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‘Bootlegger’ di Caroline Monnet, la gioventù indigena bruciata dall’alcol

Alle Giornate del Cinema Quebecchese, premiato a Cannes 2017, il dramma di Mani nella comunità indigena del Québec lacerata dal referendum sull'alcol è visivamente sontuoso e spiritualmente perturbante

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All’inizio sono i fumi dell’alcol e delle sigarette. Poi è il fumo che si leva da una casa che brucia. Il prologo di Bootlegger di Caroline Monnet, in Italia disponibile online su Mymovies nelle Giornate del Cinema Quebecchese (24-31 marzo), è in questo flashback: vago, ma scottante. È un episodio dell’infanzia di Mani (Kawennáhere Devery Jacobs), di una bravata con un’amica finita nella tragedia di un rogo nel villaggio della comunità indigena algonchina. Da cui, poi, si è allontanata. Poco oltre, la ragazza appare infatti in abiti formali mentre conferisce, in perfetto inglese, con la tutor della tesi. Da questo impegno universitario, per la fanciulla indigena diventata donna di città, nasce l’esigenza di tornare al paese natio per completare le ricerche di laurea. Troverà il dolore delle radici perdute e una comunità dilaniata dal contrabbando dell’alcol, con l’incubo di una colonizzazione perpetua e minacciosa.

Laureatosi al Festival di Cannes 2017 per la migliore sceneggiatura, Bootlegger è un dramma di identità, perdute, offese e difese, con anime nere nei paesaggi ghiacciati del Québec. Visivamente sontuoso, perturbante nello spirito.

Il trailer

La trama

Mani, una studentessa di un master, torna nel luogo remoto nel nord del Quebec dove è cresciuta. Il suo passato doloroso riemerge. Decisa a reintegrarsi nella sua ex casa, viene coinvolta nel dibattito attorno a un referendum per consentire la vendita gratuita di alcolici. Laura, una contrabbandiera, intasca i profitti che guadagna sotto la protezione del consiglio cittadino e del suo partner Raymond. Quest’ultimo è ancora arrabbiato con Mani, che ritiene responsabile della morte di sua figlia in un incendio. Due donne radicalmente opposte dividono la comunità in due parti che si fronteggiano per determinare il miglior percorso verso l’indipendenza (Sinossi dal sito ufficiale)

La casa brucia

L’incipit di Bootlegger sembra lisergico, rituale. L’effetto è di un found footage fuori fuoco, prima che il fuoco arrivi davvero. Tale – fumoso – è il ricordo di Mani, all’origine della sua separazione dalla comunità indigena: un focolare con l’amica, un party a due degenerato in un incendio. È già in questo inizio, di possente suggestione visuale, il villain del film: l’alcol. Più specificamente, chi lo porta: il bianco civilizzatore, che in realtà corrompe e sradica. Larghi tratti del principio di Bootlegger raccontano di questa alienazione. Di una radice bruciata.

Bootlegger, la casa brucia

Bootlegger, il ricordo d’infanzia di Mani che apre il film e che tornerà ad assillarla durante il racconto

C’è, in primo luogo, il racconto linguistico, per verba, del disorientamento di Mani. Il suo francese è malconcio; l’algonchino è quasi del tutto perduto; l’inglese è solo la lingua di città. A parole, la sua divaricazione dai nativi emerge anche nel dialogo col vecchio amico Oscar (Samian), diventato poliziotto:

– Non hai mai avuto voglia di partire?

– Alcuni hanno il coraggio di partire, altri quello di restare.

In secondo luogo, con strategia più subliminale ma infine maggiormente incisiva, è la scelta delle angolature e dei movimenti della macchina da presa a riferire di un disagio da estraneità. Certi zoom in fanno quasi ansimare. Alcune carrellate laterali sono troncate da stacchi improvvisi. I paesaggi diventano alieni nelle stranianti riprese a “volo di drone”. Alcune rotazioni della macchina da presa, nella loro continuità, sono vertiginose soggettive di uno sguardo confuso: Mani guarda lo spazio circostante con più malessere che identificazione. Eppure, questa linea d’inquietudine del film, oltre a raccontare del complicato ambientamento della ragazza, serve a corroborare l’atmosfera noir del film, come di qualcosa che marcisce.

L’affarista fredda come il Nord

L’altra protagonista, controparte diabolica di Mani, è Laura (Pascale Bussières), la bootlegger del titolo. La sua figura oscilla ambiguamente tra la boss da Gomorra canadese e la vittima dell’ostracismo di comunità. Dall’emporio locale, gestisce gli affari e i malaffari con calcolo gelido. Con l’insinuante e luciferina dialettica da imbonitrice, la vediamo vendere una bottiglia di acquavite persino al nonno di Mani. Tra mazzette e contrabbando, spalleggiata dalla sindaca connivente, è insieme l’immagine della corruttrice e della corrotta.

Bootlegger, Laura all'esterno del suo emporio

Bootlegger, Laura (Pascale Bussières) all’esterno del proprio emporio

Il seme della discordia, però, le si ritorce contro. Le tocca subire l’aggressività tanto di qualche bulletto, quanto di quella parte della comunità favorevole alla legalizzazione dell’alcol. Sul suo cane bianco qualcuno ha scritto bitch; la casa è stata tappezzata di volantini con la scritta Oui au referendum. Sono i segni di uno slittamento da carnefice a vittima, che culmina nella suspense di uno stalking automobilistico tra le strade scivolose fiancheggiate dagli aceri innevati. Ma la suspense di Bootlegger, a ben vedere, non è solo in questa violenza latente. Singolarmente, si tratta piuttosto di una suspense da referendum.

La soluzione è a portata di Mani

La corruzione, di fatto, non è nelle tangenti alla sindaca, quanto nella degenerazione di morale e tradizione, temuta dagli anziani del villaggio.

Ci sono volute quasi quattro generazioni per distruggerci,  e potrebbero volercene altre quattro per guarirci.

È vero, certo, che per larghi tratti il linguaggio audio-visivo assecondare la tensione del thriller. Sembra in agguato qualche duello tra bande, una qualche cospirazione nelle notti boschive. I tramonti dalle fosforescenze purpuree si fanno trappole di ghiaccio. Nelle panoramiche inquietate dal soundtrack, risuonano echi di sintetizzatori e percussioni. Lo spettatore è immerso in un universo sonoro che è mistura di rimbombi tribali ed elettronica minimalista. Splendido lavoro, quasi alla Twin Peaks, di Jean Martin and Tanya Tagaq.

Bootlegger, una delle tante riprese del paesaggio.

Bootlegger, una delle tante riprese del paesaggio. Il film è girato in Canada tra Kitigan Zibi e Tiohtià:ke/Moonyang

Ma accanto alla tensione di genere, appunto, c’è il picco gemello della tensione etica: nell’ardua scelta tra legalizzazione dell’alcol e divieto a oltranza che lacera gli abitanti del paese. L’inquadratura più ansiogena del film è nel Consiglio che si riunisce per contestare a Mani la sua posizione a favore del al referendum. Un accerchiamento, semmai.

Bootlegger, gli anziani del villaggio contestano la posizione di Mani

In uno dei pezzi della colonna sonora, il cantautore canadese Willy Mitchell declama: “Ascolto il popolo anziano, e quello che ha da dire (…) ascolto il richiamo dell’alce, mentre giace a terra a morire”. Mentre i giovani si ubriacano attorno al fuoco, c’è chi si erge a custode di una tradizione morente. Ma non è tutta gioventù bruciata dall’alcol. C’è anche chi, come Mani, può mediare col dialogo tra identità e modernità, tra tradizione e apertura. Il cinema suggestionato, combattuto e raffinato di Bootlegger racconta anche questo: si possono contrabbandare pure le buone idee. E oltre ai paesaggi del Québec, quanta poesia pure nelle urne del referendum.

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Bootlegger

  • Anno: 2017
  • Durata: 81'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Canada
  • Regia: Caroline Monnet