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VISTI AI FESTIVAL

31. Fantafestival: “La canzone della notte” di Giovanni Pianigiani

31. Fantafestival. “La canzone della notte” di Giovanni Pianigiani: una favola noir che, sfruttando la figura di un uomo senza memoria che ha il potere di aiutare gli altri ma non riesce a prendersi cura di se stesso, racconta di oracoli e sensuali danzatrici attraverso una storia malinconica e feroce, volta a dipanarsi tra struggenti canzoni e violenti delitti destinati ad evocare antichi miti medio orientali in una Roma notturna e misteriosa. La recensione di Francesco Lomuscio

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Che il triestino classe 1962 Giovanni Pianigiani – con alle spalle una lunga gavetta in qualità di sceneggiatore per il cinema hard – avesse un certo debole per i vampiri, lo si era capito già ai tempi della sua opera d’esordio: quel Nella notte che, strutturato in tre episodi, venne presentato nel 2004 presso il Fantafestival di Roma.

Ed è ancora una volta il Fantafestival, giunto alla sua XXXI edizione, a permetterci di visionare questo suo nuovo lungometraggio indipendente, prodotto dal carismatico protagonista Frank Amore e al cui interno, appunto, sono coinvolti anche i succhiasangue.

Una favola noir che, sfruttando la figura di un uomo senza memoria che ha il potere di aiutare gli altri ma non riesce a prendersi cura di se stesso, racconta di oracoli e sensuali danzatrici attraverso una storia malinconica e feroce, volta a dipanarsi tra struggenti canzoni e violenti delitti destinati ad evocare antichi miti medio orientali in una Roma notturna e misteriosa.

Delitti di cui uno sembra omaggiare in maniera evidente il cinema di Dario Argento, mentre è una cupa storia d’amore tempestata di momenti cantati e balli di corpi nudi a prendere progressivamente forma, alternata di continuo tra immagini a colori ed altre in bianco e nero e caratterizzata da una messa in scena che non si discosta poi molto da quella tipica delle rappresentazioni teatrali.

Con il lato strettamente horror relegato alla parte finale dei circa 85 minuti di visione, i quali, rientranti in una tutt’altro che convenzionale tipologia di spettacolo su grande schermo che potrebbe far storcere il naso a molti, risentono molto della pochezza di mezzi, nonostante la buona volontà dimostrata  nel cercare di conferire un look diverso nel connubio scenografie-fotografia (purtroppo deludente). Però, opportunamente forniti di spirito goliardico e poca serietà, potreste classificare il film tra quelli che gli americani definiscono “so bad it’s good”. Buon Divertimento!

Francesco Lomuscio

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