi Perrone

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