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Segnali di fumo

Miti e memorie

Analisi dell’interpretazione di un personaggio sullo schermo

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miti e memorie

Anche per questa stagione, fra sale cinematografiche e streaming, molte saranno le biografie previste. Ogni volta ci si chiede se lo sforzo di immedesimazione dell’attore nelle sembianze del personaggio sia giusto o non sia eccessivo tanto da ridurlo, a volte, in macchietta. La giuria degli Academy evidentemente si disinteressa a questi nostri dilemmi se è più che propensa ogni anno a premiare gli esercizi più oltranzisti di immersione in un personaggio storico.

Miti e memorie: il D’Annunzio di Castellitto

Un tentativo interessante e in controtendenza è stato recentemente quello offerto da Sergio Castellitto in Il cattivo poeta di Gianluca Jodice.

Nel ripercorrere gli ultimi anni della vita del poeta pescarese, l’attore ha optato per una linea sobria, non volendo neanche tentare una identificazione con il personaggio.

Scelta condivisibile, basta infatti vedere i pochi frammenti video, muti o sonori, di D’Annunzio per rendersi conto di quanto sia difficile riprodurne la presenza non volendo rischiare l’imitazione triviale. Quei risolini, quel modo di parlare, di atteggiarsi, di gesticolare che all’epoca dovettero essere magnetici per migliaia di persone, oggi probabilmente sarebbero ritenuti ridicoli dalla maggior parte degli spettatori.

Castellitto, da attore intelligente e colto, è riuscito a superare brillantemente un problema sul quale si sarebbero infrante molte volenterose performances.

Il film però lascia non risolti o appena abbozzati importanti problemi non solo di carattere storico ma utili oggi per affrontare il sempre problematico rapporto tra gli intellettuali e il potere.

L’opera di Jodice inoltre si occupa solo degli ultimi anni di vita di D’Annunzio, sul suo rapporto con il fascismo, lasciando solo qualche squarcio su alcune delle sue avventure più interessanti sul piano politico, una su tutte l’avventura fiumana. Cosa fu: un’anticipazione del regime mussoliniano? O, come pensiamo, uno straordinario calderone, nel quale ribollirono per l’ultima volta le intuizioni, gli ardori, le frenesie di quello che Stefan Zweig definì il mondo di ieri?

Altri richiami al personaggio

In quell’anno e mezzo circa durante il quale il poeta, diventato Comandante, occupò la città con i suoi legionari molte cose successero, alcune di indubbio interesse. Si può ripercorrerle anche grazie ad un libro ricco di documentazione e di spunti, scritto da Federico Carlo Simonelli: D’Annunzio e il mito di Fiume (Pacini, pp. 325, € 21).

Attraverso un lungo e documentato lavoro di ricerca Simonelli riesce a rinarrarci le tante cose accadute durante quei giorni, alcune oggi sepolte nella memoria. Personaggi oggi sconosciuti, ma all’epoca assai noti, dall’agire tumultuoso, come Mario Carli e Guido Keller. Una costituzione, la Carta del Carnaro, di grande modernità per gli anni venti del novecento e forse, in parte, anche per oggi, scritta principalmente da un visionario come Alceste De Ambris.

Dentro questo libro che racconta in modo avvincente di cose che apparentemente niente hanno a che fare con il nostro presente c’è anche la storia di come e perché Fiume, questo piccolo porto sull’Adriatico, oggi appartenente alla Croazia (si chiama Rijeka), divenne a cavallo tra l’otto e il novecento una delle principali mire del nostro nazionalismo irredentista.

Miti e memorie: anche Dante chiamato in causa

Coinvolgendo perfino un nume della nostra identità culturale come Dante.

« Nel 1907 – scrive Simonelli- un opuscolo filogovernativo pubblica la caricatura di un esponente di spicco della Giovine Fiume, vestito da Dante Alighieri. (…) Nel 1908, l’anniversario della morte del poeta viene celebrato dagli irredentisti triestini con una raccolta fondi per un manufatto destinato alla sua tomba. Il dono collettivo è un’ampolla per la lampada del sacello, decorate con le allegorie delle regioni “irredente”.»

L’ampolla, la purezza della lingua traslata in purezza della razza, l’utilizzo di mitologie letterarie per fondare e giustificare un agire politico aggressivo, volto a negare il carattere multiculturale di una città da secoli cuore pulsante dell’impero asburgico.

Il 23 ottobre di quello stesso anno arriva in città, forse per la prima volta, D’Annunzio, per presentare il suo dramma, La Nave, una tragedia sulla fondazione di Venezia come erede dello spirito conquistatore della Roma imperiale. Un mito letterario che diventa il sostrato per una linea di condotta politica. Un procedimento accaduto diverse volte e che continua ad accadere ancora oggi.

Fiume non era mai appartenuta al novero delle colonie della Serenissima. Ma questo in fondo poteva benissimo passare in secondo piano.

É quello che accade quando le parole degli intellettuali cessano di diventare frutto esclusivo del pensiero e dell’immaginazione per diventare bestiali strumenti della propaganda.

Leggi anche: Il cattivo poeta: Sergio Castellitto è Gabriele D’Annunzio

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