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IN SALA

Venezia .68.“Terraferma” di Emanuele Crialese: i confini dell’umanità (In concorso)

Ciò che muove “Terraferma” è una riflessione moderata e interiore, riferita al senso di civiltà del Paese in cui viviamo e al senso di civiltà individuale, invitandoci ad interrogarci intensamente sul rapporto con l’Altro.

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Torna l’isola e il mare nel nuovo racconto di Emanuele Crialese, attraverso cui si dipana una delicata riflessione sull’umanità e sull’attualità italiana; non punta il dito su una fetta di stivale in particolare, ma cerca, in realtà, di stimolare un confronto interiore sul senso di civiltà che abita il Belpaese.

Filippo (Filippo Pucillo) è un ragazzo di venti anni che vive la sua isola seguendo il nonno (Mimmo Cuticchio) e la sua tradizionale attività di pesca; anche perché Filippo è rimasto solo con la madre Giulietta (Donatella Finocchiaro) da quando il padre è morto e la sua isola gli ha insegnato a portare la barca e ad attrarre i turisti.

La vita pacata delle sue giornate tramuta quando egli è costretto a fronteggiare una emergenza: in una battuta di pesca, Filippo e suo nonno si imbattono in una barca di clandestini dalla quale si tuffano, presi dalla disperazione, alcuni immigrati, tra cui una donna incinta col figlio.

Seguendo i dettami della legge del mare e il proprio cuore, i pescatori recuperano gli uomini in mare. La sera stessa la donna partorisce e la faccenda si complica, costringendo Filippo e la sua famiglia ad affrontare di petto la situazione.

Nel vedere Terraferma ho capito quanto sia parziale la nostra coscienza del problema umano che queste vicende portano con sé, e quanto sia così fittamente filtrato dal mezzo televisivo. La legge italiana prevede che non si possa assecondare l’approdo di questi disperati in terra italiana, prevede che vengano denunciati o lasciati a se stessi. Ma lo spirito di umanità, quel senso di responsabilità verso la dignità dell’altro, come si può superare?

Così Crialese esprime la sua pacata critica, senza alcuna sfacciata polemica, solo presentando i fatti e l’evidenza della incoerenza tra il dettame legislativo e quello del vivere civile: Filippo prima si mobilita per salvare questi disperati cacciati dalla propria terra, poi viene punito e lasciato senza barca, quindi senza lavoro; si scatena in lui così una risposta condizionata, rabbiosa, che alimenta un senso di disprezzo e volontà di allontanamento che fino a quel momento il giovane ragazzo non aveva mai provato. Fino alla più violenta reazione.

Ancora una volta il linguaggio di Crialese si sposa con la cultura locale e il dialetto diventa una forma di espressione principe per scavare nella spontaneità degli attori; nuovamente infatti, egli sceglie di collaborare anche con attori non professionisti, com’è nel caso della bella Timnit T. che ammalia col suo sguardo spontaneo e seducente. Rimane quella prima difficoltà di approccio al parlato dialettale, ma si supera dopo i primi minuti, aiutati dalle interpretazioni convincenti di tutto il cast e dalla pasta affascinante degli ambienti, dai colori intensi, gli spazi estesi, le luci accecanti.

Ciò che muove Terraferma è più che altro una riflessione moderata e interiore, riferita al senso di civiltà del Paese in cui viviamo e al senso di civiltà individuale, che potrebbe venire richiamato con veemenza in qualunque momento. Siamo cioè invitati, singolarmente, nel confine della nostra poltrona, a riflettere intensamente su un principio di vita, su quanto condividiamo questa opposizione nei confronti dell’altro. Proprio noi, che nel passato siamo stati così frequentemente “altri”, così come già Crialese, nella sua coerente opera, ci ha dimostrato (Nuovomondo, 2006).

Si ricuce anche qui quel filo conduttore che attraversa le sue opere: per quanto egli continui a calcare le stesse terre, non smette mai di rinnovarsi, sfruttando il calore di un sole e di una vegetazione che non stanca e il tepore di quegli esseri umani che, nel suo mondo, sono così piacevolmente umani. Fin nel profondo.

Rita Andreetti

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