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‘You Can’t Automate Me’ la recensione del cortometraggio di Katarina Jazbec

Il "Festival Mente Locale" presenta il cortometraggio vincitore in Olanda al Festival di Rotterdam. Qui per la recensione:

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Katarina Jazbec, regista del cortometraggio è slovena – ma trapiantata in Olanda –, classe 1991. Da sempre appassionata di fotografia, è riuscita sin da giovane a farsi strada tra le sue passioni, riuscendo a vincere anche alcuni premi, l’ultimo dei quali nel 2021.
La sua arte, come dichiara la stessa regista: “mira a sfidare le leggi ordinarie dei media”, focalizzando la sua poetica intorno a domande che esplorano l’azione dell’uomo e della natura all’interno del nostro sistema economico. Inoltre, ama indagare sui modi di pensare, vedere e  vivere insieme in un mondo sempre più diviso e divisivo; adora riflettere sui luoghi non ancora istituzionalizzati, soprattutto quelli silenziosi, abbandonati. Da qui la poetica del suo ultimo cortometraggio, presentato da noi al Festival Mente Locale.

You Can’t Automate Me’ viene proiettato per la prima volta all’International Film Festival di Rotterdam. La regista esprime i suoi quesiti e le sue perplessità sul mondo,  imprimendo la sua effigie poderosa all’interno del breve ma intenso cortometraggio.
Nell’opera di Jazbec, veniamo catapultati in un non luogo che si nutre delle paure, paranoie e preoccupazioni degli operai – sempre più alienati da ciò che la società offre.
Prima che le navi portacontainer lascino il porto, gli operai assicurano i container utilizzando barre di metallo pesante. Sono gli ultimi lavoratori portuali a svolgere lavori così pericolosi circondati da veicoli a guida autonoma e gru telecomandate. Ogni corpo racconta la propria storia: dal lutto per un collega morto sul lavoro al solo andare avanti. Animali clandestini appaiono talvolta, come visioni di un mondo più naturale”.

 

You Can’t Automate Me

La giuria presenta l’opera con la seguente frase: “Diretto e duro, ma anche delicato, poetico e struggente”. La regista affronta da subito, con decisione, un punto chiave del suo pensiero: l’azione dell’uomo e l’attività lavorativa all’interno del sistema economico capitalista. Riesce a costruire un luogo – il porto – in cui abitano solo operai con paure e preoccupazioni. La morte e il desiderio di evasione saranno gli unici pensieri costanti della loro vita, alimentando un sentimento alienante che pervade ogni istante della loro esperienza. Arrivare a casa sarà arduo, la sera sarà accecante come la luce per il vampiro; la loro vita è di giorno, il porto è la loro nuova casa.
L’industrializzazione, quindi, diventa una pratica contro natura: nessuno pensava alla sofferenza del fuochista all’interno dei treni a vapore; come qui il datore non pensa ai suoi sottoposti e alla loro condizione di vita.

Il non luogo mostrato viene descritto come un posto freddo, cupo e taciturno, abitato da fantasmi più che da persone, che comunicano trasmettendo i loro disagi più reconditi. Le loro fughe mentali sono visioni di animali selvatici – simboli della natura e della sua imperturbabilità –, e il dialogo con le altre anime presenti. Anche la colonna sonora diventa personaggio, surrogando il disagio interiore all’interno della psiche, e proiettando l’angoscia di quell’atmosfera opprimente, fredda e senza speranza.

Katarina Jazbec, nel suo piccolo, dimostra di poter essere un astro del cinema di protesta. Con poca esperienza, la regista è riuscita ad articolare il suo pensiero, provando a far immergere la platea all’interno di un contesto claustrofobico, quasi degno di un film dell’orrore. Gli attori da lei diretti, inoltre, risultano sempre in allerta, inermi nei confronti della vita e del tempo che scorre; le emozioni scompaiono, resta la desolazione e la voglia di imprimere un nuovo capitolo nella loro vita: da uomini liberi e non da schiavi.

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