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The Pageant al Festival diffuso dei Diritti Umani

Quando la bellezza va al di là delle rughe

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The Pageant festival diritti umani
La selezione dei film per l’Edizione 2020 del Festival dei Diritti umani di Lugano non tradisce le aspettative e ci presenta un’altra opera ricca di stimoli, riflessioni, tenerezza, forza e creatività e mette a nudo la profondità di chi crede in ciò che fa accanto alla superficialitá di chi partecipa soltanto per la parte più esterioredi un evento.
The Pageant del regista turco Eytan Ipeker, prodotto da Yoel Meranda della turca Kamara e da Carine Chichkowsky della francese Survivance, co-prodotto da Eitan Mansuri e Jonathan Doweck  della israeliana Spiro Films e da Kristina Konrad di welfilm GmbH, presentato al Concorso Internazionale dell’edizione online 2020 Visions du Réel è uno di quei film che attraverso i dettagli e il sapiente uso delle inquadrature ci conduce alla scoperta dei veri valori della vita sorretto da una vena malinconica che permane per tutta la durata del film.
Primi e primissimi piani sui volti, riprese ravvicinate delle mani, un montaggio che favorisce l’espressività di volti e luoghi,  per farci entrare nell’animo di coloro che si trovano coinvolti nell’evento annuale di Miss Holocaust Survivor che si svolge ad Haifa, dove al di là delle sfilate per le quali vengono acquistati variopinti tessuti e oltre i saluti da passerella c’é molto di più.
Un Concorso di bellezza che attraverso l’esteriorità ha il compito di scrutare nell’interiorità delle protagoniste sopravvissute all’Olocausto. La loro forza, il loro coraggio, la loro capacità di provare ancora gioia sono esse stesse bellezza. Il regista riesce a cogliere il giorno e la notte di questa storia senza giudizio ma limitandosi a evidenziare le incongruenze di una manifestazione dove il presentatore non disdegna interrompere un commovente discorso per salutare la consorte del primo ministro e dove uno degli organizzatori mercanteggia nel negozio di tessuti che vengono acquistati per raccogliere fondi da devolvere alla casa di riposo, suggerisce di aggiungere un hobby alla lista delle storie da raccontare perché, a suo dire, non sono abbastanza emozionanti.
Gli oggetti, i tessuti, gli scatoloni, i piccoli particolari delle stanze, raccontano insieme alle protagoniste storie sommerse mentre il bianco e il nero si sovrappone al colore creando un racconto nel racconto che segue la parte emotiva dell’opera. Alcune signore anziane provano vera gioia in questo evento dove finalmente hanno la possibilità di avere un pó di attenzione, ma alcune sopravvissute sono terrorizzate di fronte ai rumori invadenti e poco rispettosi di una celebrazione che sembra perdere la qualità intimistica per lasciare spazio alla fenomenologia delle spettacolarizzazione delle emittenti CNN e Al Jazeera.
Il regista non fa sconti a nessuno e, come un direttore d’orchestra capace di dirigere mille volti e mille situazioni tenendo i fili di ogni dettaglio, lascia intendere molto chiaramente ciò che vuol dire allo spettatore. Mentre le sopravvissute si raccontano fra commozione e sorrisi ci rimangono impressi i volti, ogni ruga che da sola racconta una storia, i gesti delle mani, le pareti delle stanza, gli oggetti. Una delle partecipanti mentre viene preparata per la passerella ad un certo punto grida:”Non si tratta di bellezza, si tratta di carattere” e in questo modo mostra veramente un carattere che non si è lasciato piegare totalmente dagli avvenimenti ma che ha ancora la capacità di mettersi in gioco.
Il regista é capace di cogliere questi momenti lavorando su piani diversi del registro narrativo e scrutando il sociale attraverso l’individuale, facendo trarre a noi le conclusioni attraverso un processo induttivo che, attraverso una fotografia morbida, una empatia che non é mai di circostanza, una sceneggiatura  capace di comunicare l’inatteso e un sapiente uso delle immagini, sembra dirci che tutto sommato basta accettarsi per ciò che si é per vincere non solo in  un concorso ma la vita stessa.