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Venezia .68: “Whores’ Glory”, Il mestiere più vecchio della terra (Orizzonti)

“Whores’ Glory” di Michael Glawogger opera un insolito e accurato confronto tra tre realtà sociali e culturali dove la prostituzione viene esercitata, tollerata o addirittura riconosciuta.

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Passa un po’ in sordina questo copioso documentario della sezione Orizzonti, ma in realtà coloro che vi si imbattono rimangono colpiti dalla franchezza delle immagini. Perché Whores’ Glory di Michael Glawogger opera un insolito e accurato confronto tra tre realtà sociali e culturali dove la prostituzione viene esercitata, tollerata o addirittura riconosciuta.

Il trittico si compone di Thailandia, Bangladesh e Messico.

Nella nazione più orientale, così rinomata tra gli occidentali come un vero paradiso del sesso, in effetti la concezione dell’atto fisico è quasi normalizzata: le ragazze lavorano presso strutture organizzate, timbrano il cartellino all’entrata e all’uscita, guadagnano a cottimo sui frequentatori del locale (per lo più agiati signori che si possono permettere la notevole spesa di due ore di piacere) e parlano del proprio lavoro con enorme dignità.

Le ragazze si mostrano, in vetrina, senza nome ma con un numero, e così vengono pescate, come pesci in un acquario. Ma sono talmente in tante che spesso alcune di loro rimangono lì ad annoiarsi. A fine serata, c’è tra loro chi sperpera i guadagni nei bar, con gli “animatori”: i loro alter ego al maschile che vendono altro sesso alle fanciulle, caso mai non ne avessero avuto abbastanza…almeno qui c’è una sorta di equità sociale…

Quel che impressiona è la sboccata onestà con cui queste ragazze condividono le esperienze lavorative (perché di lavoro si tratta), parlando del sudore degli indiani o delle dimensioni degli africani, lamentandosi delle instancabili attenzioni fisiche che anche i fidanzati prestano, a casa, dopo il lavoro; ma soprattutto, puntualmente prima di entrare in servizio si fermano a pregare che il futuro riservi loro agio e ricchezza.

Ma se in Thailandia è avvenuta una completa normalizzazione del mestiere più vecchio della terra, non è lo stesso per il Bangladesh, dove le donne vengono relegate ai margini della società, con serie difficoltà a sopravvivere in condizioni igieniche e umane abominevoli. Eppure la società maschile dimostra di avere necessità di questo ghetto di sfoghi: le testimonianze raccolte da Glawogger fanno pensare che a queste donne sia riservato il peggio degli uomini cosicché le mogli possano essere da questi preservate. A queste fanciulle non è data via di uscita: chi si trova costretta ad iniziare questa strada, o chi viene venduta per questo, o chi nasce da queste madri, è destinata al mestiere tutta la vita. “Non c’è un’altra possibilità per noi? Un’altra via da seguire? No”; e se la frequentazione da parte dei clienti cala, si rischia di venire sbattute sulla strada, senza la minima possibilità di essere salvate da una società che sfrutta ma non rispetta.

La terza parte del trittico di Glawogger chiude con quieta spensieratezza l’indagine: siamo a Città del Messico, nella “Zona”, dove numerose signore si mostrano sull’uscio delle loro stanze alle auto che transitano a passo d’uomo e le commentano, ma senza poter scegliere. Le messicane non lesinano sulle storie e sulle dimostrazioni, scatenando l’ilarità del pubblico che non sa trattenersi di fronte agli sboccati sfottò delle più esperte e allo svelamento (pagato a peso d’oro, si potrebbe pensare) di alcuni “trucchi del mestiere”.

A proteggerle, una madonna scheletrica, tatuata, ringraziata, pregata, invocata.

Si rimane sconcertati da queste realtà lontane; per un attimo non si sa bene cosa pensare, forse si è d’accordo, forse c’è un pudore o un’etica che ce lo impone. O forse solo non siamo “preparati”.

La cosa straordinaria di questo documento è l’onesta profondità dei contenuti, la precisione con cui l’indagine è stata trattata, la totale assenza di un giudizio poiché  tutti hanno una propria voce: la ragazze, i clienti, le padrone, la società, la religione. Risulta quasi superfluo valutare l’aspetto filmico del progetto, poiché le immagini sono un umile mezzo, in questo caso, di fronte alla dovizia di dettagli e alla mole di novità. Coraggioso, denso e impegnativo, Whores’ Glory si struttura in tre atti e si impadronisce dell’attenzione, ma alle eroine gloriose, siamo coscienti, non spetta alcun lieto fine: “È dicembre. È Natale. Regali per tutta la famiglia. E a noi? A noi ci fottono”.

Rita Andreetti

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