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Venezia .68. “4:44 Last day on earth”: Abel Ferrara e la fine del mondo (In Concorso)

Abel Ferrara in “4:44 Last day on earth” ci racconta le ultime 24 ore prima della fine dell’uomo, stroncato dalla dissoluzione dell’ozono.

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Eccoci arrivati. Abel Ferrara spezza il filo rosso delineato, delimitato e strettoci dai cineasti finora assorbiti, di cui abbiamo scritto e parlato nella Sezione-Concorso di Venezia 68. L’esplorazione dell’umanità, l’indagine sulle scoperte, straordinarie e amarissime, di un cammino trasformatosi in corsa sempre più incontrollata e cieca, ci porta al disastro esorcizzato, ma mai temuto realmente dai cd. detentori del potere globale: la fine dell’umanità per mano di noi stessi.

Abel Ferrara in 4:44 Last day on earth se ne prende l’intero carico, e ci racconta le ultime 24 ore prima della fine dell’uomo, stroncato dalla dissoluzione dell’ozono. No a visioni apocalittiche, a tensioni disperate, a cupezze abissali. È nell’intima dimensione di una coppia, che consumiamo l’avvento della fine del mondo: Cisco (un William Defoe in splendida forma), attore di successo, e Skye (la karmatica Shanyn Leigh) pittrice dolce ed eterea, aspettano le 4.44 nel loro loft, metabolizzando differentemente stati d’animo e attesa. Il mondo esterno è con loro nel contatto mediatico di tv al plasma e pc. Aggiornamenti dei notiziari si mescolano a immagini globali di tutte le religioni in preghiera, a pezzi di mondo, a considerazioni del Dalai Lama sul potere dell’essere umano e dei suoi limiti, a insegnamenti induisti sull’inconsistenza del ‘presunto’ mondo reale, frutto esclusivo della nostra mente.

Veniamo circondati da un costante flusso visivo e verbale intervallato dai contatti Skype cercati da Cisco, che spezzano la distanza geografica di volti, corpi amici e del loro racconto sul proprio modo di salutare il mondo. Skye è già ‘lontana dalla Terra’, concentrata sul suo ultimo quadro. Chiede a Cisco di annullare il mondo esterno, di spegnere la tv. Sul pavimento sovrappone colori, aziona i ventilatori per asciugare i vari step creativi, e si fa amare da Cisco. Anche l’unione erotica a cui si sottopongono più volte i due innamorati non esprime uno slancio di passione ‘definitivo e disperato’, ma una vibrante  tenerezza. Cisco esce fuori dal guscio, si affaccia più volte al terrazzo per osservare cosa succede fuori, come si preparano tutti. Ogni cosa sembra assolutamente normale: lo scorrere del traffico, della solita vita. Soltanto singoli tentano o riescono ad uccidersi. Cisco grida al vento l’insensatezza, la follia dell’avidità economica e della volontà di potenza che ha portato a violentare una Terra-madre ora irrevocabile vendicatrice con la sua prevedibile vendetta. Urla contro i cd. esperti, di nessuna utilità nel fornire sterili parole, incapaci di dare soluzioni. E tutti sembrano pacati, spettatori rassegnati o ancora increduli sulla reale estinzione del genere umano. Cisco non ci riesce. Non riesce a trattenersi dal piangere via Skype parlando con sua figlia, a non dare il suo ultimo saluto agli amici con cui aveva condiviso una tossicodipendenza feroce, richiamato dalla sua ultima tentazione. Dentro le svariate sollecitazioni che questa ‘tirata di somme’ ferrariana richiama, spiccano il concetto di libertà di scelta, nella ‘necessità di morire rispettando ciò che si è stati fino a quel momento; il non cadere in trappola (per Cisco, lo spettro di una dose) proprio quando si è alla fine del percorso; una spiritualità consapevole, coltivata e alimentata dall’arte e dal nutrimento della propria interiorità, il  ‘karma’  dello sviluppo della propria esistenza. E, a chiudere, la condivisione nell’amore.

Cisco e Skie alle 4.44 si stringono a terra, sul dipinto-serpente ultimato, che richiama la rinascita attraverso e per la morte, nell’arrivo della grande luce cosmica in cui svanire. Coprodotto da Fabula film di Pablo Larraìn, 4:44 Last day on earth ci rivela un Abel Ferrara più maturo, propositivo, meno autodistruttivo, tecnicamente ‘pulito’, sgombro dai deliri (amatissimi) visivi in cui ci travolge. Ma siamo abituati a venir spiazzati. Sappiamo benissimo (per fortuna ) che non è il Ferrara ‘definitivo’.

Maria Cera

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