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VISTI AI FESTIVAL

Venezia .68. “Ahtithalfut (The exchange)”: outsider convincente (In Concorso)

Eran Jkoliri potrebbe piacevolmente spiazzare tutti i pronostici, perché il suo “Ahtithalfut (The exchange), cinematograficamente per nulla ‘maestoso’, ha una forza tutta speciale. Il regista israeliano con quest’ultima pellicola dà prova di una notevole crescita autoriale

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Eran Jkoliri potrebbe piacevolmente spiazzare tutti i pronostici (McQueen e Sokurov in testa). Perché il suo Ahtithalfut (The exchange), cinematograficamente per nulla ‘maestoso’, ha una forza tutta speciale. Il regista israeliano, già fattosi notare per il ‘piccolo’ e delicato, La banda (2007), nel quale la musica era il leggero tramite di un discorso tutt’altro che scontato sull’appartenenza e i suoi confini, con quest’ultima pellicola dà prova di una notevole crescita autoriale.

Aded (un empatico e tenero Rotem Keinan) è un dottorando in fisica, sposato con la bella e indipendente Tami (Sharon Tal), neo architetto in cerca di lavoro. Lo osserviamo uscire di casa, prendere l’autobus, fare lezione, rientrare, cenare, fare l’amore. Gesti uguali, riprodotti mille volte nel corso della sua vita. Una mattina si accorge di aver dimenticato a casa una cartella di lavoro. Telefona alla moglie, ma lei non risponde. Allora torna a prenderla direttamente, dopo aver lasciato un messaggio in segreteria. Apre la porta del loro appartamento e viene colto da una percezione spiazzante: la casa non gli sembra più la stessa, è come se la vedesse realmente per la prima volta nella sua astratta oggettività, come se non vi fosse più contenuto. La stessa sensazione di un bambino che da scuola torna a casa prima del solito: gli sembra di ‘essere altrove’. Aded osserva Tami sul letto, addormentata. Anche Tami gli appare ‘un corpo ‘estraneo’, come se Aded non l’avesse mai realmente guardata prima di allora. Da quel momento, l’uomo comincia ad osservare tutto ciò che lo circonda come se non ne fosse parte.

È un singolarissimo ed illuminante punto di vista, quello che Eran JKoliri mette in scena. Con una semplicità rappresentativa dirompente per la percezione che rende, coadiuvata da un’intelligente ironia, assistiamo alla sedimentazione del processo di alienazione di Aded. Un’alienazione dall’essere ‘parte del quadro’, dal chiamarsi fuori da esso, che è, innanzitutto e per la prima volta, coscienza di essere parte di un quadro, di essere inserito sin da quando si nasce dentro modi di vivere, relazioni, spazi fisici che diamo per scontati, dentro una ripetitività di gesti, comportamenti a cui automaticamente ci abbandoniamo, senza chiederci il perchè del loro riprodursi.

Aded comincia perciò a spezzare la sua quotidianità: si assenta dal lavoro, non scende alla solita fermata di autobus, evita l’ascensore occupato sempre dalla stessa famiglia, guarda tutto ciò che lo circonda e se stesso con ‘tragica e poetica meraviglia’. Nelle sue strane e bizzarre incursioni nella terrazza del palazzo dove vive, incontra Yoav (l’ottima spalla Dov Navon), un vicino che si rivelerà suo pari. Anche lui è fuori dal quadro da un pezzo. Con Yoav, Aded condivide urla ad appartamenti vuoti di giorno, che si estrinsecano in minacce-desiderio di entrare, toccare, distruggere luoghi sottratti alla loro vista; notti dentro l’asettico rifugio antibombe del palazzo; la conoscenza diretta e reciproca dei componenti delle loro rispettive famiglie, osservata da ciascuno nel contatto costruito simulando la rispettiva identità: Aded va in banca dalla moglie di Yoav e le chiede di aprire un conto, sotto gli occhi ‘esterni’ del marito, che guarda. Ma l’osservazione del mondo in tale veste, destabilizza, confonde. Aded ad un certo punto si sente smarrito, non riconosce come propria la vita in cui è immerso e che guarda da questa nuova angolazione. Neanche la notizia della gravidanza di Tami, pare farlo rientrare nel quadro. Anzi, questa ‘strana’ alienazione abbraccia nuovi proseliti.

Situazioni, battute, mai banali e semplici nella drammatica e comica leggerezza in cui levitano e che esprimono. La mdp segue tutto con un minimalismo raffinato. Obiettivo centrato. Complimenti ad Eran JKoliri, una delle belle sorprese di questo Festival.

Maria Cera

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