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PREVIEW

Arriva in sala ‘America Latina’, il gioiellino dei fratelli d’Innocenzo. Intervista a Elio Germano, Fabio e Damiano.

Antinomia del doppio: lo 'split' mentale di un medico che anziché salvare vite, forse le interrompe.

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“Vogliamo rimanere scomodi, innanzitutto a noi stessi, ‘America Latina’ è un film fortemente immersivo. Non è un viaggio al termine della notte, ma è invece un viaggio al termine di un uomo”                                                                                                                                 

Preambolo

Metti un dentista. Che, già di per sé, come categoria, inocula timore, oltre ad anestesie.

Metti una villa. Scoordinata, disallineata rispetto alle prospettive dell’equilibrio. Fuori assetto o semplicemente brutta, memore delle speculazioni anni ’70 che, come Genius Loci al contrario, hanno creato aborti, non solo edilizi, ma anche visivi.

Metti Latina. Palude. Bonifiche, centrali nucleari dismesse, umidità. Un sottobosco di avanzi e sogni irrealizzati. Come non luogo, ideale, generale, onirico. E Latina come continente, dell’America, cioè distante, allontanato.

Metti i colori pallidi o lisergici, acidi o esangui di una fotografia morbida, ma torbida, sia nei costumi che negli spazi. Ti percuote con un cromatismo dissonante. Spesso speculare e specchiata, adoperata in vetri, riflessi, specchi, essa certifica molte stranezze visive. Non ultima la calvizie di un eccelso Elio Germano, il cui ovale glabro e perfetto incute paura. Destabilizza.

poster germano america latina

Metti il Realismo magico di Alex Colville. O l’olandese su tutti: Rembrandt in Lezione di anatomia del dottor Tulp. Come contrassegno della sua pittura i colori pastosi e oscuri illuminati da improvvisi squarci di luce, in un’atmosfera severa, ma insieme ricca di speranza. Come nei D’innocenzo.

Metti dei rumori musicali martellanti, eleganti e ritmati, ripetitivi che vanno a segno nel delineare nevrosi mentali.

Così nasce l’anatomia del doppio, quella creata dai gemelli, loro stessi in due, i d’Innocenzo. Un uomo meticoloso, scisso tra lavoro alienante, alienazione del sé e delle architetture dove abita con la famiglia e le due figlie femmine, da cui appare totalmente “incompreso” nella sua contorta, ma “viva” sensibilità.

Sarà una casualità, ma lo split mentale di un dentista che, anziché salvare vite le interrompe assume, in un momento disastroso come quello che stiamo vivendo oggi, una sorta di visione chiaroveggente. Molti dottori lasciano la professione, si rivoltano alle loro stesse regole sceniche e, dopati dei loro stessi farmaci che si auto-prescrivono spesso abbondandone, contribuiscono qui a una denuncia che nel film è prassi e non sembra finzione.

78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

Presentato in concorso alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha riscosso una buona reazione dalla critica, America Latina scritto e diretto da Damiano e Fabio D’Innocenzo, ignora le concause di una psicologia spesso malata: quella di alcuni “luminari” (interiormente spenti), nutriti di super io, dotati di superpoteri in grado di salvare / interrompere una vita, che si avvicinano al superuomo descritto da Nietzsche: i medici. Colti in flagrante quando non si sanno controllare, come nel caso di Elio Germano, o si controllano troppo, fino a sbottare, nascondendo, in primis a se stessi, la verità. Se mai ce ne fosse una sola.

In questo interruttore, dentro – fuori, visione dell’essere, visione dell’apparire, sia attua un corto circuito. Elio Germano, eccelso come sempre ne offre, con l’ottima regia, il ponte. Guida la sua magica sensibilità, che sa cogliere le piccole sfumature, come crepe invisibili in un vaso d’argilla o i craquelet di un quadro antico, minando da dentro la personalità già clinica e psicotica del soggetto protagonista.

Spesso liberi e scevri da ogni controllo, perché i medici sono loro, perlopiù contrari alla psicologia, all’analisi mentale dei loro superpoteri, a volte i veri casi clinici più interessanti da studiare. Sembrano averlo capito alla perfezione i due D’Innocenzo con una storia calibrata e del tutto credibile.

Rimane misterioso e rarefatto il loro cinema sempre originale che, comunica molto come farebbe un quadro, più per immagini che per parole, grazie anche che alla fotografia di Paolo Carnera e al netto montaggio di Walter Fasano.

La parola al produttore: Lorenzo Mieli

“Erano anni che seguivamo i D’Innocenzo. Avevo capito che sono registi veramente nuovi. Ogni volta sono stato spiazzato da quello che leggevo in prima lettura e sono ancora spiazzato da quello che stanno dicendo adesso. E’ un film spiazzante ed è questo che ci interessa, perché questa originalità è la forza del loro talento. La ricerca dell’identità di se stessi, chi sono io, sono in grado di amarmi, di essere amato e di perdonarmi,” questo racconta il produttore Mieli.

“Il loro è un genere trasformato. Hanno lavorato alla  scrittura per un anno e il personaggio cerca di rispondere a quelle domande. I D’Innocenzo sono due artisti veri, che si mettono in gioco fin dal primo giorno. E’ appassionante lavorare con loro, perché sono appassionati della propria passione, non solo dell’oggetto che stanno creando.

Lavorare con loro è bello perché sono perturbanti. Volevamo essere sorpresi, sfidati. Loro rappresentano il futuro del nostro cinema e vogliamo dare spazio, anche commerciale, a questo cinema affinché trovi connessione con il pubblico”.

America Latina è prodotto da The Apartment, Vision Distribution e Le Pacte.

Sinossi

Massimo Sisti è un dentista di Latina, felicemente sposato e con due figlie. Un giorno scende in cantina per una faccenda domestica e vi trova una ragazza legata e imbavagliata che chiede aiuto. Titolare di uno studio dentistico che porta il suo nome, sempre professionale, gentile, pacato, ha conquistato tutto ciò che poteva desiderare: una villa immersa nella quiete e una famiglia che ama e che lo accompagna nello scorrere dei giorni, dei mesi, degli anni.

La moglie Alessandra e le figlie Laura e Ilenia (la prima adolescente, la seconda non ancora) sono la sua ragione di vita, la sua felicità, la ricompensa a un’esistenza improntata all’abnegazione e alla correttezza.
È in questa primavera imperturbabile e calma che irrompe l’imprevedibile: un giorno come un altro Massimo scende in cantina e l’assurdo si impossessa della sua vita.

Intervista a Elio Germano, Fabio e Damiano D’Innocenzo 

Elio Germano che, non solo è potentissimo nel suo modo di veicolare le storie riesce, nell’esprimersi, ad incantare il pubblico meglio di quello che farebbe un fachiro con il suo serpente. La triade che lega due gemelli e il più grande attore italiano, già consolidata in Favolacce, solleva da sotto il tappetino di un’Italia impolverata, il “vero” modo di fare arte con la A maiuscola e di veicolarla attraverso proprietà liturgica, nel senso di azione per il popolo, filosofica e anodina, cioè in grado di ridurre il dolore che arriva al cervello. E in questo momento c’è n’è un bisogno estremo. Grazie.

Ecco cosa ci raccontano Elio Germano e i registi.  

GSS: Questa volta sei protagonista assoluto del film, retto tutto da solo, con la macchina sempre addosso, ravvicinata. Come hai creato questo carattere? Come hai costruito questo personaggio, ripreso così da vicino?

EG: Innanzitutto per questo personaggio c’è stato un lavoro non di costruzione, ma di ricostruzione. Di divaricazione. Per permettere alla macchina di entrare, si è dovuto fare un  lavoro di apertura, ancorandoci al sentore emotivo, quello che fa accadere le cose il più possibile. Un lavoro sul personaggio fin dall’inizio, come antitesi del macho, del potente, del conquistatore che è vincente, senza sentimenti, un modello che invade invece anche il femminile. Volevamo un personaggio con delicatezza, apertura, sensibilità che sono le cose che gli permettono un’indagine interiore. È preso dal suo lato femminile, quindi quello di accoglienza. Qui si rappresenta il divario tra sentire, essere e rappresentazione del sé.  Siamo sempre chiamati a un ruolo, un modello vincente a cui dobbiamo aderire sia nei rapporti umani, che professionali, che di coppia. Bisogna essere performanti, accodati al sistema del mercato, dove contano solo i numeri. In questa dinamica, dove persone vivono allontanate, anche nel titolo che America Latina è un luogo immaginario, è un’antinomia tra un’America ideale. Sul come vogliamo apparire, che vorrebbe che fossimo vincenti, forti. E invece al contrario, la dispersione di un posto che è una palude, la nostra palude interiore, rispetto all’immaginario che vorremmo proiettare sugli altri. Questo come si realizza? Nascondendo sotto a un tappeto quello che non vogliamo che trapeli, nello scantinato di noi. Quando questo qualcosa che c’è sotto esce, mette in crisi lo scenario che abbiamo costruito, creando una conflittualità del tutto interna. Per riconoscerla bisogna essere provvisti di una certa sensibilità, cosa che non va di moda oggi. Di nuovo più siamo robotici, più siamo funzionali. L’uomo fragile, sensibile scopre questa frattura, questo bipolarismo e va in crisi. Nella parola crisi c’è una radice che significa crescita, viaggio per ritrovarsi, amore verso sé stessi, viaggio verso il proprio interno, per ritrovarsi in modo sincero e trovare la sincerità in questo mondo di fake news. Ecco ci interessava la ricerca di sincerità.

GSS: Ma  questa casa attorno a cui si snoda un’anima scissa esiste davvero? O l’avete pensata e costruita voi? 

FDI: Purtroppo per i proprietari, esiste davvero. La casa è un luogo di confini, era un punto necessario per delineare quell’aspetto visivo fondante. Volevamo essere attenti a non farlo diventare un confine tra simbolico e retorico che è un attimo. Uno starnuto. (Ride). È un film che si gioca sul doppio, siamo gemelli, sopra e sotto. La villa è impossibile, ma meravigliosa nel suo essere profondamente sbagliata. Anche la piscina, che sembra un dente storto, affascinante in bocca, è perfetta a casa di un dentista. Il nostro location manager mise quella villa tra gli scarti, non ce la voleva neanche mostrare. Invece per noi era giusta, perché era totalmente impresentabile, quindi precisa per definire quel carattere. Rispettava perfettamente l’emotività, l’ambiguità e il dubbio irresistibile del personaggio.

GSS: Il tema della casa. Questo bel gioco di riflessi, del dentro e del fuori, con grandi vetrate, gli specchi, le parti nascoste anche subliminali di ciascuno di noi (la cantina), era già tutto in scrittura?

DDI: E’ interessante perché con tutte quelle vetrate, anche dall’interno eravamo in contatto col fuori e da fuori si vede l’uomo, come se fosse una mosca dentro un bicchiere e, da fuori, lo si vede sbattere sulle sue pareti. Tante finestre, vetri, specchi d’acqua, tutto questo era certamente voluto in scrittura, concretizzato girando e in effetti un po’ ridimensionato al montaggio visto che ci interessa molto la sintesi dei film. 

GSS: Il tema dell’acqua e della piscina era emerso già in Favolacce, altro vostro intenso film premiato a Berlino.

FDI: Molto sinteticamente il tema dell’acqua a noi interessa molto perché siamo cancro. (Ride). In Favolacce si crea un maschio alfa, il contrario di questo uomo di America Latina. Inoltre Latina città è costruita sull’acqua, essendo una palude bonificata, quindi è un tema a noi caro. La circolarità di questi elementi si sposava bene sulla casa, il luogo, i temi. 

GSS: Le donne nel film sembrano prese da dipinti femminili di caratura botticelliana, o new romantic, come nei temi dei preraffaelliti; una su tutti Alma Tadema. Come in quei quadri sono leggiadre, eteree, ma hanno un peso decisivo. Potete dirci che ruolo svolgono nell’economia visiva o psicologica del film?

DDI: Il peso decisivo delle donne era chiaro. Abbiamo visto infatti tanti dipinti, tanti quadri per raccontarle al meglio. Il femminile ci salva, così come può farlo come il peso decisivo dell’amore, che può rimettere tutto a posto. Si parla di amore in generale, anche non corrisposto, si parla anche dell’amore fraterno o platonico, ogni tipo di amore fa decollare la vita nel territorio che tutti vorremmo raggiungere. Era molto importante dal punto di vista figurativo sia per i costumi che per la luce, abbiamo esplorato tante donne.

GSS: Quando avete scritto e pensato America Latina? Come è nata l’idea di questo dentista?

FDI: Eravamo a Berlino nel limbo di Favolacce, aspettando un premio che forse non sarebbe mai arrivato e per scordarci la pressione del concorso e della ricezione del film, ci siamo messi a creare, a scrivere questo, quasi per non pensare. Per anticorpi siamo andati verso un film meno frammentato e episodico, ma molto dritto che vive la storia e ce la fa vivere. Noi siamo con lui e lo seguiamo. E’ una storia fortemente immersiva. Si lavora bene in un clima  di incertezza. E vogliamo sempre rimanere scomodi, innanzitutto a noi stessi. Siamo stati tesi a creare un personaggio che fosse un’antitesi del macho, dell’uomo vincente, dell’immaginario con cui vogliamo riempire la visione degli altri, chiamati ad essere in società questi ruoli che dobbiamo interpretare nella vita, cioè il vincitore e vincente privo di sentimenti. E’ un modello cui adeguarsi. Invece la volontà era quella di  creare un personaggio che ha delicatezza, sensibilità, fragilità, caratteristiche non maschili e non attuali. Non era scientificamente voluto creare un contrappunto di Favolacce

Per approfondire ‘America Latina’, la storia di un incubo chiamato realtà 

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America Latina

  • Anno: 2021
  • Durata: 90
  • Distribuzione: vision
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Damiano e Fabio D’Innocenzo
  • Data di uscita: 13-January-2022