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REVIEW

‘Alice’ sorprendente mix tra schiavismo e Blaxploitation

Film d'apertura della XXI edizione del Riff, 'Alice' è il fenomenale esordio di Krystin Ver Linden, che sa costruire un film politico utilizzando il cinema di genere

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Alice

Film d’apertura della XXI edizione del Riff, e anteprima italiana, Alice (2022) di Krystin Ver Linden fa parte di Black Film Matter, sezione del festival dedicato al cinema afroamericano odierno. Una scelta vincente perché la pellicola si impone già come una delle migliori opere realizzate in questi ultimi anni.

Non soltanto per la sorprendente e funzionale originalità, ma anche per la capacità della Ver Linden, al suo esordio registico, di costruire una solida opera a livello di messa in scena e di costruzione narrativa, unendo il discorso politico – e femminista – sotteso a una visione prettamente cinematografica.

Alice

Alice, la trama del film

Alice (Keke Palmer) vive da schiava in una piantagione rurale della Georgia, ma sogna di essere libera. Dopo uno scontro violento con Paul (Johnny Lee Miller), il suo dispotico padrone, fugge attraverso i boschi vicini e si trova in un’autostrada sconosciuta, scoprendo presto che l’anno è in realtà il 1973.

Tirata su dal camionista afro-americano Frank (Common), che la ospita in casa e l’aiuta, Alice comincerà subito un percorso di auto-consapevolezza, che la porterà a emanciparsi totalmente e diventare un’eroina.

Alice

Alice, tra schiavismo e Blaxploitation

Di pellicole che hanno trattato lo schiavismo c’è una sostanziosa filmografia, e diciamo che Django Unchained (2012) di Quentin Tarantino e 12 anni schiavo (12 Years a Slave, 2013) di Steve McQueen avevano, al momento, messo un valido punto, attraverso due forme differenti: una molto più cinefila, l’altra più socio-politica.

Ma ecco che l’apparizione di Alice, per la sua cifra stilistica peculiare, aggiunge un tassello non soltanto affascinante a quanto già mostrato cinematograficamente, ma anche fondamentale per come mette in rilievo il riscatto di uno schiavo di colore, viepiù donna.

È ormai dell’altro secolo la rappresentazione oleografica dell’abbondante e serafica Mami (Hattie McDaniel) in Via col vento (Gone with the Wind, 1939) di Victor Fleming che è felice di stare nella famiglia di latifondisti bianchi, i quali, sebbene qualche scudisciata, sono buoni padroni dopotutto.

Opere come l’hollywoodiano Amistad (1997) di Steven Spielberg e l’indipendente Beloved (1998) di Jonathan Demme avevano mostrato, con toni classici, le soperchierie subite dagli schiavi durante la segregazione; e negli anni Settanta pellicole exploitation come Addio zio Tom (1971) di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, Carne cruda (1973) di Russ Meyer e Mandingo (1975) di Richard Fleischer, dietro gli intenti di denuncia, puntavano principalmente all’aspetto pruriginoso: i soprusi sessuali dei padroni sugli schiavi.

Queste ultime tre pellicole, poi, si erano inserite furbescamente nel florido periodo della Blaxploitation, genere cinematografico, che spaziava in tutti i generi canonici (dramma, commedia, horror, erotico, ecc.) rivolto alle comunità degli afroamericani.

Erano pellicole realizzate sovente da autori neri, e spesso contenevano volutamente stereotipi, in specie quei prodotti in cui prevalevano gli aspetti violenti e sessuali. Sia perché a molto pubblico afroamericano piaceva questa descrizione della propria etnia, sia per divertire il pubblico dei bianchi, che spesso si atteneva a questi luoghi comuni razziali.

Personaggi come i cazzuti e maschilisti Shaft o Superfly hanno lasciato un segno nell’immaginario collettivo, sebbene non apportando quasi nulla alle lotte civili per i diritti. Mentre i personaggi femminili di Coffy, Cleopatra Jones e Foxy Brown, ugualmente cazzute come i già citati uomini, hanno, in un certo qual modo, contribuito all’affrancamento delle donne di colore dalla loro condizione di schiave (dalla società e dagli uomini).

Simbolo di questa liberazione sociale e sessuale è Pam Grier, indiscussa icona della blaxploitation e già venerata da Quentin Tarantino in Jackie Brown (1997). La Grier rappresenta la figura femminile nera della decade degli anni Settanta che ha saputo vincere la battaglia di emancipazione femminina. Sullo schermo sgominando e uccidendo maschi, nella società conquistandosi le prime pagine delle riviste dei bianchi.

I suoi nudi patinati, sebbene di carattere pruriginoso, sono anche conferma di aver sovrastato, per un certo periodo, la sessualità delle bianche.

E il personaggio della sprovveduta Alice, giunta nel paese delle meraviglie (l’America del 1973, migliore di quella “Ottocentesca”), apprende le nozioni di riscatto anche attraverso la Grier, vedendola sulle copertine e lasciandosi catturare dal film Coffy (1973) di Jack Hill (regista bianco).

Alice

Alice, la recensione

Come l’Alice narrata da Lewis Caroll, anche la protagonista del film di Krystin Ver Linden, passando (scappando) attraverso un bosco si ritrova in un altro mondo. All’inizio le sembra assurdo, essendo nata e cresciuta in un mondo Ottocentesco dove non esistevano tecnologie occidentali.

Ma il trapasso di Alice da un mondo all’altro non avviene per mezzo di nessun salto temporale, è soltanto una ingegnosa trovata della Ver Linden, che fa convivere le due realtà. La piantagione Ottocentesca è un’allegoria, che rappresenta come in America ancora vige una mentalità schiavista e maschilista, non a caso rappresentata da un uomo.

Alice è rimasta chiusa in questo luogo, che lei credeva essere lo spazio reale, proprio come il bambino Jack Newsome (Jacob Tremblay), nato e cresciuto nel ristretto capanno nel film Room (2015) di Lenny Abrahamson, che credeva essere tutto il mondo circostante. Anche in quel caso, la prevaricazione di un padrone, a una donna e a un bambino.

Ed è ciò che interessa alla Ver Linden: esprimere la liberazione di una donna da una schiavitù totale. Alice si libera da un padrone che la utilizzava come una proprietà, un utensile casalingo, ma si crea la propria indipendenza anche sessualmente.

Con il differente taglio di capelli, filologicamente legato alle due epoche, ma soprattutto il vestiario, che passa da uno straccio asessuale, che nasconde la fisionomia femminina, ad abiti stretti che mettono in risalto la femminilità e la bellezza dell’attrice.

Ma la bravura della Ver Linden è quella di non cadere in un pretenzioso citazionismo, sebbene nel film ci siano alcuni rimandi al cinema Blaxploitation, come per esempio il taglio d’inquadratura in cui Alice e Frank sono in macchina, simile a Coffy, e allo Split Screen di Jackie Brown.

Oppure come il manifesto, chiaro riferimento all’estetica cartellonistica di quel cinema.

Le due ambientazioni, quella Ottocentesca e quella Blaxploitation, si basano soprattutto sulla filologia storica, prima ancora che cinefila. E la Ver Linden, sebbene si ritrovi a fare i conti – inevitabilmente – con il film di Tarantino, punta maggiormente sul realismo dell’epoca, e musica, mobilio e suppellettili sono solo in funzione della contestualizzazione, e non di un forbito rimando cinefilo.

Quentin Tarantino, nelle sue rivisitazioni cine-storiche, invece giocherella volutamente con gli stilemi cinematografici, riproponendoli come personale omaggio prima che storico: la licenza poetica degli occhiali da sole dello schiavo Django (Jamie Foxx).

Proprio la musica, una delle componenti fondamentali del cinema black (per esempio le colonne sonore di Isaac Hayes) è usata il minimo indispensabile, e l’utilizzo diegetico della canzone Higher Ground (1973) di Stevie Wonder, una delle icone black che ha lottato – civilmente – per i diritti dei neri, serve a marcare la necessaria presa di coscienza di Alice.

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Alice

  • Anno: 2022
  • Durata: 96'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Usa
  • Regia: Krystin Ver Linden