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Festival di Roma 2011: “Trishna” di Michael Winterbottom (Focus)

Una fotografia dal gusto classico, che predilige i primi piani, e una musica che accompagna il sorgere dei diversi sentimenti nei cuori dei protagonisti corredano l’ultima opera di Winterbottom, assolutamente da non perdere

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Nella sezione Focus del Festival Internazionale del Film di Roma è stato presentato Trishna, già in concorso al Toronto International Film Festival. Si tratta di una tragedia indiana diretta da Michael Winterbottom, noto per aver girato film come The Road To Guantanamo (2006) e A Mighty Heart (2007), e per il consueto utilizzo di toni tragici che rasentano il nichilismo nella narrazione.

Trishna (Freida Pinto) è una ragazza nata in un piccolo paesino del Rajasthan. La sua numerosa famiglia vive grazie al lavoro del padre della ragazza, un piccolo commerciante, che quando distrugge la sua jeep in un incidente, non può più esercitare il suo mestiere. Sarà Trishna, figlia maggiore, a dover sostenere la sua famiglia. La vita della ragazza sembra essere sull’orlo della svolta con la proposta di Jay Singh (Riz Ahmed), giovane rampollo dell’alta borghesia britannica, che le offre un lavoro nel suo hotel di Jaipur. Tra i due scoppia una  travolgente passione, in seguito alla quale la nostra eroina rimane incinta, ma, a causa del retaggio culturale di cui è vittima, decide di licenziarsi e tornare a casa sua, dove i genitori la costringeranno ad abortire e poi la spediranno nuovamente lontano. Jay riesce a ritrovare la sua amata e a portarla con sé nel suo appartamento di Mumbai, per offrirle una vita agiata e piena d’amore: lei, non più costretta a svolgere lavori umilissimi, si appassiona alla bollywood dance, si fa notare nell’ambiente, e la sera torna a casa felice di preparare la cena al suo Jay. L’idillio va in frantumi quando Trishna gli racconta di aver abortito. Da quel momento lui la considera la sua schiava e, tornati in uno dei suoi alberghi, la fa lavorare nuovamente come cameriera. Le sue giornate sono scandite dai pasti e dagli amplessi che è costretta a servire al suo “padrone”. L’amore si trasforma in odio e i pregiudizi finiscono per escludere ogni possibilità di un lieto fine.

In Trishna il remoto Rajasthan indiano diventa la nuova location del classico del 1891, scritto da Thomas Hardy, Tess of the d’Ubervilles: A Pure Woman Faithfully Presented. La scelta di Winterbottom non è casuale, poiché la storia dell’eroina di Hardy, dopo la prima appassionante trasposizione cinematografica del 1979 ad opera di Roman Polanski, oggi trova la sua dimensione più veritiera sicuramente in India, paese ancora affetto da retaggi culturali molto forti, che portano alla realizzazione di situazioni al limite della diperazione. Trishna e Jay appaiono caratterizzati proprio come due personaggi tragici: la prima è destinata fin dall’inizio ad un’esistenza costellata di sacrifici e funestata dall’imposizione dell’aborto, mentre l’altro s’imbarbarisce fino a diventare uno spietato aguzzino di una facile preda. L’exploit di violenza finale stupisce poiché, durante i quasi centoventi minuti di pellicola, la Pinto sembra votata alla rassegnazione, essendo incapace di fare del male a qualcuno, come un’indiana modello, ma, a differenza di quello stereotipo, ha in sé una tale voglia di cambiare la sua situazione, che giunge a commettere l’orribile gesto. Ma come ogni tragedia che si rispetti, la nostra eroina, non sopportando l’idea di aver commesso due omicidi, di non essersi sposata, di aver perso il lavoro e la possibilità di mantenere la sua famiglia, si farà fagocitare da sensi di colpa ancestrali e tipici della sua cultura.

Il lavoro di Winterbottom testimonia il suo impegno e diventa molto interessante, se pensiamo alla rappresentazione che fa della cultura indiana, la quale in alcune zone persiste più di quanto possiamo immaginare: una famiglia di sole figlie femmine (come quella di Trishna), in regioni come il Rajasthan, rappresenta una sciagura, poiché il figlio maschio è l’unico che potrà sostenere i genitori durante la vecchiaia, portare a casa la dote della moglie e accendere il fuoco della pira del padre, una volta che questi sia morto.

Si tratta di un film che può spiazzare un pubblico occidentale, non abituato oggigiorno a vedere una donna quasi impotente, però questa è la realtà dell’India moderna, che non affligge solo il paesino sperduto, ma anche l’alta borghesia del nord-est.

Musiche tipiche, danze, colori vivi e paesaggi indiani non mancano, costituendo gli elementi caratterizzanti del film, che restituiscono una rappresentazione piacevole e realistica dell’india, senza puntare sulla curiosità esotica.

Una fotografia dal gusto classico, che predilige i primi piani, e una musica che accompagna il sorgere dei diversi sentimenti nei cuori dei protagonisti corredano l’ultima opera di Winterbottom, assolutamente da non perdere. Gli auguriamo quindi di trovare presto una distribuzione.

Francesca Tiberi

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