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Festival del cinema di Porretta Terme

Luciano Salce, il dinamitardo della commedia all’italiana protagonista a Porretta

Per omaggiare il centenario di Luciano Salce, una disamina sulla sua variegata carriera di regista e attore. Non solo Fantozzi e Il federale.

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Luciano Salce

É un peccato che Luciano Salce, nato il 25 settembre 1922, sia principalmente ricordato soltanto per Fantozzi (1975) e Il federale (1961). Due ottimi film, sia chiaro, ma nella filmografia di Salce sono ravvisabili altre pellicole di un certo interesse. Non tutte di uguale livello, anzi, diverse mediocri, però spesso con quel guizzo “dinamitardo” capace di detonare il formato commedia.

Luciano Salce è stato uno dei pochi registi che ha diretto i cinque moschettieri della commedia all’italiana (Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Marcello Mastroianni), più la Milady Monica Vitti. A cui bisogna aggiungere gli altri attori da box office: Paolo Villaggio, Lando Buzzanca, Gianni Morandi, Lino Banfi e Johnny Dorelli. Per non parlare della collaborazione con Totò come attore, in Totò sulla luna (1958) di Steno.

Film diseguali anche per quanto concerne i risultati ai botteghini. Esempio lampante, è il cocente insuccesso del personalissimo mockumentary Colpo di stato (1969), mentre il coevo Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue (1969) fu tra i primi incassi della stagione, con un introito di circa 2.283.525.000 di lire.

Luciano Salce non fu soltanto regista, ma anche attore, e benché avesse alle spalle studi accademici, prediligeva ruoli scanzonati, interpretando sovente personaggi grotteschi, a tratti ferreriani. Goliardia ravvisabile anche in televisione, come conduttore di trasmissioni d’intrattenimento, con la tagliente battuta sempre pronta alla bisogna.

Purtroppo Luciano Salce ha avuto un declino a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, a cui si aggiunse un ictus che lo colpì a metà degli anni Ottanta, che lo debilitò fisicamente. L’ultima regia è lo sbiadito giovanilistico Quelli del casco (1988). Salce morì, a causa di un infarto, il 17 dicembre 1989.

Soltanto dopo quasi vent’anni si è ricominciata a setacciare la sua opera per cercare altre interessanti pepite, come ad esempio Basta guardarla (1970) o il già citato Colpo di stato. Nel 2009 il figlio Emanuele ha realizzato il documentario L’uomo dalla bocca storta, e ha poi creato un sito sulla vita del padre.

Luciano Salce

Luciano Salce, attore scanzonato

Prima di passare dietro la macchina da presa, Salce ha avuto una lunga carriera d’attore, tra teatro e cinema. Iscrittosi all’Accademia nazionale di arte drammatica nel 1942, conobbe alcuni fra i maggiori attori italiani della seconda metà del Novecento, tra cui alcuni che poi dirigerà: Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Adolfo Celi e Vittorio Caprioli.

Per inciso, professione, quella di attore, che non abbandonerà mai: da un lato interprete per altri registi, spesso anche per semplici motivi economici, e dall’altro commediante nei propri film, con personaggi che evidenziano l’aspetto giocoso della sua figura di regista.

I primissimi passi li mosse sulle tavole del palcoscenico, scrivendo anche alcune commedie. La carriera teatrale da attore sarà costante fino alla fine degli anni Quaranta, poi sporadica negli anni a seguire, e infine una apprezzata rentrée nel 1986, con C’era una volta l’Itala film, con la regia di Giancarlo Sepe.

L’esordio al cinema, invece, avvenne con la commedia neorealista Un americano in vacanza (1946) di Luigi Zampa, in cui interpretava il ruolo di un ufficiale americano. Tra le successive prove d’attore (oltre 50 pellicole), ne va menzionata una manciata per mettere in risalto i personaggi grotteschi che ha volutamente vestito, dando loro un appeal particolare.

Guardia, ladro e cameriera (1958) di Steno. È una di quelle rapide, ma funzionali, commedie fatte giusto per divertire, in cui si cercava di lanciare il cantautore partenopeo Fausto Cigliano (che infatti canta) e provare le doti comiche di un – ancora – misconosciuto Nino Manfredi. Nel film Luciano Salce interpreta il conte tedesco, nella cui casa il ladro Otello Cucchiaroni (Manfredi) stava rubando.

Questo conte parla il classico tedesco maccheronico, tutto poggiato sull’accento, e per Salce significava canzonare i tedeschi per quanto gli accadde nel passato, poiché durante la guerra fu fatto prigioniero per oltre due anni. I nazisti gli strapparono l’oro delle protesi mascellari, e questa violenza segnò la sua vita, soprattutto a livello facciale: la nota bocca storta.

La figura del tedesco la rifarà anche in Totò nella luna, come scienziato Von Braut; non accreditato ne Il federale, interpretando l’ufficiale tedesco; e nel parodistico Il giorno più corto (1963) di Sergio Corbucci, con Franco e Ciccio, sempre come ufficiale tedesco (non accreditato).

Luciano Salce

Mazzabubù… Quante corna stanno quaggiù? (1971) di Mariano Laurenti. Di ambientazione contemporanea, strutturato a episodi, presenta una serie di storielle incentrate sui tradimenti di coppia. Luciano Salce, con la verve goliardica che lo contraddistingue, interpreta il ruolo di un critico d’arte snob, che credendo che la sua donna sia stata ritratta in pose equivoche da un pittore astrattista, la obbliga, per verificare, a congiungersi con il pittore davanti ai suoi occhi.

Homo eroticus (1971) di Marco Vicario. Co-sceneggiato dall’acido descrittore di provincia lombarda Piero Chiara, è uno dei più noti film aventi con protagonista Lando Buzzanca. Salce vi interpreta il ruolo di Achille Lampugnani, un ricco borghese che, scoperta la relazione sessuale tra sua moglie Cocò (Rossana Podestà) e il tuttofare Michele Cannaritta (Buzzanca), scopre il piacere del voyeurismo. Per apprezzare al meglio le performance dei due amanti, compra sempre più articolati cannocchiali, con cui può appagare il suo nuovo sollazzo.

Di che segno sei? (1975) di Sergio Corbucci, commedia episodica incentrata, labilmente, sui segni zodiacali. Luciano Salce compare nell’episodio Terra, con protagonista Renato Pozzetto. Veste i panni dello stravagante Conte Bronzi Ballarin, a cui non importa se perde un milione o cento milioni al gioco. Nel finale, è disposto a pagare ben cinque milioni il pacchetto di sigarette del muratore Basilio (Pozzetto), pur di accontentare la moglie (Giovanna Ralli), accanita fumatrice.

I prosseneti (1976) di Brunello Rondi. Pellicola che vorrebbe descrivere, con toni grottescamente ferini, il decadimento della borghesia e il mondo culturale che la circonda. Borghesia all’apparenza rispettabile, ma sottotraccia spacciatrice di prostituzione. Tra i fruitori di questo mercimonio sessuale, il regista teatrale impegnato Giorgio (Salce), che vuole vivere un’esperienza erotica nella creazione di ambiente esotico. Semi-parodia del medesimo Salce, che appunto allestiva a teatro opere d’impegno.

Luciano Salce

Luciano Salce, regista dinamitardo e abile con gli attori

Anche in ambito registico, Salce ha cominciato prima con il teatro, con una fitta carriera fino al termine degli anni Cinquanta. Successivamente, anche per gli impegni sopraggiunti con la regia cinematografica, i suoi allestimenti sono divenuti sporadici, e le ultime rappresentazioni sono del 1985: Politicanza (co-regia assieme a Vittorio Caprioli e Adolfo Celi) e L’incidente. Adattamenti teatrali sempre tratti da opere d’impegno, rese però fruibili per un ampio pubblico.

Per quanto riguarda il cinema, bisogna evidenziare che Luciano Salce ha “esordito” due volte: la prima in Brasile, la seconda in Italia. Assieme alla compagnia “Il gruppo dei tre gobbi”, formato da Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci, giunse a San Paolo di Brasile tra il 1950 e il 1951, dove (re)incontró  Adolfo Celi, emigrato in Sud America un anno prima.

Tra le molte rappresentazioni teatrali, realizzate tra il 1950 e il 1954 in Brasile, firma anche due lungometraggi: Uma pulga na balança (1953) e Floradas na serra (1954). Ambedue sono pellicole melodrammatiche, perfettamente aderenti agli stilemi del dilagante cinema popolare brasiliano pre-Cinema novo.

Luciano Salce

L’inizio registico italiano, invece, fu con Le pillole di Ercole (1960), piccola commedia, sceneggiata tra gli altri da Ettore Scola, per lanciare Nino Manfredi. Ma il periodo salciano più fecondo comincerà dal secondo lungometraggio italiano: Il federale.

Tra il 1961 e il 1963 ha sfornato un terzetto di pellicole che si ascrivono perfettamente ai toni aspri della commedia all’italiana pura, e che hanno in Ugo Tognazzi l’interprete perfetto per dar fisionomia, differentemente in ogni film, al tipico italiano: ingenuo, seduttore ridicolo, borghese cinico.

Per la carriera di Tognazzi l’incontro con Salce è stato fondamentale, poiché proprio Il federale lo ha introdotto nel cinema d’autore, togliendolo dai filmetti d’avanspettacolo interpretati fino a quel momento.

Un personaggio, quello del sempliciotto Primo Arcovazzi fedele al fascismo solo per ignoranza, che mostra per la prima volta la gamma espressiva dell’attore cremonese. In tal caso, è emblematica la scena del pestaggio che subisce.

Le altre due pellicole, La voglia matta (1962) e Le ore dell’amore (1963), esplorano alcuni desideri erotici degli italiani, sullo sfondo del boom economico. Film a quel tempo ritenuti “piccantelli”, con tanto di apposito vietato ai minori e immediato successo al botteghino.

Tra le due opere, quella ritenuta migliore è la seconda, poiché è una spietata disamina della borghesia italiana, ma La voglia matta è quella più menzionata. Non a caso Ricky Tognazzi intitolerà il documentario commemorativo sul padre La voglia matta di vivere (2021).

Luciano Salce

La voglia matta è nota, da un lato per l’intensa interpretazione di Tognazzi,  dall’altro per la presenza della lolita Catherine Spaak, oggetto del desiderio del maturo ingegnere Antonio Berlinghieri, e rapidamente divenuta peccato immaginativo irraggiungibile per molti spettatori maschi.

La Spaak tornerà poi protagonista, con le sue forme acerbe e lo sguardo da cerbiatta, in Le monachine (1963), solleticante – e poco riuscito – film sceneggiato dal duo Castellano e Pipolo. Infine, ormai matura, nel mediocre post-fantozziano Rag. Arturo De Fanti, bancario precario (1980).

Poca riuscita, invece, la collaborazione con Vittorio Gassman. Per nulla incisivo lo pseudo Bond movie Slalom (1965), e occasione persa La pecora nera (1968), in cui Gassman interpreta due fratelli gemelli. Qualche frecciatina alla politica italiana, nello specifico alla Democrazia Cristiana, è anche scoccata, ma la comicità sarcastica si arena facilmente, e rimane soltanto la bravura dell’attore ligure.

Luciano Salce

Con Alberto Sordi realizza soltanto il seguito del fortunatissimo Il medico della mutua (1968). Dal titolo chilometrico, è soltanto una regia di servizio, ma Salce ha avuto il merito di mostrarci un Sordi poco simpatico, molto spocchioso. Anche con Marcello Mastroianni la collaborazione si esaurisce in un solo film. Anzi, con un solo episodio: La moglie bionda, del pastrocchio produttivo voluto da Dino De Laurentiis Oggi, domani e dopodomani, pellicola diretta anche da Marco Ferreri ed Eduardo De Filippo.

La collaborazione con Monica Vitti non ha dato realmente buoni frutti: due episodi e due lungometraggi. Tra questi lavori, da citare L’anatra all’arancia (1975), pochade che ha nel cast anche Ugo Tognazzi e Barbara Bouchet. Tratto dall’omonima piéce di William Douglas-Home e Marc-Gilbert Sauvajonil e sceneggiato da Bernardino Zapponi, fu uno degli ultimi successi di Salce.

La pellicola, con una sua eleganza registica e qualche assestata botta sarcastica, va vista per le grazie abbondantemente esibite della Bouchet e come esempio dello stato produttivo di un certo cinema italiano degli anni Settanta, che cercava il rilancio con ingredienti (attori e comicità) usati.

Luciano Salce

Poco funzionale anche Il provinciale (1971) con Gianni Morandi, sulla scia de Le castagne sono buone (1970) di Pietro Germi, ma più interessante la cooperazione con Lando Buzzanca. Apparso ancor giovane ne Le monachine, Buzzanca negli anni Settanta era divenuto il simbolo del gallismo italiano.

Instancabile macchina del sesso, con Salce ha due ruoli meno banali dei soliti. Certamente sono due film poco riusciti, anche per colpa di un Buzzanca che non si “piega” totalmente a personaggi agli antipodi dei satiri che usualmente interpreta.

Il sindacalista (1972) è a tratti una gustosa satira della lotta di classe tra sottoproletariato e padronato, con qualche bel duetto con Renzo Montagnani (nel ruolo dell’industriale Luigi Temperletti). Quasi una parodia del cinema d’impegno di Elio Petri. Perfetta la puntuta descrizione iniziale della vita privata del sindacalista Saverio Ravizzi, che abita in una nebbiosa Bergamo e ha una moglie legata a vecchie regole, molto meno riuscita la descrizione ironica della vita di fabbrica, che presto diviene ripetitiva.

Io e lui (1973), tratto dall’omonimo romanzo – ritenuto maschilista, oltreché mediocre – di Alberto Moravia, rientra in quelle trasposizioni mancate. Poteva essere una fustigante parodia del personaggio cinematografico classico di Buzzanca. Tra scene oniriche, stoccate al cinema d’impegno e movimenti sinuosi, Io e lui non riesce quasi mai ad “ergersi” e rimane floscio.

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Ultima collaborazione di peso, fruttuosa ma al contempo dannosa per Salce, fu quella con Paolo Villaggio. Ottima nel dittico Fantozzi e Il secondo tragico Fantozzi (1976), in cui Salce confermò le sue doti registiche, tra tutte la ricreazione della scena della scalinata di Odessa de La corazzata Potëmkin (1925) di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Meno felice le seguenti.

Il… belpaese (1977), Professor Kranz tedesco di Germania (1978), l’episodio Si buana del collettivo Dove vai in vacanza? (1978) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario, sono pellicole al servizio di Paolo Villaggio, che cerca di portare nuovi personaggi al cinema, ma rifà, con minimi accorgimenti, sempre Fantozzi, ossia personaggi pusillanimi e meschini.

Tra tutte, la vera occasione persa fu particolarmente la prima, Il… belpaese, che poteva essere una feroce satira dell’Italia degli anni Settanta, tra riflusso, terrorismo e crisi economica.

Luciano Salce

Ultimo film che ha avuto un certo successo, e negli anni si è trasformato in un cult, è Vieni avanti cretino (1982) con Lino Banfi. Il film, che recupera cinematograficamente molte gag dell’avanspettacolo, ha una struttura simile a Fantozzi, proprio per circoscrivere le situazioni comiche in episodi e dargli maggior risalto.

Qualche scena è divertente, e certamente è uno dei migliori film di Banfi, però manca quella completezza raggiunta in Fantozzi, che era anche una spietata critica del mondo del lavoro e degli italiani. Salce all’inizio del film appare soltanto con la voce, pronunciando (rivolto a Banfi) la frase che dà il titolo al film, e nel finale (dinamitardo) entra in scena e mostra a Banfi cosa pensa della sua performance.

Luciano Salce

Tre film da menzionare a parte

Fermo restando che Il federale, Fantozzi, La voglia matta e anche il poco conosciuto Le ore dell’amore sono ritenute tappe fondamentali della carriera registica salciana, bisognerebbe aggiungere ulteriori tre titoli, benché qualitativamente diseguali, che mettono in evidenza il guizzo dinamitardo di Salce.

Colpo di stato (1969)

Nel panorama del cinema italiano del tempo, fu veramente una bomba, purtroppo non ben accolto da critica e pubblico. Un oggetto estraneo che ancora oggi conserva quella sua vena iconoclasta, sebbene ormai recepita come datata. Già la forma scelta, ovvero il mockumentary, è una novità, a cui si aggiunge la spietata parodia dei partiti di DC e PCI.

Le frecciate poco incisive scagliate ne La pecora nera, qui vanno molto più a segno e a fondo. E a guardarlo oggi, si rimane sorpresi su come Colpo di stato seppe raffigurare, con ben qualche mese d’anticipo, l’inizio della Strategia della tensione.

Basta guardarla (1970)

Anche questa pellicola non fu ben accolta, e rapidamente dimenticata. Soltanto a cominciare dal nuovo millennio, e tramite le rivalutazione di riviste del settore (ad esempio Nocturno), la pellicola ha avuto l’attenzione giusta.

Basta guardarla è un omaggio agli ultimi scampoli di vita dell’avanspettacolo d’antan, ormai itinerante soltanto nelle sperdute province. La sua sfortuna è che uscì prima di Roma (1972) di Federico Fellini e Polvere di stelle (1973) di e con Alberto Sordi, che ebbero maggior successo. Nel film di Luciano Salce, in ogni modo, non c’è una vera vena malinconica, ma soltanto una ricostruzione di un mondo raffazzonato (gli elementi scenici) e grezzo (le battute a doppio senso), che ha in ogni modo un suo candore.

L’intuizione di Salce è stata quella di aggiungere su questa base, una certa costruzione fumettistica, con la storia d’amore della trasognante Richetta (Maria Grazia Buccella) e del comico ormai decaduto Silver Boy (Carlo Giuffrè) intelaiata tramite alcune vignette.

La Buccella, imposta dal fidanzato produttore Vittorio Cecchi Gori, è perfetta e non avrà mai più un ruolo così calzante, ma anche il resto del cast, su tutti Giuffrè e Franca Valeri, è ben scelto. Tocco finale, l’interpretazione scherzosa di Salce nel ruolo del comico Farfarello, sprezzante comico ammirato dalle giovani donne, ma completamente impotente.

Vediamoci chiaro (1984)

Si può facilmente dire che è un film mediocre, per larga parte tirato via, ma è pur vero che Salce lo diresse poco dopo essersi rimesso dall’ictus subito. Uno dei problemi maggiori, oltre a una sceneggiatura poco acida e tendente a un buonismo finale, è già nell’interpretazione di Johnny Dorelli, attore che ebbe comunque un certo successo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, ma dalla faccia e i modi troppo puliti per interpretare ruoli da canaglia o di arrivista.

È un peccato, perché Vediamoci chiaro poteva essere una caustica commedia sulla televisione privata degli anni Ottanta, e sull’ipocrisia che si cela in una famiglia rispettabile. La malattia debilitante di Alberto Catuzzi (Johnny Dorelli), ossia la cecità dopo un incidente d’auto, rimanda rapidamente a quanto è accaduto a Salce. Una malattia che lo costringe a un nuovo modo di vedere il mondo che lo ha sempre circondato: cosa sono le cose giuste, e quali sono le vere persone di cui fidarsi.

Il guizzo dinamitardo di Salce, in ogni modo, è ravvisabile in due-tre scene, che sanno mettere in risalto la pungente osservazione tipica del regista, come ad esempio la scoperta che il suo miglior amico (Angelo Infanti) è l’amante della moglie, come è poco virginale sua figlia (Milly D’Abbraccio, futura pornostar), oppure gli intrallazzi manageriali nel network in cui lavora.

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