X-Men: L’inizio

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Dunque, l’ultima volta che abbiamo avuto modo di vedere sul grande schermo i mutanti della serie X-Men, fumetto Marvel a firma dell’infallibile duo costituito da Stan Lee e Jack Kirby, fu nel 2009, in X-Men-Le origini: Wolverine di Gavin Hood, il quale provvide a far luce sulla genesi dell’artigliato personaggio del titolo, già protagonista dei primi due X-Men, firmati tra il 2000 e il 2003 da Bryan Singer, e del terzo X-Men: Conflitto finale, diretto nel 2006 da Brett Ratner.

Giunti al quinto tassello cinematografico, anziché andare avanti pare si sia scelto di tornare ancora più indietro, in quanto, con l’eroe interpretato da Hugh Jackman relegato ad una fugace, divertente apparizione e la regia passata nelle mani dell’inglese Matthew Vaughn, già responsabile, in fatto di cinecomic, dell’ottimo Kick-Ass (2010), si viene accompagnati in un viaggio alla scoperta dell’inizio di tutto.

Un viaggio che parte da un prologo ambientato in Polonia, nel 1944, per poi spostarsi nell’America di diciotto anni dopo, con una vicenda segreta legata alla Guerra Fredda e la squadra intenta a mettere a punto e ad affinare i suoi superpoteri, mentre il mondo, minacciato dalle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Russia, si ritrova sul baratro di una battaglia nucleare.

Sono quindi l’alba dell’era spaziale e la presidenza di John Fitzgerald Kennedy a fare da sfondo  al rapporto di amicizia tra i giovani Charles Xavier ed Erik Lahnsherr, rispettivamente con le fattezze di JamesWanted-Scegli il tuo destinoMcAvoy e MichaelBastardi senza gloriaFassbender, destinati a diventare Professor X e Magneto ed a trasformarsi l’uno nell’avversario dell’altro, man mano che viene anche mostrato da dove provengano X-Mansion e Cerebro.

E, con un cast comprendente anche veterani del calibro del Kevin Bacon di Footloose (1984) e del Michael Ironside di Atto di forza (1990), è una colonna sonora di vecchi hit – spaziante da Palisades park di Freddy Cannon a Green onions di Booker T & The Mgs –  ad accompagnare uno spettacolo destinato a coinvolgere personaggi mai visti prima all’interno della serie, avvolti nell’immancabile tripudio di effetti visivi.

Effetti comunque distribuiti a dovere – e mai in maniera gratuita – da Vaughn, il quale, al di là dell’azione sapientemente gestita, sembra individuare una delle sue carte vincenti nei momenti che sfiorano i toni della commedia, tanto che l’ironia sfruttata finisce per contribuire a rendere l’insieme decisamente veloce, nonostante la non breve durata (siamo sui 132 minuti).

Francesco Lomuscio



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