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Venezia .68.”Wilde Salome”: Al Pacino e il ritratto di Oscar Wilde (Fuori Concorso)

Al Pacino supera con “Wilde Salome” la concezione standard del documentario artistico, di creazione, così come l’idea di piéce teatrale e di cinema del metalinguaggio

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Dopo le numerose visioni, in questa 68esima edizione della Mostra del Cinema compare finalmente un’opera che fa fremere sulla tastiera, fa desiderare la possibilità di scriverne per la ricchezza di spunti, la post-modernità mescolata e l’idillio onnipotente di un artista esplosivo e irrefrenabile.

Al Pacino supera con Wilde Salome la concezione standard del documentario artistico, di creazione, così come l’idea di piéce teatrale e di cinema del metalinguaggio. La sua opera è sia un’accozzaglia insolente e urgente di contenuti presi dal palcoscenico piuttosto che dal teatro di posa o dai set più brulli e veritieri, sia una evoluta concezione di cinema per il grande schermo innovativa, trascinante e drammatica.

Ma partiamo dal principio.

L’artista Al Pacino sente di dover indagare approfonditamente la figura di Oscar Wilde così come aveva già fatto in più versioni con Shakespeare: è convinto che una nuova realizzazione del suo dramma Salomé lo condurrà a scoprire le sfaccettature di questo scrittore del Novecento, che in passato è stato maltrattato dai suoi contemporanei, ma che adesso si merita di essere rivalutato anche agli occhi del pubblico odierno (qual miglior intuizione…). Pertanto coinvolge un cast prestante tra cui spicca la giovane Jessica Chastain (poco tempo fa vista in The tree of life), una regista teatrale corazzata di pazienza, Estelle Parsons, e mette in piedi una nuova revisione del dramma a Los Angeles (la sua quarta versione). A questo aggiunge una troupe cinematografica con un direttore alla fotografia di origine francese, buffo ma efficiente, Benoit Delhomme. La crew lavora su due fronti: da una parte propone una ricostruzione filmica della messa in scena teatrale, spoglia, priva di scenografia, in teatro di posa e su un set desertico com’erano gli ambienti della Giudea narrati da Wilde; contemporaneamente, si occupa di documentare il percorso creativo che ispira Pacino, partendo dal reclutamento degli elementi umani, fino a tutta l’indagine del passato di Wilde nel luoghi da lui attraversati (Irlanda, Gran Bretagna e Francia).

Quale delirante esplosione creativa attraversa lo schermo! Pacino impersona lo psicotico Erode – “Recito Erode perché mi vengono bene gli imperatori folli” -, se stesso, il pretenzioso regista che guida la troupe, l’affascinato fan del defunto Wilde, un difensore dei principi che il genio incompreso aveva divulgato a suo modo nella ottusa era vittoriana, e pure il vip indispettito che si infuria con la produzione!

Il suo spirito altalenante e irrefrenabile (sprigiona un’energia davvero singolare per i suoi 71 anni suonati…) ipnotizza, così come ipnotizza il montaggio che nel percorso di scoperta di Wilde saltella dai suoi personaggi alle stanze che aveva abitato, dai disegni della Salomé del passato all’interpretazione mozzafiato della Chastain. Ma riesce pienamente nel suo intento: centra cioè l’obiettivo di raffigurare e riscoprire l’esotica genialità dello scrittore vittoriano e il suo sofferto percorso di riconoscimento della propria sessualità, che invece la società e i suoi cari rifiutano, per donare nuova luce al Wilde-uomo. La veracità con cui indaga il personaggio mentre lavora alla piéce e rivede il documentario lo fanno via via assomigliare sempre più al genio creativo del suo idolo, rendendo quasi alienante e forzata ogni forma di comprensione sul confine del suo essere e del suo recitare. Tutta la narrazione, che in voce fuori campo attinge da Wilde, naturalmente, e coinvolge alcune figure affascinate a loro volta dall’inadattato scrittore, tra cui Bono, trasuda una sincera invidia per i capolavori ch’egli creò in passato. Pacino ce la metta tutta per imitarlo, eguagliarlo, sostituirsi a lui: arriva vanitosamente ad interpretarlo, in una breve ricostruzione della notte in cui venne informato della condanna e il suo compagno si congedò lasciandolo al suo destino.

In questo tentativo di sublimare l’eroe artistico non viene mai meno il testo di “Salomé”, che ritorna di continuo nel film, per far sì che il pubblico possa interamente apprezzare la scrittura mozzafiato di Wilde, i personaggi spietati ed esagerati nella loro emotività, il drammatico evolversi degli eventi che rivela i peggiori istinti cannibaleschi della Chastain-Salomé e una doppia personalità palpitante nel Pacino-Erode.

Il film è così complesso, destrutturato, talvolta confuso, per quanto mantenga sempre la sua rotta per la scoperta di Wilde e riesca a concederne la comprensione anche al pubblico, che lo stesso Pacino-regista accusa dispersione. Riguarda attento tutte le riprese della piéce e si contorce accanito in cerca della chiave di volta che unisca tutte le forme del suo Oscar Wilde.

In realtà, non gli occorre altro che il suo impulso creativo per raggomitolare i fili sparsi nel film.

Sempre più vicino ai meccanismi creativi di Wilde e con l’aiuto della sua opera, sempre più prossimo ad affiancare il suo stato di grazia creativa a quella dell’incompreso genio omosessuale, Al Pacino governa infine la sua danzatrice assassina, creando un’impresa comunicativa senza confini interni e oleosamente mescolata con forme artistiche sublimi.

Rita Andreetti

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