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AMERICAN SPLENDOR

New American Mannerism

Illuminazioni dal cinema indipendente americano. Dalla nostra corrispondente da New York Stefania Paolini

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Tanto tempo fa mi innamorai di un ragazzo. Non era un granché, ma era gentile e diceva di amare l’arte e di trovarmi intelligente. Tra me e il ragazzo gentile non ha funzionato ed ora lui si circonda di donne non esattamente rifulgenti in acume. Quando il mio ego ferito morde, tento di ammansirlo sbirciando il facebook di queste signorine. Tra un consiglio di bellezza e qualche video hip-hop, ogni tanto mi capita di scovare anche conversazioni interessanti. Interessanti dal punto di vista antropologico, sia chiaro.

Di recente, nello specifico, mi è successo di appassionarmi ad una diatriba cinematografica incentrata sulla trasposizione in celluloide della trilogia di Larsson. Le signorine che ho summenzionato dissentivano circa la scelta di Daniel Craig per il personaggio di Blomkvist. Considerazioni estetiche a parte, une delle signorine, probabilmente la più scafata, si pavoneggiava di aver visto la versione cinematografica europea e di averla trovata, stranamente, piacevole. Il commento successivo dichiarava solennemente: «There’s something really authentic to well-made foreign films». Ovvero sia «C’è qualcosa di davvero autentico nei film stranieri ben fatti».

Come a dire che un film straniero, europeo, lo si riconosce dalla fattura non eccellente, dallo stile approssimativo, non scintillante? Così pare. È faticoso per me dare torto ad una simile affermazione. Alla fine il Cinematografo è l’arte Americana per eccellenza. Le ricerche più interessanti sul mezzo trovano terreno fertile principalmente negli USA, dalla tecnologia 3D, all’animazione, alle nuove cineprese digitali.

Gli Americani non si sono mai stancati di indagare nuove modalità dello spettacolo cinematografico. Sin dagli esordi, sin dalla sua codificazione, il Cinema Americano è stato soprattutto una questione di stile. Ovvio c’erano le storie, ma le storie andavano mostrate e mostrate in una certa maniera. Noi Europei siamo rimasti indietro e così come nell’arte ortodontica, pure in quella cinematografica, gli Americani credo abbiano ancora due o tre cosette da insegnarci.

Questo non è sempre vero a livello narrativo e infatti gli esperimenti più significativi in questo senso appartengono oggi ad autori non certo nativi del Nuovo Continente, pensiamo a Christopher Nolan o ad Alejandro Gonzales Iñarritu, giusto per citare i più trendy. Non temo di esagerare nel dire che le uniche eccezioni a questa tendenza siano Todd Haynes e Charlie Kauffman. Ma comunque parliamo di registi inseriti – per cui più liberi – ed ultra quarantenni, insomma dei dinosauri secondo i criteri del fare cinema americano, dove se non esordisci con un lungometraggio entro i 27 anni, come Orson Welles, è meglio che cambi mestiere.

Le cose non migliorano se si guarda ai pischelli. Ogni anno il Sundance ci propina qualche risplendente nuova speranza. La verità nuda e cruda è che questi alfieri del rinnovamento il più delle volte si limitano a servirci storie anti-Hollywood, popolate di anti-eroi con sorrisi poco Durbans. Hollywood è, volenti o nolenti, il termine di paragone, la cartina di tornasole contro cui misurare la propria indipendenza stilistica. Indipendenza che il più delle volte risiede nel contenuto delle storie, più che nella loro messa in scena.

Dove si gioca quindi la partita della sperimentazione estetica? Ci dovrà pur essere qualcuno che si diverte a rompere le uova nel paniere all’establishment, qualche giovane turco che se ne infischi altamente di marketing plan e audience campione. Certo ci sono centinaia di pseudo videomaker, buoni solo per Vice Magazine, e con una scarsa cognizione dell’arte che si apprestano ad insultare. Ma l’ignoranza, anche quando autenticamente scanzonata, non genera arte. Per esserci arte deve essere presente una dimensione di autoriflessione circa il mezzo, altrimenti siamo nell’ambito dell’espressione.

Appurato dunque che sul piano narrativo tutte scorre secondo le regole, almeno stupitemi con gli effetti speciali! Ma dei film che ho visto di recente, tuttavia, praticamente nessuno osa davvero, neppure a livello stilistico. Due tentativi parzialmente riusciti andrebbero forse attribuiti a due pellicole californiane uscite questo autunno: Bellflower e The Oregonian.

Bellflower è il film di debutto di Evan Glodell, classe 1980. Il press kit ed il trailer lo propagandano come il miglior esordio dell’anno. Non lo è. Non che abbia visto tutti i film d’esordio dell’anno, ma Bellflower non è certo un capolavoro. La pellicola narra le vicissitudini di due ragazzotti annoiati che decidono di costruire un lanciafiamme per ingannare il tempo. Uno dei due giovani si innamora della ragazza sbagliata e da lì le cose degenerano in un’eruzione di napalm e cuori infranti.

Per girare Bellflower, Glodell, che è uno strenuo sostenitore del cinema indie for indie’s sake, si è addirittura costruito le proprie cineprese, per non dipendere da endorsement e sponsorizzazioni di rito. Risultato? Un film da uomini per uomini, dove i momenti di tenerezza sono risibili, lo sciovinismo abbonda e la storia boccheggia. Qualità redimente del tutto: Bellflower è visivamente molto accattivante e ben composto e gli attori – Glodell stesso e Tyler Dawson – offrono prove convincenti. E meno male, perché i personaggi sono così detestabili ed insufficienti che viene quasi da urlare “a che pro” per l’intera durata del film.

Ora Glodell, per quanto poco, ci ha provato, si è messo lì ed ha trovato una storia che gli desse uno spunto per dare sfogo ad un sano infantilismo, si vedano le magnifiche e numerosissime scene di esplosioni, deflagrazioni, fiammate. Si è costruito i suoi giocattoli ed ha tentato di dare una forma se non nuova, quantomeno diversa, alla rappresentazione. Da qui una ricerca quasi maniacale del giusto mood visivo, una cura spasmodica della messa a fuoco parziale, sincopata verrebbe da dire, e della composizione del frame. Non pago della resa superficiale, Glodell, da bravo studente di Cinema, si è pure preso la briga di rimescolare la cronologia e di immergere gli eventi in una colonna sonora elettronica ed indie quanto basta. Un bel 6/7 per l’impegno.

The Oregonian. Questo film mi ha quasi gabbato. Dico quasi perché già dal trailer subodoravo la bufala. Ma non tergiversiamo. Una graziosa ragazza bionda (Lindsay PulsipherTrue Blood), vestita Urban Outfitters da capo a piedi – dettaglio non superfluo, dalla sua camicetta a scacchi capiamo infatti che la fanciulla è dell’Oregon (miracoli del pro filmico) – rimane coinvolta in un tragico incidente stradale. Al suo risveglio ogni cosa perde senso. Letteralmente. La giovane vaga senza meta, incontra personaggi assurdi quanto inutili, a Brooklyn li chiamiamo hipsters, e il tutto prende le sembianze dell’incubo. O di un cattivo trip. A seconda.

The Oregonian è praticamente David Lynch fatto di speed, se se ne escludono il talento, l’arte e l’autenticità’. The Oregonian è, in termini ontologici, una brutta copia. Certo il regista, Calvin Reeder, desiderava omaggiare il grande maestro americano, ma citare è una cosa, la carta carbone un’altra. Ogni aspetto del film, dal design sonoro alla scenografia, ai movimenti di macchina, è una scimmiottatura del fare cinema lynchano.

Va bene riverire, ma schiaffarmi a forza la Signora del Ceppo e Bob in una singola scena, mi pare davvero troppo. Senza parlare della strizzata d’occhio della scena del tunnel, ripresa pari pari dal ritorno di Ronette Pulaski a Twin Peaks. L’idea di aver dato 12 dollari a Calvin Reeder, solo per nutrire la sua ossessione verso il citazionismo avulso, devo dire mi turba. Io mi chiedo chi mai abbia potuto accettare di sborsare del danaro per dare forma a questo blob. Credo che Vice sia coinvolto… E non scherzo. In sintesi comunque The Oregonian è un film ridicolo. Quanto meno abbiamo rinvigorito l’addominale.

Se Bellflower mostra qualche caratteristica apprezzabile, The Oregonian per quanto mi riguarda rappresenta il vizio più comune dei giovani cineasti statunitensi, ovvero la pigrizia. È troppo facile, e moralmente deprecabile, mi si consenta, accontentarsi del deja-vu. E non è neppure una questione di mezzi, tecnici o finanziari. Copiare pedissequamente equivale a professare la propria inettitudine. E non ditemi che è il post-modernismo baby, perché mi esce la vena dalla fronte.

La citazione fa parte di un senso estetico generazionale, me ne rendo perfettamente conto, ma non può essere una formula gettata nel vuoto. Si cita, suppongo, per esprimere qualcosa, ma un film che è costituito esclusivamente dall’imitazione mal riuscita dell’opera di un altro regista non mi dice che sei un manierista, mi dice che hai il sedere pesante e non hai risorse artistiche necessarie per definirti un autore. La tua opera non ha funzione, né senso.

In modi niente affatto velati, questa tendenza all’emulazione non meditata pervade moltissime, probabilmente tutte, le opere dei giovani cineasti statunitensi. Siamo la generazione del “è gia stato fatto tutto” e del “se proprio dobbiamo farlo, almeno che sia bad-ass”. Lo stesso Bellflower sembra a tratti un video clip, o Michael Mann, o Ridley Scott. Ma in questo caso, l’omaggio trasversale ha una giustificazione quantomeno diegetica, il lanciafiamme è infatti ispirato a Mad Max (1979), e i riferimenti alla cinematografia distopica sono frequenti nell’arco di tutto il film.

A questo punto però è inevitabile chiedersi se sia davvero tutto qui e se il Cinema americano sia quindi inesorabilmente condannato a tentennare tra il manierismo hollywoodiano e il manierismo da saputelli.

Stefania Paolini

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