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Documentari

‘A Black Jesus’ l’opera prima di Luca Lucchesi all’ombra del Cristo nero

Un viaggio alla ricerca delle radici profonde della paura e del pregiudizio verso l’altro da sé

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a black jesus

A Black Jesus è il primo lungometraggio documentario diretto da Luca Lucchesi. L’autore, palermitano di origini ma trapiantato a Berlino, è stato aiutato in fase di scrittura e sviluppo dalla collega Hella Wenders, con cui aveva già collaborato in diverse occasioni, e dal maestro tedesco Wim Wenders, che con la sua Road Movies Production è anche finanziatore del progetto.

Wim è stato fin dall’inizio al mio fianco, nel suo modo visionario e coraggioso di credere nei progetti che sono ancora solo un seme. Assieme a lui e alla co-sceneggiatrice abbiamo visionato ore e ore di girato, abbiamo scritto e riscritto il film decine di volte. È stato un processo di enorme fiducia reciproca e l’esperienza di Wim è stata fondamentale, soprattutto nel dare al film un taglio universale, di storia che è fuori dal tempo.

Con queste parole lo stesso Lucchesi ha voluto sottolineare il contributo decisivo e costante del poliedrico artista di Dusseldorf, che dà prova ancora una volta del suo interesse per la ricerca documentaria, del suo amore per il cinema e della passione con cui trasmette questo amore alle future generazioni di cineasti.

A Black Jesus: di cosa parla il documentario

A Black Jesus è prima di tutto la storia di un paese, Siculiana, piccolo centro in provincia di Agrigento dove la comunità dei fedeli venera da secoli il simulacro di un Cristo nero. Il 3 maggio di ogni anno, in occasione della festa del santo patrono, un prescelto gruppo di devoti porta quella stessa immagine sacra in processione per le vie cittadine. Qui, dal 2014, è attivo un centro di accoglienza per richiedenti asilo, Villa Sikania, un vecchio albergo riconvertito che al culmine della crisi migratoria arrivava ad ospitare più di mille persone.

Il paradosso che mette in moto la narrazione, lampante già dalle prime inquadrature, è quello di una popolazione che, nonostante le fattezze del veneratissimo Crocifisso, si mostra invece refrattaria ad avviare un dialogo positivo con la nutrita comunità di migranti che vive in città.

Questa situazione di stallo è scossa dall’iniziativa di Edward, immigrato ghanese ospite del centro di Villa Sikania, che assistendo alla processione religiosa rimane affascinato da quell’icona così simile a lui e decide di sfidare l’indifferenza dei Siculianesi. Con l’aiuto del suo insegnante di italiano trova il coraggio di chiedere alla comunità l’onore più grande, quello di partecipare ai festeggiamenti del 3 maggio come portatore della vara del Cristo insieme ai suoi amici Peter e Samuel.

La richiesta divide il paese, ma nonostante alcune resistenze viene infine accolta per la mediazione del parroco. Dialogo e comprensione sembrano finalmente possibili, ma la felicità di Edward e dei suoi amici è solo temporanea, destinata a durare un momento. Pochi giorni dopo, infatti, i ragazzi ricevono una dolorosa notizia: una disposizione piovuta dal cielo li vuole divisi e ricollocati in altre cittadine dell’isola. Il processo di integrazione si arresta e le loro vite sprofondano nuovamente nell’incertezza.

Una narrazione intima e politica

La scelta della forma documentaria spesso sottende il tentativo di dare una visione del mondo non tanto per quello che è, ma per quello che crediamo dovrebbe essere. Questo è il caso dell’opera prima di Lucchesi, che centra appieno l’obiettivo del progetto, quello di rendere possibile l’incontro fra due realtà diverse, vicine nello spazio eppure così distanti fra loro. Ovviamente non è un compito facile, di quelli che si portano a casa nel giro di una settimana. Ecco quindi che la storia si svolge su tempi dilatati, nello scorrere di un anno solare in cui la macchina da presa, tutt’altro che invisibile, serve da vero e proprio catalizzatore degli eventi.

Uno dei pregi più grandi del film è senz’altro quello di approcciarsi a un tema delicato senza preconcetti, senza voler dare un giudizio affrettato e troppo rigido delle esperienze dei personaggi che ci presenta. A Black Jesus è uno spaccato antropologico fedele, l’indagine di una realtà sfaccettata, multiforme, ricca di punti di vista diversi fra loro. Lo sguardo del regista si avvicina con sensibilità ai protagonisti, uomini e donne, giovani e meno giovani, tutti con il loro bagaglio di sogni e paure, costumi e contraddizioni. Se da un lato c’è chi è arroccato nella difesa delle proprie convinzioni, incapace di aprirsi al diverso, dall’altro ci sono le esperienze di coloro che vedono nella solidarietà e nello scambio culturale dei valori da perseguire. È questo il caso di chi collabora con il centro Sikania o di chi si occupa, nelle scuole, di formare le nuove generazioni a riconoscere e valorizzare le differenze in nome di una visione più inclusiva dei rapporti umani. In mezzo, certo, ci sono anche tante sfumature di grigio, come ci racconta la testimonianza di un padre preoccupato dalla scomparsa di lavoro e di futuro in cui la crisi economica ha gettato il paese.

Le istituzioni sono un po’ il grande assente della narrazione, ma se è vero che ogni esistenza ha un valore politico per il suo semplice essere al mondo, ecco che queste rientrano prepotentemente in una storia che ha il merito di sollevare interrogativi importanti. L’amara conclusione delle vicende di Edward, infatti, non può che farci riflettere. L’immagine di lui e dei suoi amici che lasciano Siculiana dentro un pulmino desta rabbia e grande incertezza su quale sia il reale potere delle singole comunità all’interno di un sistema progettato non per unire, ma per dividere, per perpetrare quella dinamica dello scontro fra realtà che al contrario avrebbero solo da guadagnare da una collaborazione reciproca.

A Black Jesus ci ricorda l’importanza del dialogo interculturale

Molte sono le scene del film che colpiscono per la loro forza evocativa e per la capacità di affrontare un problema, l’emarginazione del diverso, troppe volte preso alla leggera nella narrazione popolare. Ripensiamo in particolare a due sequenze, entrambe accompagnate dall’ottima colonna sonora curata da Roy Paci.

Nella prima, in paese si tiene un torneo di calcetto. I ragazzi locali giocano in un campo curato, erba di ultima generazione, il pubblico sugli spalti a fare il tifo e un bambino che addirittura improvvisa una telecronaca delle azioni salienti. Alle loro spalle, appena qualche metro più in là, una compagine improvvisata di ragazzi del centro Sikania sta giocando un’altra partita. Il campo è di terra battuta, le porte divelte, a bordo campo un paio di panchine distrutte e tanto degrado. Nessuno fa il tifo per loro.

Un esempio folgorante di quella mancanza di comprensione reciproca che citavamo poc’anzi, la prova inconfutabile dell’importanza che pratiche di dialogo interculturale vengano incentivate a tutti i livelli della società.

Una necessità, questa, che ci porta dritti alla seconda sequenza, più ottimista, toccante. Siamo nell’aula di una scuola media. Gli studenti hanno disposto le loro sedie a cerchio e aspettano di accogliere alcuni ragazzi del centro Sikania all’interno di un progetto di sensibilizzazione promosso da alcuni insegnanti. Dopo i primi comprensibili momenti di imbarazzo la situazione si scioglie e il confronto si fa più vivace. I ragazzi si scambiano idee, esperienze e speranze per il futuro e allo stesso tempo ci ricordano che l’incontro con l’altro non è solo tolleranza, passiva coabitazione, ma anche e soprattutto un importante momento di crescita individuale e collettiva, una fonte di ricchezza inestimabile cui sarebbe sciocco non abbeverarsi.

A Black Jesus è soprattutto questo, un film sull’empatia, un racconto che mette alla prova le capacità di tutti noi di metterci nei panni dell’altro, chiunque esso sia, e imparare attraverso il processo.

Perché il Cristo nero

Quello delle icone nere non è un fenomeno circoscritto al paese di Siculiana. Sul versante opposto dell’isola, infatti, nel messinese, è presente un’altra veneratissima rappresentazione della Madonna di colore nero. La chiesa che la ospita è il Santuario di Tindari, con vista mozzafiato sulle isole Eolie.

Il documentario non fa che un brevissimo accenno alle ragioni per cui il Cristo ha quel pigmento, ma porsi la domanda è comunque legittimo e potrebbe essere foriero di insegnamenti inaspettati.

Trattandosi di un manufatto molto antico, i motivi precisi restano ovviamente ignoti, ma un ripasso della storia della Sicilia e dei popoli che la hanno attraversata può venirci in soccorso. È infatti noto che l’isola, a causa della sua posizione strategica, è stata mira nei secoli dell’espansionismo di molte popolazioni che si sono avvicendate nel Mediterraneo. Gli storici, con riferimento alla dominazione musulmana, convergono nel dipingere la regione come un vero e proprio melting pot culturale in cui genti di diversa etnia, religione e cultura convivevano pacificamente, un fatto forse unico nella storia occidentale.

Con queste premesse, allora, non è assurdo credere che l’immagine sacra sia stata commissionata dal clero cattolico a una maestranza africana e che questi, a loro volta, abbiano sentito naturale modellare la figura di Gesù a propria immagine e somiglianza.

Oggi può sembrare strano, ma in fondo cos’è Cristo se non un messaggio di amore e speranza per un’umanità affratellata?

A Black Jesus, dopo aver raccolto consensi in diversi festival e rassegne, è da poco uscito nelle sale tedesche.

Una data di distribuzione ufficiale per l’Italia non è ancora nota, ma con la speranza che il film non passi inosservato possiamo intanto gettarci nelle sue atmosfere coinvolgenti guardando il trailer

 

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A Black Jesus

  • Anno: 2020
  • Durata: 90 Minuti
  • Distribuzione: Filmdelights
  • Genere: Documentario
  • Regia: Luca Lucchesi