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Manetti Bros. La libertà di esser fratelli e un’anteprima assoluta di Diabolik

Secondo giorno della Festa del Cinema di Roma. I Manetti Bros., ospiti all’Auditorium Parco della Musica, raccontano la loro ricetta cinematografica e le origini della loro carriera. E regalano, per la prima volta, un frammento del loro ultimo lavoro: Diabolik.

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Manetti Bros.

Per Marco e Antonio Manetti tornare alla Festa del Cinema vuol dire rimettere piede sul palco che ha anticipato il loro «successo». Qui, nel 2013, presentavano Song’e Napule nella sezione fuori concorso; l’anno seguente il film vinceva due David di Donatello (miglior musicista – Pivio e Aldo De Scalzi – e miglior canzone originale – ’A verità).

Ripercorrendo la loro carriera, i due fratelli rievocano con tenerezza l’opera che ha sancito e continua a determinare il loro metodo: Piano 17 (2005). Il secondo lungometraggio, spiega Marco, rappresenta «l’inizio della loro libertà»; i registi imparavano allora che il budget non è tutto, ma costituisce piuttosto un vincolo quando impone determinati schemi e aspettative; Piano 17 è stato realizzato con pochi soldi e finanziato dagli stessi attori (Morelli, Soleri, Silvestrin, parte del cast nucleare di L’ispettore Coliandro); questi elementi hanno assicurato agli autori una libertà a cui oggi non sanno rinunciare. «Credevo che quel livello di libertà e freschezza non si sarebbe più verificato» racconta Marco, osservando però come queste caratteristiche siano diventate presto la loro stessa cifra autoriale. «Piano 17 è l’inizio di ciò che siamo oggi».

Marco Manetti compie un altro passo indietro e torna a Zora la vampira (2000). In quel set i due autori scoprivano l’essenza del loro stile: «Abbiamo capito che non dovevamo fare più di quello che ci si aspettava; dobbiamo fare quello che conosciamo e starci comodi».

Manetti Bros. La libertà di esser fratelli

I fratelli Manetti spiegano poi il loro modo di lavorare in coppia: «Il regista è un mestiere che si esercita da soli – racconta Marco – e nella stragrande maggioranza dei casi, se lo si fa in due, si tratta di due fratelli». Non hanno mai avuto un sistema di ruoli fisso, eppure Antonio tende a vestire i panni del regista-operatore, mentre Marco è più propenso a dialogare con gli attori.

La somma delle due spinte conduce a un libero movimento degli attori e, di conseguenza, a liberi movimenti di macchina. «Siamo membri del comitato di liberazione della macchina da presa» scherza il secondo, e Antonio insiste affermando d’inseguire il soggetto in ogni condizione di luce, senza temere le zone di ombra, litigando per questo con i direttori della fotografia, perché «l’attore è più importante della luce».

Quando interrogati sulle origini della loro sensibilità artistica, i Manetti ricordano come i loro percorsi siano iniziati in parallelo, indipendenti l’uno dall’altro; Marco, in seconda elementare, sognava di mettere in scena un suo racconto, mentre Antonio – qualche anno più tardi – conduceva i suoi primi giochi di camera senza il fratello più grande. Poco tempo dopo, s’incontrano davanti a una sceneggiatura di Antonio che Marco vorrebbe codirigere: è la genesi dell’episodio di De Generazione (1994), il film corale al quale i Manetti Bros. parteciparono con la regia di Consegna a domicilio.

Sembra essere questa la ricetta dei fratelli Manetti per il film di genere: operare entro confini conosciuti, lavorare con le stesse persone, girare in luoghi conosciuti (uno su tutti, Bologna, «la nostra Roma») e avvalersi di un «food manager» sul set; perché mangiare bene («variare») vuol dire star bene, e se l’equipe sta bene il film ne risente in positivo. C’è un aspetto che i registi vogliono chiarire, un equivoco sul quale far luce: «non siamo cresciuti a pane e b-movie, come è stato detto»; «siamo figli degli anni ottanta» e «quando abbiamo un dubbio, troviamo la risposta in registi come Hitchcock».

Diabolik, i primi cinque minuti in anteprima assoluta

I Manetti, quindi, sembrano anzitutto artigiani, professionisti prudenti e puntuali che godono del loro lavoro; sono, in fondo, difensori di un modello antisensazionalistico e antiamericano. Ma sono anche spettatori frementi, al punto di abbandonare il palco della sala Petrassi per unirsi al pubblico e guardare, in anteprima assoluta alla Festa di Roma, i primi cinque minuti di Diabolik, la loro ultima opera in uscita il 16 dicembre dopo oltre due anni di lavoro.

Una Jaguar e-type, in totale aderenza all’opera delle sorelle Giussani, fugge dalla polizia; Luca Marinelli, mascherato, è al volante e scivola per le vie di una Clerville a tinte noir, «un patchwork di scene girate a Bologna, Milano e Trieste»; la sua rocambolesca vittoria sorprende le forze dell’ordine ma non l’ispettore Ginko-Valerio Mastandrea. L’atmosfera scenica è vibrante.

I Manetti Bros. affermano di voler volare basso, ma l’aspettativa per Diabolik è molto alta. La breve proiezione provoca il tripudio della sala e i due mesi di attesa per la sua uscita sembrano adesso lunghissimi.

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