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PERSONAGGI

Gus Van Sant: La trilogia della morte e la poetica dei suoi film

In occasione del compleanno del regista ripercorriamo la carriera di un artista a 360 gradi. Il profilo di un autore fuori dagli schemi.

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Regista, sceneggiatore, pittore, fotografo e scrittore. Gus Van Sant è tutto questo e altro ancora.

Definito spesso ” genio ribelle”, Van Sant è uno degli autori per eccellenza del Cinema soprattutto indipendente.

Le origini

Nato a Louisville il 24 luglio del 1953, Van Sant trascorre l’infanzia in giro con il padre, commesso viaggiatore.

Al college scopre l’amore per la pittura e per la regia; continua poi  gli studi sperimentali alla Scuola d’arte Rhode Island School of design, intraprendendo un tipo di studio che perseguirà per tutta la vita.

I suoi primi cortometraggi non sono eccelsi, ma ben presto giunge la svolta dopo il trasferimento a Los Angeles, l’incontro con Ken Shapiro e il confronto con quel mondo fatto di droga e musica rock anni 80.

Qui comincia a prender forma il profilo del Van Sant che conosciamo.

Il forte impatto con queste estreme esperienze di vita lo porta ad elaborare opere centrate su temi anche sociali come la diseguaglianza classista degli Stati Uniti.

Dell’ 85 è Mala Noche cui segue il suo primo grande successo: Drugstore Cowboy con Matt Dillon e Kelly Lynch.

I temi della droga, dell’amicizia e della solitudine presenti in Drugstore Cowboy sono il filo conduttore iniziale che lo porteranno al successo del successivo straordinario film:  My own private Idaho ( Belli e dannati), con Keanu Reeves, futura star di Hollywood, e soprattutto con River Phoenix, grande talento scomparso prematuramente.

La bellezza della diversità sessuale

Il film divenne un cult sulla dipendenza, sull’amore, sulla diversità e l’omosessualità (mai negata dallo stesso Van Sant), drammatico ritratto di una gioventù allo sbando.

Cowgirl

Sul tema dell’omosessualità, questa volta femminile, il regista ritorna nel ’93 con Cowgirl il nuovo sesso. Qui ancora un’icona: Uma Thurman, alle prese con il personaggio di un’autostoppista che possiede un pollice enorme.

Gus Van Sant e il Cinema di Hollywood.

Con Matt Dillon torna a lavorare col film Da morire. Insieme a Dillon sul set la grande Nicole Kidman.

Dopo questo film l’esperienza col cinema indipendente (che lo aveva identificato fino a quel momento) subisce una battuta di arresto nel 1998. Van Sant debutta nel cinema di Hollywood.

Grazie all’incontro con l’ottima sceneggiatura di Matt Damon e Ben Affleck nasce il successo di Will Hunting: genio ribelle. Oscar proprio alla sceneggiatura, prima candidatura per la regia di Van Sant e menzione speciale all’interpretazione dell’ indimenticato Robin Williams.

Del 2000 è invece Scoprendo Forrester con un convincente Sean Connery.

Da Gerry a Elephant e all’ultimo Van Sant.

Gerry è il primo film della “Trilogia della Morte” cui seguirono Elephant e Last Days. Vengono così definiti poiché la scena di morte è il momento centrale di ogni film.

Elephant

Il 2003 è l’anno del trionfo in Europa e a Cannes con la Palma d’oro a Elephant.

Definito da lui stesso un esperimento, il docu film può essere considerato il vero capolavoro di Gus Van Sant.

Si narra della terribile strage avvenuta al Liceo del Columbine.

Mai ho visto un giorno così brutto e così bello.

Del 2005 è appunto Last days, ispirato agli ultimi giorni di vita di Kurt Cobain, mentre nel 2007 esce Paranoid park, sulla vita di giovani skaters. Grande successo di critica ma non di pubblico.

La seconda nomination agli Oscar giunge con l’intenso Milk. La pellicola è un racconto intimo ma anche politico centrato sulla figura di Harvey Milk, attivista gay degli anni settanta, qui interpretato da uno straordinario Sean Penn.

Gli ultimi film lo riportano al mondo dell’adolescenza con Restless, al cinema dark con Promised Land ( 2012), La foresta dei sogni ( 2015) e Don’t worry del 2018.

Gus Van Sant: idealismo e viaggio

Un regista fuori dagli schemi e sicuramente non popolare. Il cinema di Van Sant è un cinema che definiremmo scomodo. 

William Burroughs e Matt Dillon

Non scende a compromessi, non si autocompiace e non cerca facili consensi di critica o pubblico.

Il suo è un cinema “dannato”, figlio della poetica del suo mito William Burroughs, un cinema di strada e di smarrimento, di personaggi eccentrici che vivono percorsi sbagliati senza possibilità di riconciliazione con sé stessi e la società.

I suoi non eroi sono ragazzi di strada senza radici, incoscienti, orfani omerici in cerca di ideali in cui identificarsi più che di una terra a cui tornare.

I suoi film sono storie di confine, affrontate anche sotto una sottile e acida luce di ironia e che mostrano quali potenti difficoltà e quali maschere si celano nell’ apparente limpida società americana.

Spesso criticato per la ripetitività dei temi trattati, Van Sant ha sempre e comunque continuato col suo stile crudo e vero, sfidando spesso anche miti intoccabili come Psycho, incurante di suscitare dissenso.

Muoversi e muoversi ancora dunque, esplorare e non appartenere a nessun luogo in un viaggio eterno e autolesionista.

Il viaggio è una costante irrinunciabile, è un vagabondare senza approdo e senza lieto fine, simbolicamente rappresentato dal movimento continuo delle nuvole in cielo. L’epilogo è quasi sempre triste e oscuro, senza sostegno alcuno da parte di una società nemica che mette tutti alle porte.

Tragedie umane moderne e urbane, i film di Van Sant mostrano vite ai margini in periferie fatiscenti. Non c’è possibilità di futuro, non ci sono ideali che sopravvivono ne sogni da realizzare laggiù dove spesso la morte sembra essere la sola possibile conclusione.

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