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‘Piccolo Corpo’ Conversazione con Laura Saman

Presentato in anteprima mondiale alla Semaine de la critique e in arrivo a Berlino nella sezione Competition Italian Film Festival Berlin, Piccolo Corpo

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piccolo corpo laura samani

Presentato in anteprima mondiale alla Semaine de la critique e in arrivo a Berlino nella sezione Competition Italian Film Festival Berlin, Piccolo Corpo di Laura Samani restituisce alle figure femminili una centralità che la rapacità del mondo stenta a riconoscergli. Sulla scia di film come Vergine Giurata e Maternal, ecco Piccolo Corpo spiegato nelle parole della sua regista Laura Samani.

Piccolo corpo di Laura Samani

Lo sfondo bianco su cui scorrono i titoli di testa è accompagnato da un canto popolare a tema religioso con il quale le donne affidano la partoriente a Maria, colei che è senza peccato. Considerato che il significato greco di Agata è buona e gentile e nella considerazione degli echi evangelici presenti nel corso della narrazione, mi pare che con un’apertura simile tu voglia stabilire una connessione tra sacro e profano così come tra la figura della Santa e quella della giovane protagonista.

Agata è un nome che a me piace molto, per questo l’ho scelto. Non c’è stata alcuna ricerca etimologica, né la volontà di rifarmi alla tradizione religiosa. Però è vero che confrontandomi con Marco Borromei ed Elisa Dondi, coautori della sceneggiatura, ci siamo resi conto che il livello di stratificazione presente nel film trova sempre una sua coerenza, che stimola gli spettatori a crearsi un percorso personale all’interno del racconto, e questa è una cosa bellissima! Poi, ovviamente, ci sono state ricerche di carattere storico, ma è bello vedere come l’organicità generale del progetto riesca a essere reinterpretata a livello individuale.

La sequenza iniziale stabilisce un principio di coerenza tematica e visiva nel quale fisico e metafisico intervengono in egual misura sulle vicende del film. Quella appena menzionata è all’insegna della trasfigurazione. Lo è il fatto di coprire il volto della ragazza con un velo che ne lascia scoperta la pancia, evidenziando il corpo dello scandalo, quello che spingerà Agata a intraprendere il suo viaggio.

Il velo è il modo che mi sembrava più giusto per presentare un personaggio che per me rimane un mistero. Pur avendola creata io, per me Agata è ancora in parte un mistero. Credo che anche lo spettatore non riesca a comprendere fino in fondo le sue ragioni. E sì, la pancia è la prima cosa che vediamo di lei. Nonostante il suo corpo venga martoriato e indebolito, come dici tu, è un corpo destinato a rimanere sempre forte e presente alla verità – anche archetipica – dell’universo femminile. Tant’è che nella scena ambientata nella casa delle curatrici ne mostro il sesso con i peli e il sangue, faccio vedere il corpo di una donna che ha partorito. Il corpo di Agata non viene sessualizzato ed è una scelta politica.

Le tematiche

Tra i temi del film c’è quello del corpo percepito in termini di colpevolezza e punizione. Lo è quello di Agata per il fatto di essere continuamente “profanato”; lo è quello della figlia, morta prima di venire alla luce e dunque condannata a vagare nel limbo. Lo è quello di Lince, che il padre allontana per la medesima ragione.

Il personaggio di Lince è cambiato molto nelle varie stesure. All’inizio aveva un’identità diversa, era dichiaratamente femmina e aveva un altro nome. Nel contesto storico in cui si svolge il film era plausibile per una ragazza non corrispondente ai canoni – o banalmente desiderosa di vivere in maniera libera – mettersi i pantaloni e tagliarsi i capelli per poter vivere senza pericoli nel bosco, anche a costo di essere disconosciuta dalla propria famiglia. Purtroppo ci siamo resi conto che, nonostante i mutamenti in atto nel mondo, ancora troppo poco è cambiato da allora in termini di inclusività e accettazione, e a me questa cosa non piace. Però è una conquista potenzialmente in atto, siamo messi meglio di ieri e peggio di domani. Oggi Lince ha un corpo di donna, si muove nel mondo come un maschio e ha scelto un nome di animale. È un trittico.

Il personaggio di Agata

A proposito della tua ultima affermazione, Agata, e con lei il film, portano in scena una sorta di misticismo alternativo a quello vigente. Il vangelo di Piccolo Corpo ci propone una nuova Trinità costituita da Lince, da Agata e dalla sua bambina. Peraltro nel corso della vicenda c’è una progressiva compenetrazione tra i due protagonisti. All’inizio del viaggio è Lince a fare da guida ad Agata poi, nel momento in cui entrano nella caverna, succede il contrario. La vicinanza tra i protagonisti è espressa anche a livello visivo, con il taglio dei capelli da parte di Agata, la cui mise diventa simile a quella di Lince e cioè maschile. È come se da quel momento Agata e Lince diventassero una cosa sola, unendo il fisico e il metafisico nei quali di fatto si compie il miracolo.

Sono d’accordo sul fatto che Agata crea una nuova ritualità, però lei già viene da una cultura – almeno nel Friuli Venezia Giulia di quel tempo – in cui c’era una contaminazione tra quelle che erano superstizioni e credi più antichi dell’eredità cattolica, con il credo propriamente cattolico. Come ti dicevo, per noi è stato divertente creare i nostri riti trovando corrispondenza a delle cose che già si facevano. Sia per Agata che per Lince, quel viaggio assume un carattere trascendentale. Ed è vero che si danno il cambio perché soprattutto Lince ha lo spazio per accogliere dentro di sé quello che gli viene dato, anche se ancora non se l’è detto.

Il misticismo di Agata si esplica anche nel rapporto con la natura e con i suoi elementi. Penso al mare e all’acqua presenti lungo tutto il film, ma anche alla terra con cui la ragazza si rapporta in una sorta di ascesi francescana.

Credo che lo spirito sia bello vederlo incarnato, nel senso che il rischio era quello di tradurre tutti questi discorsi in un saggio di antropologia o di teologia, mentre per me il cinema è un imbuto, un mezzo per riuscire a trovare la prossimità con le persone. Piccolo Corpo è stato il mezzo per esplorare questo segreto. Con Celeste Cescutti e Ondina Quadri abbiamo fatto un lavoro sul corpo, sulla gestualità e sul non detto, consapevoli che i loro personaggi mantengono un segreto. Noi, da osservatori privilegiati, sappiamo quello di Agata, poi ci accorgiamo che anche Lince ne ha uno. Le loro sono due solitudini che nell’arco di un tempo molto breve hanno il tempo di capirsi e, in qualche misura, di farsi compagnia.

Il ruolo del corpo in Piccolo corpo di Laura Samani

Rispetto alla scena iniziale girata in esterni e immersa in una luce abbacinante, quella successiva è di opposto tenore, claustrofobica e buia, nel racconto di un parto doloroso e di una sofferenza testimoniata dalla posizione del corpo, prono e riverso sul letto ai limiti dello stremo. Anche la luce, rossa come il fuoco, sembra ribadire i riferimenti a quella liberazione dal peccato invocata dalle perpetue nella scena precedente.

Quello che dici è affascinante, ma a livello razionale non ho mai pensato di associare il racconto dei corpi al senso di vergogna. È una cosa che trovo interessante, ma non era in cima alla mia lista degli aspetti da mettere a fuoco. Questo è il tuo lavoro, ed è interessante che ci sia un taglio critico su cose che io, Elisa e Marco non abbiamo considerato. Sicuramente quello di Agata è un corpo destinato a cambiare in maniera radicale nell’arco del film. Lei percepisce la bambina come un tutt’uno con il suo corpo e non accetta di non avere più la pancia, perché accetta il distacco dalla bambina. Quindi quello che fa è spostarla fisicamente sulla schiena, nella scatola. La fa diventare un peso da portare sulle spalle.

Tra l’altro nella recensione del film ho scritto che la consustanzialità tra madre e figlia, ribadita da Agata nei confronti di chi le chiede conto della sua impresa, afferma la superiorità del corpo e della vita rispetto alla sovrastruttura e dunque alla morte e ai suoi rappresentanti.

La superiorità dell’essere organicamente insieme rispetto alle sovrastrutture.

Piccolo Corpo racconta anche la possibilità di una famiglia in cui la mancata diversità dei sessi, come succede tra Agata e Lince, non preclude, ma anzi favorisce il compiersi del miracolo della vita che muore e poi rinasce.

Il miracolo accade perché c’è cura reciproca, amore. E questo esula dal genere dei soggetti.

Alcune considerazioni sul film

Il mare, i pescatori, la donna con il velo e infine il battesimo sull’acqua. Le prime scene del film ci riportano a un paesaggio evangelico, sul tipo di quello filmato da Abel Ferrara in Mary e comunque vicino a quelle con cui il cinema ha raccontato quella storia. Quello di Piccolo Corpo assomiglia al paesaggio in cui Gesù ha iniziato le sue predicazioni. Una rivisitazione in chiave mistica in cui Agata figura come novella Maria. È una considerazione condivisibile?

Sì. Io sono cresciuta con una base di blanda cultura cattolica da una parte e le favole dei fratelli Grimm dall’altra. Non avendo gli strumenti, ma neanche l’interesse, per distinguere l’attendibilità di una dalle altre, io le prendevo per vere alla stessa maniera, e quindi dentro di me si sono amalgamate. Dalle parabole a Pollicino, queste storie in me avevano lo stesso peso: erano dei racconti anche cruenti, che però ti davano degli strumenti per affrontare le difficoltà della vita.

Un esempio di tale commistione è la scena in cui, dopo il funerale, la perpetua vestita di nero avvicina Agata nascondendosi tra il fogliame della vegetazione. La sua è una presenza fantasmatica e per certi versi minacciosa nella sua funzione tentatrice. È infatti lei che annuncia alla ragazza l’esistenza della Chiesa dove il figlio può essere battezzato. Dello stesso tenore è il resto del film perché il viaggio di Agata e Lince si svolge in un paesaggio simile a quelli di Biancaneve e i 7 nani e Cenerentola, con il bosco, le fate, gli orchi le streghe pronti a ostacolare l’avanzata del sodalizio.

In questo senso non abbiamo inventato niente di nuovo, perché si tratta di un patrimonio culturale e di usanze a cui si può propendere privilegiando il simbolismo religioso oppure il racconto allegorico o folkloristico. Sono funzionali entrambi, il che ti fa anche capire che le cose sono intrecciate in maniera organica.

Infatti tu hai preso una serie di materiali culturali importanti e complessi sintetizzandoli in una maniera che non appesantisce il film, ma che anzi gli conferisce un surplus di energia primigenia.

Una delle prime cose che ci siamo detti quando abbiamo iniziato a esplorare le possibilità del racconto è stata: questa è una storia che fa paura, ma vogliamo che sia raccontabile anche a un bambino.

Il paesaggio in Piccolo corpo di Laura Samani

Parlavamo dell’importanza del paesaggio naturale nell’economia della storia. Nella scena d’apertura la presenza dell’acqua svolge una funzione liberatrice/purificatrice/riparatrice che ritroveremo nella chiusa finale.

Mi accorgo che tutti i passaggi in cui racconto un mutamento radicale sono ambientati in acqua. Era così anche nel mio lavoro precedente, il cortometraggio La Santa che dorme. Peraltro la circolarità di Piccolo corpo non è stata ricercata: la scena conclusiva doveva essere del tutto diversa e invece ci siamo trovati a modificarla molto a ridosso delle riprese per motivi di sicurezza e budget. Come spesso accade, la fretta a volte ti fa pescare nell’istinto certe soluzioni. Il fatto che il mio subconscio ritorni sempre all’acqua è perché, forse, lì mi sento sicura.

piccolo corpo laura samani

La scena conclusiva non è solo bella, ma anche molto poetica.

Quell’acqua è come se fosse liquido amniotico.

Il titolo

Sia Agata che Lince ribadiscono ogni volta la volontà di essere padrone del proprio corpo; il film anche nel suo titolo vi fa riferimento. Al significato più ovvio, relativo alla minutezza della nascitura, ce n’è anche un altro che è possibile riferire al fatto che la natura delle protagoniste è cosi varia e piena di sfaccettature da essere incontenibile, troppo grande rispetto a un corpo troppo piccolo. Ovviamente parlo in senso metaforico.

Il titolo viene da una battuta che è stata tagliata dalla sceneggiatura, in cui qualcuno diceva ad Agata a proposito della figlia: “È solo un piccolo corpo”, come a dire che la sua anima non è più qua. Nonostante la rimozione di quella battuta, sentivamo che era il titolo. È come se il corpo della bambina contenuto nella scatola fosse il terzo protagonista. Si potrebbe dire che l’intera storia ruota attorno al viaggio di questa mistery box. Io penso che Agata si chieda di continuo cosa è rimasto di sua figlia e quali sono le prove per affermare che la sua anima sia prigioniera altrove. Il concetto di mistero della fede cattolica è bellissimo, però non è detto che possa sempre bastare. Per Agata non è abbastanza.

Piccolo corpo di Laura Samani come un documentario?

Al realismo pittorico Piccolo Corpo unisce alcuni degli stilemi tipici del film documentario. Penso al pedinamento dei personaggi, all’uso della macchina a spalla, alla sguardo sul paesaggio rispettoso della realtà locale. Il rigore della forma ti consente di realizzare sequenze come quella finale, in cui onirismo e metafisico sono frutto di scatti impercettibili. In questo caso il cambio di livello percettivo è segnalato dal commento sonoro, altrove assente. Più in generale il connubio tra concretezza e trasfigurazione ti permette di squarciare il velo dell’apparenza per arrivare all’essenza della vita.

Con direttore della fotografia e operatore di macchina Mitja Licen abbiamo concordato un approccio documentaristico per provare la stessa fatica di Agata e Lince, eliminando ogni lirismo per riservarlo solo alla scena finale, girando piani sequenza abbastanza lunghi. In generale abbiamo avuto un approccio molto terreno per un racconto che terreno non è. Come se ci fosse un chiasmo: dal punto di vista fisico, quello di Agata è un viaggio ascensionale, dal mare alla montagna, dal punto di vista psicologico ed emotivo accade l’esatto contrario, c’è uno sprofondamento. La forma del film si presenta allo stesso modo: se da un lato volevamo parlare di trascendenza, dall’altro avevo un fortissimo bisogno di ancorare la narrazione a qualcosa di molto concreto. Avevo bisogno che quel tavolo di legno avesse le schegge, che il sangue fosse credibile, e cosi via.

La fotografia

La fotografia privilegia il contrasto, ma anche il collegamento tra luce e ombra, riflettendo di volta in volta i cambiamenti interiori della protagonista.

Rispetto alla richiesta di girare nella maniera più naturale possibile, Mitja ha deciso di lavorare sulle fonti di luce presenti nell’epoca in cui si svolge la storia, quindi quella naturale in esterni; mentre gli interni sono stati illuminati dal fuoco, dalle candele, dalle lampade a olio. Lo stesso approccio è stato seguito per la scenografia degli ambienti e soprattutto per le condizioni meteorologiche, girando sia quando nevicava, sia quando pioveva. La troupe ha fatto lo stesso viaggio di Agata e Lince, nel senso che abbiamo girato in continuità, scegliendo le location sulla base di una plausibilità geografica. Dipendevamo da quello che succedeva nell’ambiente al momento di girare, quindi era tutto molto veritiero.

piccolo corpo laura samani

Associazioni

Guardando Piccolo Corpo mi è venuto spontaneo pensare a due film in particolare e cioè a Vergine Giurata e a Maternal. Oltre alla centralità del corpo femminile e al tema della maternità presente nel film di Maura Delpero, il tuo condivideva con il lungometraggio di Laura Bispuri il discorso sull’identità femminile.

Maternal lo devo recuperare, mentre il film di Laura Bispuri mi piace molto. Immagino che il tuo collegamento con Vergine Giurata sia dovuto alla presenza del personaggio di Lince, ma i modi in cui i due film parlano del maschile incluso nel femminile hanno significati diversi.

Le attrici del film

Parliamo delle due attrici. Ondina Quadri anche qui la ritroviamo alle prese con un personaggio in transizione, come lo era stato quello di Arianna, il film di Carlo Lavagna. Celeste Cescutti invece è alla sua prima interpretazione. Di lei mi ha colpito la capacità di raccontare il dramma interiore di Agata lasciandolo trapelare dalla postura del corpo e dalle espressioni del viso piuttosto come pure dal silenzio delle parole.

L’incontro con Celeste è avvenuto nel corso di un casting aperto anche a non professionisti, perché a me interessava lavorare in dialetto. Lei si è presentata pensando fosse un casting per comparse! Prima di incontrarla avevo un’idea molto diversa di Agata: il personaggio faceva le stesse cose, però nella mia testa c’era una ragazza fragile, ansiosa e inquieta. Di Celeste mi ha colpito prima di tutto la dignità. Lei è una persona molto divertente e allegra, però di base ha proprio questa caratteristica lampante che ha portato nel personaggio. Ci conosciamo dal 2017, siamo diventate amiche e abbiamo avuto modo di parlare più della vita che del film. Questo ha creato tra di noi una fiducia reciproca. Ho dato sia a lei che a Ondina dei compiti, ma ho chiesto anche di coltivare la verità del personaggio di cui si stavano prendendo cura. Di non rivelarlo del tutto. A Ondina, per esempio, ho chiesto di scegliere il nome della bambina come pure quello che aveva il suo personaggio prima di chiamarsi Lince, dicendole di non dirlo a nessuno. Nemmeno io so quale ha scelto. Ondina l’ho incontrata dopo mesi di casting che non stava dando i suoi frutti. La conoscevo di nome e all’inizio ero un po’ scettica, perché essendo romana mi chiedevo se sarebbe riuscita a imparare il dialetto. E temevo ci fosse un gap di preparazione tra lei e Celeste, invece è stato un incontro perfetto.

Agata, come Menocchio, è un personaggio eretico in ragione del suo ribellarsi alle regole. Questo per dire di come il cinema della Nefertiti di Nadia Trevisan e Alberto Fasulo sia in molte cose, e per esempio nella decisione di lavorare nel territorio, di utilizzare il dialetto e di girare in un economia che diventa rigore e non sottrazione, simile al tuo.

D’altronde tra simili ci si cerca, e mi viene anche da dirti che in Friuli Venezia Giulia, o quantomeno all’interno della Nefertiti, c’è tanta eresia (ride, ndr). Diciamo che nel momento in cui ci siamo avvicinati, loro hanno letto il progetto e capito di cosa volevo parlare. Nadia ha sicuramente riconosciuto qualcosa che riecheggiava dentro di loro già in precedenza.

Laura Samani oltre Piccolo corpo

Parliamo del cinema che ti piace.

Sono piuttosto onnivora, mi piacciono i film capaci di spiegarmi qualcosa di nuovo su di me, quindi questa possibilità può capitare con autori molto diversi. Poi ci sono voci a cui torno sempre con curiosità immensa, penso a Kelly Reichardt. Per me lei è una meravigliosa interlocutrice immaginaria, perché non ho avuto ancora l’onore di conoscerla.

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Piccolo Corpo di Laura Samani

  • Anno: 2022
  • Durata: 89
  • Distribuzione: Nefertiti Film
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Italia, Francia, Slovenia
  • Regia: Laura Samani
  • Data di uscita: 10-February-2022