Hypnosis

2011916-Hypnosis4-610x406

L’ultimo triennio ha registrato nel nostro Paese un significativo incremento di pellicole di genere, soprattutto sull’asse thriller-horror-fantascienza. Ancora più significativo è il fatto che tale incremento si sia verificato proprio nella stagione d’oro della commedia. Ovviamente dal punto di vista degli incassi lo scontro è impari, dunque il piatto della bilancia non può che pendere dal lato della cara vecchia commedia. Ma, al di là del discorso prettamente economico, va comunque sottolineato con soddisfazione e ottimismo questo prepotente ritorno a un certo tipo di cinema che, in Italia, aveva fatto perdere le proprie tracce da lunghissimo tempo, salvo qualche sporadica apparizione ai primi vagiti del nuovo Millennio. Dati alla mano, la percentuale di film prodotti appartenenti ai generi sopraccitati è aumentata sostanzialmente, anche se non per tutti si sono spalancante le porte della sala. Il numero resta però decisamente al di sopra della media del passato più o meno recente, tant’è che nell’ultima edizione del FantaFestival (e non solo) gli organizzatori hanno deciso di rendere omaggio alla nuova ondata made in Italy e ai suoi autori. Molto probabilmente la spinta verso una rinascita, seppur non caratterizzata da pellicole destinate a rimanere negli annali, è da attribuirsi alle nuove tecnologie audio-visive a disposizione dei registi, capaci di abbattere drasticamente i costi. Di conseguenza, questa ondata rimane saldamente ancorata ad una dimensione produttiva nella maggior parte dei casi indipendente e votata al fai da te. Per questo motivo, molto cinema di genere partorito in questo arco di tempo, in primis quello horror, si caratterizza per un livello qualitativo poco soddisfacente e non sempre professionale.

In tal senso, Hypnosis non fa eccezione. L’opera diretta da Davide Tartarini e Simone Cerri Goldstein è facilmente iscrivibile nella categoria dell’horror fatto in casa, povero produttivamente, ma ancora più povero dal punto di vista degli esiti. La limitatezza dei mezzi non può essere una scusante per giustificare un evidente fallimento. Esistono esempi, infatti, di pellicole che hanno sopperito in maniera eccelsa alle ristrettezze imposte dai budget – vedi Occhi (2010) di Lorenzo Bianchini – grazie alle capacità registiche dei rispettivi autori e alle potenzialità espresse dai loro script. Non è purtroppo il caso di Hypnosis che, insieme al pessimo 6 giorni sulla Terra (2011) di Varo Venturi, con il quale condivide difetti e vistosissime mancanze tanto tecniche quanto narrative, finisce inevitabilmente con lo sprofondare nelle sabbie mobili della mediocrità. Pochi sussulti di vero cinema, disseminati qua e là nella timeline, non bastano ai due registi per salvare nemmeno il salvabile.

Il tentativo di portare sul grande schermo, sulla scia del cosiddetto J-Horror o dello psico-thriller made in Corea (vedi H di Jong-hyuk Lee del 2002), una sorta di ibridazione di generi, che prova a mescolare con esiti al quanto discutibili lo shocker vecchio stampo con la ghost story e le diverse declinazioni orrorifiche (paranormale, psico-thriller, fantascienza, ecc…), finisce con il far crollare definitivamente la già fragile e instabile impalcatura drammaturgica alla base del plot. Lo script paga lo scotto di un impianto dialogico improbabile e di uno sviluppo dei personaggi appena abbozzato. A questi si vanno ad aggiungere una messa in scena poco credibile (a dispetto di una serie di location interessanti e suggestive come quella del cimitero o del ponte), una musica invasiva e una narrazione che si trascina singhiozzante fino al più telefonato degli epiloghi. Montaggio e regia non riescono a coprire gli evidenti buchi di scrittura, anzi la meccanica, il ritmo ridondante e l’insicurezza tecnica tradotta in soluzioni stilistiche già viste e riviste (la soggettiva mediatica alla REC) che trasudano dallo schermo ne accentuano ancora di più i già lampanti vuoti. Capitolo a parte per l’altalenate fotografia, buona negli interni claustrali e da rivedere in molti esterni. Sulla recitazione preferiamo astenerci dal giudizio per non infierire ancora di più.

Francesco Del Grosso




Condividi