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Ravenna Nightmare

Claudio Cupellini nella terra dei figli al Ravenna Nightmare Film Fest

Il Ravenna Nightmare Film Fest ha premiato il regista Claudio Cupellini

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Claudio Cupellini

Tra i momenti memorabili della ventesima edizione del Ravenna Nightmare Film Fest l’incontro con Claudio Cupellini, premiato con la medaglia al valore e conferita, nelle parole della codirettrice del festival, Mariangela Sansone, «ai registi che hanno contribuito alla ricerca e alla sperimentazione della narrazione, addentrandosi in nuovi e originali percorsi».

Claudio Cupellini al Ravenna Nightmare Film Fest

Claudio Cupellini è un autore eclettico, di grandissimo gusto visivo e di sicura tecnica cinematografica. Regista di opere molto diverse fra loro come Lezioni di cioccolato (2007), Una vita tranquilla (2010), Alaska (2015), la serie televisiva Gomorra (dal 2014).

L’incontro al Ravenna Nightmare Film Fest è stata anche la fortunata occasione per guardare sul grande schermo l’ultimo lavoro di Claudio Cupellini, il praticamente invisibile La terra dei figli, sfortunatamente distribuito in piena pandemia. Il film è un affresco distopico di un mondo post apocalittico, ritornato belluinamente barbarico, in cui gli uomini sono lupi con luci nascoste di una passata umanità. Costruito con una prodigiosa cura del dettaglio visivo e sonoro, impreziosito da prove attoriali di grandissima efficacia, La terra dei figli tocca un nervo scoperto della nostra civiltà: il rischio di una regressione a un mondo selvaggio a causa della nostra tracotanza tecnologica, che potrebbe portare l’umanità alla sua (auto)distruzione.

Claudio Cupellini

Qualche domanda all’autore

Conversando a margine della premiazione, Claudio Cupellini porta, dallo schermo alle parole, tutta la sua passione per il cinema.

È possibile tracciare un filo conduttore nel suo cinema?

I miei film, nonostante la cornice di genere che spesso hanno, credo siano sempre dei film estremamente sentimentali, tornano abbastanza puntualmente su cose alle quali tengo. È chiaro che non sono concetti sui quali rimugino a tavolino prima di girare, però, se ripenso a Una vita tranquilla, mi accorgo che si parla di un film dove ci sono un padre e un figlio; la stessa cosa succede nella Terra dei figli. In Alaska non si tratta di rapporti con i genitori, ma abbiamo due orfani in scena, due persone che sentono una mancanza. Retrospettivamente, vedo che i miei personaggi hanno questa caratteristica: il senso di una mancanza affettiva e credo che anche il prossimo film sul quale sto lavorando tocchi le stesse corde.

Molti sostengono che il cinema più originale oggi passi dalle serie televisive. Lei, che è uno dei registi di Gomorra, la fiction italiana di maggior successo anche internazionale, che ne pensa di un’affermazione del genere?

Penso sia un’affermazione un po’ estremista, nel senso che ci sono state delle serie entusiasmanti, ma credo, però, che il cinema abbia ancora un potere diverso, un potere di rischiare, che non sempre è concesso alla serialità, e una capacità di racconto racchiusa dentro questo scrigno, che normalmente sta dentro le due ore, diverso da quello della serialità. Fondamentalmente penso che la magia che può darti un film, soprattutto nella sala cinematografica, altre narrazioni non riescono a darla.

La terra dei figli

Come nasce un film come La terra dei figli?

Da un innamoramento improvviso e grande: era un periodo molto pieno quando mi sono imbattuto in questa graphic novel di Gipi, un autore che conoscevo bene perché avevo letto tutte le sue storie precedenti. Era un momento in cui stavo girando Gomorra, non avevo molto tempo per dedicarmi alla lettura, però per Gipi ho fatto un’eccezione. Ricordo di aver pensato: anche se sto girando e sono concentrato sul lavoro del set, lo devo leggere. Subito dopo mi ricordo che presi il telefono e cominciai a chiamare gli sceneggiatori con i quali collaboro abitualmente, dicendo: «Ragazzi, dobbiamo assolutamente fare questa storia!». Fu proprio un colpo di fulmine, magari fatto anche con un po’ d’incoscienza, perché abbiamo provato a mettere in scena qualcosa che aveva già un suo racconto visivo nella graphic novel di Gipi. Però io credo siamo riusciti, in qualche modo, a dare la nostra versione di questa storia, un racconto che ha una sua natura universale.

La terra dei figli è stato un film praticamente invisibile sul grande schermo, triste destino di molto cinema uscito nel periodo pandemico. Che significa oggi per lei presentarlo qui ed essere premiato al Ravenna Nightmare Film Fest?

Mi emoziona presentarlo a Ravenna e ricevere un premio, sapere che, dopo un anno, questo film ancora suscita curiosità. È qualcosa che mi rende molto orgoglioso. L’anno scorso il film è uscito quando si sono riaperte le sale e la gente, per mille motivi, andava poco al cinema, complice l’uscita a luglio. Inizialmente non è stato facile, per me, superare la delusione che fosse stato visto da pochissime persone, però io sono sempre dell’idea che il tempo sia veramente galantuomo, che sappia rendere giustizia ai film, se sono buoni. La terra dei figli è anche un tentativo di raccontare una storia, dal punto di vista formale, magari non proprio tipica del cinema italiano. Ho cercato di avere un respiro il più possibile europeo.

Valerio Mastrandrea in La terra dei figli

La realizzazione del film

Oltre alla graphic novel di Gipi, quali sono stati i riferimenti visivi e cinematografici di un’opera così complessa?

Non si può non fare i conti con La strada di Cormac McCarthy, prima di tutto il romanzo. Io credo sia uno dei più grandi libri degli ultimi cinquant’anni e uno dei capolavori della storia della letteratura. Noi cercavamo di confrontarci con quel romanzo, ma anche scappare da lì, proprio perché lo trovavamo monumentale. Anche nel lavoro di McCarthy, tra l’altro, ci sono un padre e un figlio, solo che, in quella storia, c’è un padre che cerca disperatamente di portare alla salvezza il figlio. Nella Terra dei figli, invece, abbiamo un figlio abbandonato a se stesso che cerca di ritrovare il padre dentro un quaderno. Dopodiché tutto quello che ho fatto è stato cercare di abbracciare il cinema che mi piace e di non cadere nella trappola di seguire un cinema che in Europa non siamo capaci di fare. La sfida era: riusciamo, con le nostre radici culturali, che sono diverse da quelle americane, a fare un film di un genere che possiamo chiamare di fantascienza? Poi, se devo dire quali sono stati i miei riferimenti cinematografici, allora mi viene in mente Werner Herzog prima di tutti, perché, quando inquadrava la natura, inquadrava un personaggio che respirava.

Com’è stato il lavoro di ricostruzione degli ambienti?

Il lavoro con lo scenografo è stato enorme. Abbiamo cercato di ricostruire un mondo che non guarda al futuro, ma al passato. Ci siamo domandati: che cosa resta quando finisce il mondo? È una specie di ritorno alla preistoria, con le persone che vivono sulle palafitte. Abbiamo ricostruito un universo fatto di materiali di risulta, un mondo dove non esiste più il riscaldamento e la luce elettrica e noi abbiamo, nel 90% dei casi, realmente girato illuminandoci solo con delle candele, raramente con piccolissimi tubi al neon. Il tutto per ricreare realisticamente quel mondo di privazioni, a cui non siamo più abituati.

Dove ha girato?

Io sono veneto e credevo di conoscere bene la zona del Po, invece mi sono reso conto che non ne sapevo quasi niente. Facendo i sopralluoghi, abbiamo trovato una zona che si chiama Po di Maistra, bella perché selvaggia. Abbiamo girato lì quasi la totalità del film, tutte le parti sul fiume. Eravamo invece a Chioggia per le scene sulla palafitta.

La postproduzione del film è avvenuta durante la pandemia. Quanto è stata complicata?

Tutta la parte del montaggio del film, anche del suono, delle musiche, la correzione del colore, è stata fatta durante la pandemia. Ci siamo sentiti come dei pionieri, all’inizio. Abbiamo cominciato a capire con il montatore come avremmo potuto fare, stando ognuno chiuso a casa sua. È stato molto complesso, qualcosa di completamente diverso dal normale montaggio di un film, quando solitamente si sta chiusi per mesi e il film si fa quasi in quel momento, attraverso la complicità con il montatore, che è il professionista della terza scrittura del film, che prima si scrive con gli sceneggiatori, poi si riscrive sul set e poi una terza volta al montaggio. Riuscire a farlo a distanza, a me, allora, sembrava qualcosa di eroico, devo dire quasi mi commuovo ripensando a quei momenti e mi è sembrato incredibile essere riuscito ad arrivare a questo risultato.

Valeria Golino in La terra dei figli

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