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FAR EAST FILM FESTIVAL 13: “Wandering home” di Higashi Yoichi

FAR EAST FILM FESTIVAL 13: “Wandering home” di Higashi Yoichi. Higashi Yoichi approda al Far East Film Festival con un lavoro ostico nell’accogliere lo spettatore all’interno della finzione scenica, ma che rivela uno sguardo sensibile e onesto a chi ha la pazienza di restare a guardare. Il cineasta nipponico è un esploratore di generi difficile da inquadrare in una categoria, non ha mai conquistato la fama mondiale, nonostante i riconoscimenti ricevuti (tra cui l’Orso d’Argento a Berlino nel 1996 per Village of Dreams). A cura di Francesca Vantaggiato

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Higashi Yoichi approda al Far East Film Festival con un lavoro ostico nell’accogliere lo spettatore all’interno della finzione scenica, ma che rivela uno sguardo sensibile e onesto a chi ha la pazienza di restare a guardare. Il cineasta nipponico è un esploratore di generi difficile da inquadrare in una categoria, non ha mai conquistato la fama mondiale, nonostante i riconoscimenti ricevuti (tra cui l’Orso d’Argento a Berlino nel 1996 per Village of Dreams).

Con Wandering home Higashi esplora l’alcolismo sotto una luce diversa, si concentra sulla quotidianità e l’intimità di chi ne è vittima per firmare un ritratto personale, pacato e riflessivo, privo di colpi di scena drammaticamente esasperati. Il film si ispira al romanzo autobiografico dello scrittore e fotografo Kamoshida Yutaka, morto all’età di 42 anni per un cancro al fegato. Il senso realistico che pervade tutto il film – intervallato da brevi incursioni in stile surreale – ci introduce alla vita di Tsukahara Yasuyuki (Asano Tadanobu), ex fotografo di guerra caduto nella spirale dell’alcol. Tsukahara beve fino allo svenimento e, una volta giunto a casa, vomita sangue. La crudezza di questi primi istanti è accompagnata dalla naturalezza con cui la madre (Kayama Yoshiko) e la ex moglie (Nagasaku Hiromi) gestiscono il problema. La salute di Tsukahara è gravemente compromessa, corpo e mente hanno bisogno di un’intensa riabilitazione, per cui la guarigione dalla dipendenza è solo il primo passo verso il pieno recupero. Il ricovero in un ospedale psichiatrico prima e per alcolisti poi segnano i passaggi obbligati a cui il protagonista deve sottoporsi per rileggere la sua vita e i suoi turbamenti al fine di individuarne i punti di rottura e ritrovare la felicità perduta.

La rappresentazione del tema è coraggiosamente non convenzionale. Intenzionalmente sottotono rispetto ai canoni, il film osserva le zone grigie dell’alcolismo, esplora le reazioni di un uomo a cui viene chiesto di confrontarsi col suo demone e di liberarsene. Tsukahara accetta di iniziare un viaggio nel suo rovinoso passato segnato dalla vista di condizioni umane estreme e da un’atmosfera famigliare compromessa dall’alcolismo del padre. Tenue e delicato nei colori, così come nello stile narrativo, il dramma dell’uomo è alleggerito, in alcuni momenti, da scelte comiche che danno respiro agli attori e, insieme, allo spettatore. Il percorso iniziatico teso verso la consapevolezza e la guarigione è scandito da divertenti scene legate al cibo, elemento strettamente connesso alla quotidianità ricercata e mostrata in ogni istante a cui viene iniettata una dose di ilarità squisita.

Tra risate e lacrime, Higashi punta la macchina da presa sulla semplicità dei gesti che accompagnano le fatiche della lotta contro la dipendenza di un uomo dignitoso nell’accettazione, e agitato da un tumulto di emozioni irrisolte, mostrando inoltre un circondario fatto non solo di affetti tenaci e di solidarietà ma anche di ostilità e distacco.

Francesca Vantaggiato