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INTERVISTE

Intervista a Raffaele Picchio, regista di “Morituris”

TAXI DRIVERS intervista Raffaele Picchio, regista di “Morituris”

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Ciao Raffaele, come è venuto fuori il titolo Morituris?

Dopo aver scritto le prime versioni della sceneggiatura cercavamo un titolo che fosse facile da ricordare ma che nello stesso tempo fosse rappresentativo dei temi del film. Ovvio che la scelta è ricaduta nel parafrasare il saluto dei gladiatori “ave cesare, morituri te salutant” (ave cesare, quelli che stanno per morire ti salutano). Quindi si è preso il dativo di “morituri” diventando così “per coloro che stanno per morire” ovvero i cinque protagonisti del film. In una parola facile da ricordare si racchiude subito il senso del film e l’immaginario che viene coinvolto.

Perché rievocare un periodo storico così lontano per affrontare questioni etiche contemporanee?

Come prima cosa Morituris nasce per essere un film di “genere”, di puro intrattenimento. Mi dirai che siamo sempre meno abituati a vedere film d’evasione (qualunque esso sia) con un minimo di costruzione dietro. Per me è stato naturale sviluppare una storia cercando di fare un discorso dietro al film più o meno condivisibile, inserendo magari retaggi di cultura o di media vari. Nel caso specifico del film l’idea era di “giocare” con il genere mettendo due tipi di orrori in contrapposizione tra loro (uno reale e agghiacciante, l’altro fantastico e “splatter”) ma che sono figli di una stessa realtà culturale, in questo caso prettamente italiana. C’è chi associa un film con i “gladiatori ritornanti” su coordinate fanzinaro-goliardiche o da splatter-ironico o parodico, noi invece l’abbiamo voluto fare seriamente, senza mai scordarci però il pubblico a cui il film si rivolge.

La tesi del film, per la quale “il male prevale” (come è nella tagline), in base a quali suggestioni è sostenuta?

Il discorso iniziale di Francesco Malcom è il senso stesso del film. Viviamo in un mondo in cui da sempre il debole non può vincere. Il male in ogni sua forma è sempre più potente ed investe tutto: il male chiama male e si viene a formare una catena inarrestabile in cui sovrasta sempre la forma più forte. “Quando si lancia una bomba atomica muoiono i malvagi, ma anche i buoni”. Se i bombardamenti fatti da un paese straniero con la convinzione del “bene” uccidono la mia famiglia, distruggono la mia casa e il mio futuro, non c’è da rimanere sorpresi se appena cresco prendo uno zaino e mi faccio saltare dentro un palazzo o una metropolitana. E in questa disperazione chi è che muore? I deboli. Il sangue chiama sangue, il male porta solo ad un male più grande che fagocita tutto e non fa più distinzioni: quando la vittima si trasforma in carnefice è sempre una sconfitta e l’unica cosa che prevale alla fine è solo il male.

La figura femminile nel film viene inquadrata sin da subito come degradata rispetto al maschile. Non hai pensato che questa rappresentazione potesse essere pericolosa?

La figura maschile nel film risulta peggiore di quella femminile. Io non sono d’accordo che ci sia questo divario: la superficialità e l’innocenza “colpevole” delle due donne (Desiree Giorgetti, Valentina  D’Andrea) non è certo peggio dell’egocentrismo, del razzismo, del “cannibalismo” e della crudeltà della figura maschile. Il fatto che non ci siano le supereroine dei vari horror o similari degli ultimi 10 anni è solo perchè nella realtà ciò non accade praticamente mai. Bollare di misoginia il film significa non averlo visto attentamente, ma fortunatamente, almeno dalle proiezioni fatte, emerge che questo aspetto viene capito più dalle donne che dagli uomini.

Al di là delle location boschive, c’è la parte di Francesco Malcom che si svolge in interni, creando una cesura con il resto della vicenda. Come mai?

Malcom è l’unico personaggio di cui sappiamo il nome (e i più attenti noteranno che Jacques Berenguer era il nome del capo dei marsigliesi che Andrea Ghira, uno dei carnefici del massacro del Circeo, “omaggiava” utilizzandolo come uno dei suoi nomi falsi) e anche lui rappresenta il cancro inarrestabile dentro la società. Vive in un super-attico nel cuore di Roma ed è l’unico pienamente cosciente del suo essere. Probabilmente è per questo che è una sorta di “leader filosofico” del gruppo. Il parallelismo con Patrick Bateman (personaggio creato dalla fantasia dello scrittore californiano Bret Easton Ellis, protagonista del romanzo American Psycho e della sua successiva trasposizione cinematografica) non è campato per aria a caso, le due figure sono molto simili e sono entrambi figli prediletti di una società malata. Se analizziamo altri feroci casi di cronaca nera (in tutti i sensi) italiana, per esempio il gruppo nazista Ludwig (Marco Furlan e Wolfgang Abel, due serial killer che commisero omicidi nel nord-est dell’Italia, in Germania e in Olanda tra il 25 agosto 1977 e il 7 gennaio 1984, rivendicando i propri crimini con volantini neonazisti firmati con la sigla Ludwig), c’è sempre un leader nell’ombra che fa dei deboli il suo braccio ideologico, manovrandoli e rimanendo sempre al di fuori di tutto. Anche per il circeo si parla non a caso di un presunto quarto uomo….

Nel film c’è anche, potremmo dire, una sorta di iconografia cattolica rovesciata, visto che i fatti storici si ispirano a un periodo precedente alla venuta di Cristo e quindi il crocefisso, anziché simboleggiare la redenzione, costituisce uno strumento di tortura…….

La religione cristiana, come tutte le altre del resto, è immersa nel sangue, nella tortura e nella colpa. Non vedo come un atroce strumento di tortura possa essere visto come simbolo di “redenzione”. Il crocefisso è visto nel film come tappa finale di un processo di martirio che coinvolge una dei personaggi nel film. Il fatto che le sue ultime parole siano, appunto, quelle pronunciate da Gesù Cristo nel momento della sua morte è solo un parallelismo al contrario: anche qui c’è un sacrificio  “a favore di altri”, ma nel mondo vero non c’è resurrezione, non c’è liberazione, non c’è Dio.

Il film è stato visto in festival in Italia e all’Estero. Come è stato recepito?

Film del genere non pretendono mezze misure e lo sapevamo bene fin dall’inizio. Infatti l’accoglienza è assolutamente categorica: o piace da impazzire o viene odiato. All’estero ovviamente non vengono colti parecchi riferimenti alla nostra storia nera italiana, molte persone hanno trovato più semplice bollare di misoginia il film, e qualche fan dello slasher duro e puro non ha apprezzato molto l’evoluzione della storia, nè come si è giocato con i generi. Ma c’è stato anche un buon riscontro da parte del pubblico dei festival, oltre che da siti e riviste importanti come Fangoria, Ain’t it cool, Twitch, Mad movies, L’ecran fantastique, Fear.net. In Italia, dopo il ritorno dal primo giro di festival esteri, abbiamo ottenuto due sold out sia al Tohorror Film Festival che al Trieste film Festival e il film generalmente è piaciuto (anche se non mancano ovviamente i soliti quattro mentecatti che ti odiano senza alcuna ragione e inventano balle pur di parlare male del film). Sarebbe bello vedere una reazione “capillare” del pubblico, ma si sa che quando si parla di distribuzione italica è sempre argomento tabù.

Questa è la tua opera prima. Cosa hai tratto da questa esperienza sul set? Pensi di voler continuare a fare film e rimanere sullo stesso genere?

Essere stato, come direbbe Callahan, “lo stronzo che fa il passo più lungo della gamba”, ha reso l’esperienza produttiva generale un massacro psichico e fisico. Si sono fatte tante scelte giuste, ma anche tante sbagliate e la vera vittoria è stata la capacità di tutti di rialzarsi sempre e continuare contro ogni avversità (e ce ne sono state a valanghe, non solo climatiche). Non riesco ad essere oggettivo sul risultato del film, ma sposo totalmente l’aforismo nietzschiano “quello che non ti uccide ti rende più forte” e la voglia di rimettersi in gioco per un nuovo lavoro, mettendo in pratica tutto quello che si è imparato, è fortissima. E non necessariamente con coordinate smaccatamente “horror”…

Luca Biscontini

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