A Dangerous Method

Anno: 2011

Distribuzione: BIM

Durata: 93′

Genere: Drammatico/Thriller

Regia: David Cronenberg

Appena 93 minuti. Ciò che colpisce dell’ultimo Cronenberg è la compattezza, la sua forma asciutta e priva di fronzoli, il suo rigore pressoché orfano di qualsivoglia ghirigoro cinematografico. A Dangerous Method (2011) è un ritorno all’assenza: dalla trilogia della nuova carne di esordiente memoria (Il Demone sotto la pelle, Rabid sete di sangue, Brood – La covata malefica) per finire con le pulsioni violente di recente attualità (History of Violence, La promessa dell’assasino).

Breve il passo chiaro il punto d’incontro: quello Spider (2002) che si pone esattamente come spartiacque nella carriera del cineasta canadese, che proprio dalla pellicola tratta da Patrick McGrath torna ad attingere, senza per questo disdegnare i rimandi a M. Butterfly (1993), uno dei lavori meglio riusciti e inspiegabilmente meno citati/ammirati quando intorno al regista di Toronto ci si trova a dissertare.

A Dangerous Method è un film anomalo, formalmente poco o per nulla “cronenberghiano” ma estremamente personale sul versante della sostanza, in quanto contenitore di temi e immagini carissime al suo autore. Carl Jung approccia sessualmente Sabina Spielrein né più né meno come Viggo Mortensen possedeva Maria Bello sulle scale di History of Violence, liberando un desiderio che è al tempo stesso represso impulso emotivo e coscienza a posteriori, capace di consumare ciò che l’inibizione aveva accresciuto e sottomesso fino all’inevitabile ribellione. I corpi sono e restano la struttura del cinema di David Cronenberg, contenitori della rappresentazione fisica di ciò che l’input mentale genera: dopo averne scandagliato le conseguenze ecco l’autore provare a risalirne alle cause, finendo con il mettere in scena una storia che fa perno sul rischio insito in ogni tipologia di rapporto, affettivo o profondamente amichevole che sia: consumarsi lentamente durante la sua durata, spersonalizzarsi per mettersi al suo servizio. A farne le spese è Carl Jung, logorato dal rifiuto di amare Sabina Spielrein e indelebilmente segnato dalla delusione che il rapporto nato con l’allora paziente abbia deluso la fiducia, prima intellettuale e poi umana, di Sigmud Freud: punto di riferimento ai limiti del paterno per Jung, da venerare e sfidare come compete ad ogni “figlio” maschio che si rispetti.

A Dangerous Method è un riuscito Kammerspiel che, forte della piece teatrale The Talking Cure della quale è adattamento per il grande schermo, arriva dove si prefigge, purtroppo non contemplando appieno mezzi e finalità dell’arte in questione, cioè la settima. E se l’abilità dietro la macchina da presa di Cronenberg salva un’operazione “essenziale” dalle derive dello sceneggiato televisivo, decisamente da meno è la sceneggiatura, che colpevolmente omette i passaggi relativi alla maturazione spirituale di Sabina Spielrein, oltre a relegare a ninfomane macchietta sullo sfondo la figura di Otto Gross.  Non il peggior film di David Cronenberg, sicuramente il meno riuscito della sua recente produzione. Ma ad accontentarsi alle volte si gode.

Luca Lombardini

Utlima modifica: 29 settembre, 2011



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