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Mubi Film

Su Mubi ‘Le quattro volte’ di Michelangelo Frammartino

Il cantico visivo di Michelangelo Frammartino tutto da scoprire con Le quattro volte, suo secondo lungometraggio. Un nome, quello del regista, ai più sconosciuto, fino al successo conquistato alla 78ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia con il suo ultimo e terzo film Il Buco: Premio Speciale della Giuria, acclamato da pubblico e critica.

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Quattro sono i capitoli attraverso i quali scorre la vita: sulla scia di un assunto pitagoreo, l’uomo racchiude quattro forme di esistenza compenetrate, ma ben distinte. Minerale, vegetale, animale e razionale.

Le quattro volte trama

Un vecchio pastore malato muore mentre una delle sue capre dà alla luce un piccolo. Il capretto cresce, e nel primo giorno in avanscoperta col gregge si perde, rifugiandosi sotto un maestoso abete. Il grande albero viene abbattuto, sacrificato, per celebrare un rito pagano. Al termine della festa, verrà trasformato in carbone attraverso una tecnica ancestrale e affascinante. Quel fumo avvolgerà il bosco e la comunità che popola la montagna, in un ciclo perenne di morte e rinascita.

Le quattro volte Filosofia, antropologia, cinema

Michelangelo Frammartino ha esplorato le zone più remote della sua Regione di origine, la Calabria, luogo della pellicola di esordio (Il dono, 2003), filmando natura, umanità e riti ancora faticosamente e miracolosamente in vita. L’approccio a Le quattro volte, è di tipo naturalistico, antropologico, filosofico: una profonda immersione, con la macchina da presa per la maggior parte del tempo statica, posizionata in una fissità da cui ricaviamo senso dello spazio e delle proporzioni mai banali.  La prospettiva visiva è il varco attraversato da uomini, animali, vegetali: un microcosmo cristallizzato nel tempo, in uno scorrere lento e perenne, sempre uguale a se stesso ma profondamente autentico.

Un ritmo, la lentezza, insieme al silenzio, ci cattura. Gli unici suoni che percepiamo sono quelli del mondo che esploriamo: la natura, nostra vera culla e casa, i cui rumori rivelano un sovra umano capace di raccogliere ed esaurire tutta la spiritualità di cui oggi si va a caccia altrove, rinnegando l’unica fonte di percezione che possa ancora fornircela.

I passaggi nei quattro stadi del racconto

La fine della vita di un pastore, che si fida ciecamente della polvere raccolta in chiesa (unico medicinale di riferimento, barattato con il latte che produce, fonte di nutrimento e di sopravvivenza). Che porta a fatica, ma con necessità, il suo pascolo al gregge. Lo munge. Mangia, si mette a letto. Pronto a vivere un altro nuovo giorno. Che sentiamo tale, pieno, ricco, nelle sue tappe identiche ma ogni volta mai uguali a se stesse.

Una vita che termina lascia il posto, si trasfonde, a una nuova che comincia. La nascita del capretto, la sua espulsione feroce dal grembo materno, piena di sofferenza per la madre, lo stato frastornato del piccolo, la sua fatica a stare in piedi: il tuffo nella vita che ci eguaglia, umani e animali.

Il ciclo ha inizio. La scoperta, la curiosità, la voglia di punti di riferimento. La possibilità di perdersi, di iniziare a cavarsela da soli, da subito: l’imprevedibilità, l’ingovernabilità. Il piccolo capretto, alla sua prima uscita, non sta al passo con il gregge. Il grande abete bianco è un dio della foresta. L’uomo ne riconosce la maestosità, la presenza evocativa e lo sottopone ad un rito propiziatorio, mescolandolo a quello cristiano, che ancora tiene testa, qui. In luoghi quasi preistorici, dove una parte dell’uomo inconsapevolmente si preserva e preserva l’essenza dell’umanità, della natura, dello spirito. L’anima dell’albero aleggia nella foresta e nelle montagne, nel fumo in cui si reincarna divenuto carbone, resti di un misterioso rito del fuoco.

Selle scie di un fare cinema altrettanto primitivo (Straub e Huillet), religioso e umanissimo (Robert Bresson), Le quattro volte è un viaggio da assaporare per le mille sfaccettare che regala: tutto è al nostro servizio nella percezione e nell’interpretazione. Possiamo raccogliere ciò che vogliamo. Grazie a Mubi Le quattro volte  è a disposizione del nostro occhio e del nostro sentire più profondo.

Michelangelo Frammartino: le tappe del suo fare cinema

Michelangelo Frammartino nasce a Milano da genitori calabresi originari di Caulonia. Studia architettura al Politecnico di Milano e poi cinema alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti. Comincia a lavorare nel mondo della videoarte e dirige diversi cortometraggi, tra cui Scappa Valentina (2001).

Con il premio in danaro vinto al Bellaria Film Festival e una cinepresa 16mm in prestito realizza il suo lungometraggio d’esordio, Il dono (2003), che ambienta nel paese natale dei genitori. Il suo budget strettissimo lo costringe a diventare un factotum sul suo piccolo set. Il film viene notato da ItaliaCinema, Rai e Lab80. Questo permetterà a Frammartino di realizzarne una copia in 35mm da proiettare al Festival di Locarno.

Nel 2010, scrive e dirige Le quattro volte, presentato con successo alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes. Nel 2021, ad 11 anni da Le quattro volte, Michelangelo Frammartino porta il suo terzo lungometraggio, Il buco, in concorso alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, vincendo il Premio Speciale della Giuria.

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Le quattro volte

  • Anno: 2009
  • Durata: 88
  • Distribuzione: Cinecittà Luce
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Germania, Italia, Svizzera
  • Regia: Michelangelo Frammatino