Il maestro con la pistola… il saluto di Taxi drivers al Maestro Mario Monicelli

Mario Monicelli su Taxi drivers
E anche l’ultimo Maestro del nostro cinema se n’è andato. Mario Monicelli aveva 95 anni, e da poco gli era stato diagnosticato un tumore alla prostata. Ha preferito andare egli stesso incontro alla morte, gettandosi dal quinto piano dell’ospedale San Giovanni di Roma. Proprio lui, che la morte l’aveva sempre derisa, demistificata, esorcizzata. Da quella di Memmo Carotenuto nei Soliti ignoti (1958) a quella di Noiret in Amici miei (1975) passando per tanti altri funerali.

Certo, è proprio vero che a riguardare certi suoi film (come di altri registi della commedia all’italiana) si potrebbe ricostruire la storia d’Italia. Non è un caso, infatti, che i francesi abbiano definito il cinema di Monicelli nazionalpopolare: gli argomenti trattati sono nazionali (la grande guerra, i primi scioperi), riguardano la nostra Storia, ma, al contempo, le storie sono anche popolari, sono viste secondo l’ottica delle classi meno abbienti. Per tal motivo, Andrea Pergolari lo appella come il cantore degli eroi miserabili.

A riprova di ciò, Monicelli, all’inizio degli anni Cinquanta, assieme a Steno, col quale dà vita a un breve ma intenso sodalizio, sdogana la maschera di Totò da marionetta senza alcun approfondimento psicologico al personaggio neorealista del sottoproletario o del piccolo-borghesuccio in perenne conflitto con lo stipendio, col posto, con la fame (Totò cerca casa, Totò e i re di Roma, Totò e le donne, Guardi e ladri).

Dopo la separazione da Steno, Monicelli gira, nel 1958, I soliti ignoti, col quale si apre la grande stagione della commedia all’italiana. Il film, che nasce dall’esigenza del produttore Cristaldi di sfruttare le costose scenografie create per Le notti bianche (1957) di Visconti, è un concentrato di molte tematiche care a Monicelli: l’uso dei dialetti, la morte sbeffeggiata, l’amicizia virile, l’incapacità dei protagonisti a valutarsi per quello che sono, la condanna dei poveracci a restare poveracci, eternamente esclusi da una società indifferente e ostile. Temi che ritorneranno anche in altri capolavori di Monicelli come I compagni (1963) e L’armata Brancaleone (1966).

Ma non dobbiamo dimenticare che il merito di registi come Risi, Scola, Germi e Monicelli è stato quello di aver inquadrato l’Italia del boom economico degli anni Sessanta attraverso un’ottica dissacratoria (Renzo e Luciana, episodio di Boccaccio ’70, e Il frigorifero, Le coppie), di aver smitizzato antichi tabù, come quello sulla prima guerra mondiale (La grande guerra), sull’onore (La ragazza con la pistola), sul sesso e sull’emancipazione femminile (ancora La ragazza con la pistola, ma anche In viaggio con Anita, Romanzo popolare, Speriamo che sia femmina).

I Settanta, invece, si aprono in un clima di violenza e di paura diffuso, e il cinema riflette l’ansia del privato cittadino di armarsi e di farsi giustizia da sé. In questo contesto si inserisce uno dei capolavori di Monicelli e Sordi, Un borghese piccolo piccolo (1977). Ma a misurare ulteriormente la temperatura al Paese, sono due piccoli episodi in altrettanti film corali, che dipingono, seppur con toni surreali e talvolta farseschi, il clima di quegli anni: La bomba in Signore e signori, buonanotte! e Autostop nei Nuovi Mostri.
Il decennio successivo, per Monicelli e per gli altri padri della commedia all’italiana, rappresenta l’inizio del declino. Perdono contatto con la realtà, realizzano commedie che altro non sono che una sorta di post-scriptum ad opere realizzate negli anni precedenti. Monicelli alterna grandi successi (Il marchese Del Grillo) a tonfi clamorosi (Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno); e i Novanta non saranno migliori. Le sue pellicole, al cinema, non incassano più (basterebbe pensare al milione di euro racimolato con l’ultima sua fatica, Le rose del deserto). L’unico film di Monicelli, di questi ultimi vent’anni, rimasto nell’immaginario collettivo è la commedia amara Parenti serpenti (1992), che ha avuto una seconda giovinezza in TV.

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Ed eccoci giunti alla conclusione del nostro percorso. Vi sarete senz’altro accorti che non abbiamo parlato di Amici miei. L’abbiamo volutamente lasciato per ultimo. Innanzitutto perché si tratta, a nostro avviso, del film di chiusura della commedia all’italiana. E poi perché i suoi protagonisti sono come era Monicelli. Sono persone che non vogliono accettare la vecchiaia e il senso di fine che comincia ad affiorare nella loro vita, pertanto si mettono insieme a fare giochi, a fare scherzi anche crudeli, proprio per esorcizzare la morte, per farle uno sberleffo. Ma Monicelli, nel gioco delle parti, è il Perozzi, il giornalista che muore alla fine del primo episodio della serie, e tutti noi siamo dei Mascetti che (ci) domandiamo increduli: “Ma che è morto sul serio?”

Stefano Bucci



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