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DA UOMO A UOMO

Pippo Franco:…..e la risata restò gentile

DA UOMO A UOMO: “Pippo Franco:…..e la risata restò gentile”. Giovanni Berardi incontra Pippo Franco e, ripercorrendone la carriera, rievoca tutto quel cinema “leggero” che, negli anni settanta e ottanta, animò i botteghini delle nostre sale. Una comicità gentile quella di Pippo Franco che, nonostante il clima culturale imperante dell’epoca, seppe trovare uno spazio proprio, allietando un’Italia più ingenua e più genuina. A cura di Giovanni Berardi

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Pippo Franco e Giovanni Berardi

Pippo Franco è davvero un comico gentile. Anzi, rettifichiamo: un grande attore comico davvero gentile. Si evince proprio questo analizzando la sua filmografia e conoscendo soprattutto lui come persona. Il genere comico poi, e quella più semplice e farsesco in particolare, è assolutamente un cinema proprio di grandi attori, dal più minuscolo figurante fino al protagonista. Che poi i film, talune volte, possono sembrare un po’ scemi, questo nulla toglie all’arte dell’attore. Anche se sul concetto di film scemi ci sarebbe, e non un pochino ma abbastanza, da ragionare.

Dicevamo che Pippo Franco è un comico gentile, e anche se in qualche suo film la parola grassa è volata (ma questo in tempi davvero di tentativi di liberazione dei linguaggi) vi era sempre una gentilezza di fondo, quasi una riservatezza, che la rendeva semplicemente efficace; forse sono proprio la sua bocca larga, il suo nasino lungo, i suoi occhietti sempre furbi anche quando si presenta nei panni di un tonto stressato (che poi questa è la sua caratteristica di fondo ed anche il suo massimo trucco) a renderlo così gentile. Non so perchè ma a riflettere sul cinema di Pippo Franco torna alla memoria Erminio Macario, uno dei più grandi comici della storia dello spettacolo italiano, ed eppure tra i due insiste un abisso, anche fisico, enorme.

Ma in qualche maniera Pippo sembra richiamare Macario. La comicità suoi dei film rimane fragorosa, di pancia, rivolta proprio alla farsa, giocando spesso sui contrasti umani, sulla incompatibilità netta, anche, tra individuo e società; la sua è una maschera sempre in difficoltà nei confronti della vita. I suoi personaggi sono addirittura caricature, sgorbi simbolici, un po’ anche cartoni animati, sempre in bilico a suscitare il ridicolo, la risata grassa e la pietà.

È Mario Mattoli il regista che fa debuttare Pippo Franco al cinema nel 1960, nel film Appuntamento a Ischia, inserendolo in un cast già ricchissimo di talenti comici dell’epoca come Carlo Croccolo, Alberto Talegalli, Mimmo Billi, Luigi Pavese, Pietro De Vico, Alberto Sorrentino, Mario Castellani, Ugo D’Alessio, Carlo Taranto, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. In questo film di Mattoli, Pippo Franco si esibiva con il suo gruppo musicale dell’epoca I Pinguini, ed accompagnava una giovanissima Mina nelle esecuzioni delle canzoni Una zebra a pois, La nonna Maddalena e Il cielo in una stanza. Come ci hanno ricordato gli addetti ai lavori del cinema, Pippo Franco in quei tempi andava in giro e nei set per trovare lavoro, sempre accompagnato dalla sua chitarra. Ed infatti è stato, e rimane, anche un autore ed un cantante apprezzato, autore di molte canzoni dai forti tratti umoristici. Alcune di queste, ad esempio Vedendo una foto di Bob Dylan e La licantropia sono state fortemente amate da un autore importante della canzone italiana come Giorgio Gaber. Erano gli anni in cui in Italia cominciava ad affermarsi un genere cinematografico, che sarà molto popolare fino agli inizi degli anni settanta, e che prendeva spunto dal solo successo di una canzone. Il soggetto trainante del film era, assolutamente, il testo della canzone, necessariamente in voga nei vari periodi di quegli anni. Poi una serie di siparietti a tono, e ben indirizzati, risolti sempre da comici superlativi, quali erano Peppino De Filippo, Nino Taranto, Gino Bramieri, Raffaele Pisu, Aroldo Tieri, Raimondo Vianello, Sandra Mondaini, Paolo Panelli, Bice Valori, Dolores Palumbo, Anna Campori, Clelia Matania, Pietro De Vico, Enzo Cannavale, Nino Terzo, Carlo Delle Piane, Franchi ed Ingrassia e, in qualche caso, persino Totò, a dare lustro e dignità altissima a tutto l’insieme.

Dice Pippo Franco che in questi siparietti è stato inserito in più film del genere, come Chimera (1968) di Ettore Maria Fizzarotti, con Gianni Morandi (questo è stato un film di cui il cronista, negli anni della sua felice infanzia, era davvero innamoratissimo), Zingara (1969) di Mariano Laurenti, con Bobby Solo, Pensiero d’amore (1969) di Mario Amendola, con Mal dei Primitives, Viva le donne (1970) di Aldo Grimaldi, con Little Tony: “Ho un rispetto profondo per questi film, il pubblico li apprezzava tantissimo. Era un pubblico semplice e gentile, e noi pensavamo davvero di realizzare dei piccoli musical all’italiana”. E sono questi in fondo i film che hanno rivelato Pippo Franco come l’attore brillantissimo che è rimasto, con la battuta sempre fulminea e puntuale e con tutti i cromosomi del varietà ben allineati e puntigliosi nel sangue. Questi film, oggi chiamati musicarelli, venivano girati molto in fretta, dovevano seguire e sottolineare il percorso preciso di una canzone di successo, avevano quindi una uscita, in termini di noleggio, già fissata, e bisognava realizzarli proprio per quella data. Ed anche dentro questa rapidità e dentro una castigatezza di mezzi che era proprio necessaria, vista la crisi sempre imperante nel cinema italiano (per questi film c’era persino il limite estremo di ventimila metri di pellicola da utilizzare), le opere che ne uscivano erano tutte assolutamente dignitose, tutte divertenti, tutte ben incise e salde nei contesti semplici e gentili della società che rappresentavano. Ricordo ( il cronista, ancora bambino, era quasi uno specialista divertito per questi film) che ogni canzone doveva cadere al punto giusto, e il pubblico quasi, dopo determinate e precise scene, cercava la canzone e la chiamava.

E gli anni settanta sono stati per Pippo Franco proprio di questo tipo, gli anni del grande cinema risolto proprio numericamente. Il decennio dei settanta lo hanno visto protagonista di oltre venti pellicole, come dire un impegno assolutamente costante, e da dividersi con il teatro e la televisione. Erano film certamente ben congegnati, ben girati, ben inseriti nel contesto culturale egemone e alcuni sono diventati, nel tempo, dei cult invidiatissimi: pensiamo ad esempio a Quel gran pezzo dell’Ubalda, tutta nuda e tutta calda (1972) di Mariano Laurenti e a Giovannona Coscialunga, disonorata con onore (197) di Sergio Martino, film amatissimi persino da cinefili appassionati come sono l’onorevole Walter Veltroni e l’ex ministro Oliviero Diliberto. Queste due ultime pellicole sono ormai addirittura recensite nei Cahiers du cinema di Parigi, in compagnia proprio di titoli che hanno scritto la storia del cinema mondiale. E Pippo Franco di questo ne è davvero entusiasta, felicissimo, sente di non avere perso, assolutamente, del tempo nel mondo del cinema e di essere stato un compagnone sereno in tantissimi momenti delle nostre esistenze. Poi nel decennio ci sono stati altri film, forse meno eclatanti, ma decisamente superlativi per la grammatica comica di un interprete come Pippo Franco: pensiamo a titoli quali Mazzabubù… quante corna stanno quaggiù (1971) Patroclooo! E il soldato Camillone, grande grosso e frescone (1972), Furto di sera bel colpo si spera (1973), tutti diretti da quel grande artigiano della risata che è stato Mariano Laurenti, ma anche a Il debito coniugale (1970) di Franco Prosperi, Basta guardarla (1971) di Luciano Salce, Boccaccio (1972) di Bruno Corbucci, La sbandata (1974) di Alfredo Malfatti e Salvatore Samperi.

Dice Pippo Franco: “Bei titoli davvero questi film, ma già mentre li realizzavamo cominciavamo a sentire dire basta a pellicole di questo rango e di questo dignitoso disimpegno. Ed era, ormai, anche un sentore quasi di educazione civile. Forse la colpa è venuta dalla presunzione d’autore, da cui l’ambiente veniva sempre più colpito, o dalla aggressiva invadenza delle televisioni che cominciavano a nascere confusamente in quel periodo. Poi si avvertiva anche un certo cambiamento del pubblico. Insomma, da più parti, lo spazio per la poetica dell’artigianato cominciava a venire sempre più boicottato”. Insomma, secondo Pippo Franco, i tempi cominciavano a chiedere più qualità esibita alle pellicole dei nostri comici. E questo contesto, questo ormai diffuso clima culturale imperante, in definitiva, ha spinto i produttori a consegnare la nomina di autori anche ai comici più popolari. Nasce così il debutto alla regia per Pippo Franco. Il suo film è La gatta da pelare (1981), ed è un film tutt’altro che trascurabile, spiritosissimo e la maschera di Pippo Franco, l’omino sempre in difficoltà, anzi ancora vittima nei confronti della vita, è risolta finalmente con la personalità totale ed univica del suo autore, senza sparring patners, che in molti casi potevano risultare zavorre, magari quando consigliavano l’attore a contenersi o, al contrario, quando lo invogliavano alle facili esplosioni.

Dice Pippo Franco: “Ormai era inevitabile, in quei contesti, il debutto alla regia. Anche perchè, in definitiva, l’autore del mio personaggio ero sempre io, e che, anche nei film diretti da altri, il mio personaggio, anche se con più difficoltà, me lo dirigevo da solo, me lo cucivo addosso personalmente. Il mio debutto alla regia è nato, certamente, favorito e richiesto da questi contesti”. Ma Pippo Franco, intanto, è stato anche nel cast del regista americano Billy Wilder, l’ autore di Viale del tramonto (1950), Sabrina (1954), Quando la moglie è in vacanza (1955), A qualcuno piace caldo (1959), Irma la dolce(1963), Prima pagina (1974), quando decise di girare in Italia, aiutato e sostenuto dallo sceneggiatore italiano (amico di vecchia data del regista) Luciano Vincenzoni, il suo film Che cosa è successo fra mio padre e tua madre? (1972). Poi Luigi Magni lo ha voluto assoluto protagonista di quello che rimane il titolo più anomalo della filmografia di Magni, La via dei babbuini, che il regista ha girato in Africa nel 1974, e questo dopo avere offerto già a Pippo Franco un ruolo nel classico Nell’anno del Signore (1969), dove Pippo era un giovane attore tra i grandi Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Enrico Maria Salerno, Alberto Sordi, e richiamarlo in seguito, nel 1980, per Arrivano i bersaglieri, interpretato ancora insieme ad Ugo Tognazzi.

L’ultimo periodo della sua stagione cinematografica Pippo Franco la vivrà con un altro regista, Pierfrancesco Pingitore, con il quale, tra l’altro, fa ditta ancora oggi in teatro, dal Bagaglino al Salone Margherita di Roma, da oltre vent’anni. L’esordio nel cinema con Pingitore risale al 1976 (quando Pingitore ancora faceva coppia con Mario Castellacci ) con il film Remo e Romolo, storia di due figli di una lupa, girato in tandem con Enrico Montesano e Gabriella Ferri. È l’inizio, questo, di un lungo viaggio del cinema italiano nella caratterizzazione più buffa e malinconica della maschera romana (in ciò Pippo Franco è stato in compagnia del bravissimo Bombolo e di Gianfranco D’Angelo) ed, insieme, di un lungo ed appassionato contributo al cinema comico italiano: Nerone (1977), Scherzi da prete (1978), Tutti a squola (1979), L’imbranato (1979), Il casinista (1980), Ciao marziano (1980), Attenti a quei P2 (1982), Sfrattato cerca casa equo canone (1983), Il tifoso, l’arbitro e il calciatore (1983).

E poi, ancora, tra la sua filmografia, piccoli gioielli come L’inquilina del piano di sopra (1976) di Ferdinando Baldi, Il ficcanaso (1980) di Bruno Corbucci, Zucchero, miele e peperoncino(1980) e Ricchi, ricchissimi…praticamente in mutande (1982), entrambi diretti ancora da Sergio Martino. Piace pensare a questo genere di film come a pellicole ormai sopravvissute al sistema culturale egemone del periodo di produzione, e piace vedere ancora oggi questo esercito di buffi ruspanti e pensiamo, oltre a Pippo Franco, ad Alvaro Vitali, Bombolo e Cannavale, a Gianfranco D’Angelo, Lino Banfi, Renzo Montagnani, Vittorio Caprioli, Mario Carotenuto, Lino Toffolo, Giacomo Rizzo, Carlo Sposito, Carlo Delle Piane, Michele Gammino, Gianni Ciardo, Lucio Montanaro, Leo Gullotta, e piace soprattutto rivedere le bellone di turno, Edwige Fenech, Barbara Bouchet, Gloria Guida, Nadia Cassini, Carmen Villani, Ilona Staller, Dagmar Lassander, Femi Benussi, Lilli Carati, Lory Del Santo, sempre sotto l’immancabile doccia; tutti insieme a testimoniarci ancora l’onestà intellettuale di questi film, e seppure nella generale disapprovazione critica che li hanno sempre accompagnati, a regalarci ancora le genuine e sane risate.

Giovanni Berardi

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