Intervista a Elena Perino

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Elena Perino ha l’arte del doppiaggio nel dna: suo nonno era il leggendario doppiatore Gianfranco Bellini, voce di attori come Mickey Rooney, Anthony Perkins o Peter Lawford, ed addirittura di Hal 9000 in 2001: Odissea nello Spazio; sua madre Silvia era una doppiatrice negli anni 80’, ed oggi il fratello maggiore Davide  è l’apprezzatissima voce di interpreti come Elijah Wood, Jesse Eisenberg o Shia LaBoeuf.

Elena non è stata da meno, cominciando giovanissima ed accumulando esperienze importanti come il doppiaggio di Raju Lal, “piccolo Buddha”  del film omonimo.

Attualmente è stata la voce della talentuosa Anna Kendrick in Tra le Nuvole e Scott Pilgrim, dividendosi allo stesso tempo nel lavoro in diverse serie tv per i più giovani come Teen Angels o Make It or Break It.

Nonostante la giovane età, hai un notevole bagaglio di esperienza lavorativa: come ci sente ad essere considerati veterani del mestiere a soli venticinque anni?

Fortunati. Molto. Soprattutto per aver imparato quest’arte e continuare un lavoro di famiglia.

Molti, quando dico che ho venticinque anni e lavoro da venti, fanno molta fatica a crederci; alle elementari venivo persino sgridata, le maestre mi dicevano che dovevo lasciare il lavoro, che non era giusto lavorare a quell’età e che loro erano contrarie.

Se gli avessi dato retta non avrei mai appreso la tecnica come solo i bambini fanno:  per me è automatico. Chi incomincia tardi si distrae dalla recitazione per stare attento agli attacchi, alle lunghezze, alla cuffia, al copione o allo schermo.

Devo dire grazie a mio nonno, ma soprattutto a mia madre (che mi prende ancora i turni!) che ci ha sempre incoraggiato e sostenuto, nonostante le dessero contro altri genitori dicendo che “dovevamo viverci l’infanzia”, cosa che abbiamo fatto, ma tra i nostri colleghi che avevano la nostra stessa età, ed è bellissimo guardarli ora e avere con loro ricordi di venti anni.

E’ stato un anno particolarmente difficile, in cui parecchi, storici doppiatori ci hanno lasciato: ti piacerebbe ricordarne qualcuno con un aneddoto o un ricordo che ti sta particolarmente a cuore?

Non è tra i più recenti a essere scomparso, ma Oreste Rizzini mi ha particolarmente colpita visto che ci avevo lavorato tantissimo: io e Veronica Puccio avevamo fatto un’intera serie tv insieme a lui e ci aveva rinominate “Elena Pennichella” e “Veronica Nanna”, ci chiamava così ogni volta che ci imbambolavamo a vedere un anello o partivamo in ritardo.

Per fare altri nomi, Claudio Capone e Sergio Di Stefano: anche se con loro non ho aneddoti di lavori fatti fianco a fianco sono state due perdite difficili da accettare; essendo una grande famiglia ci sono degli elementi che conosci non così intimamente ma a cui vuoi bene perché ci sei cresciuto, perché ci hai riso delle volte o ti ci sei stancato insieme, o magari perché ne hai sentito i discorsi, ma eri ancora troppo piccolo per intervenire e dire la tua.

Chi porto nel cuore da anni è Maurizio Romano (indimenticabile doppiatore, ad esempio, di Lionel Hutz ne I Simpson): ecco, non l’ho mai accettato, ricordo che facevamo una serie insieme e da un giorno all’altro non c’era più; era un ragazzo puro, buono… Non c’è giorno che non lo pensi.

Com’è il rapporto lavorativo con tuo fratello Davide, oramai nell’Olimpo dei giovani doppiatori maschili (è, tra i tanti, la voce di Michael Cera ed Elijah Wood)?

Ottimo, lo adoro!

Questa estate ha anche fatto il direttore e ho lavorato con lui: mamma mi aveva fatto uno scherzo e non sapevo che sarebbe stato lui a dirigermi finché non sono entrata in studio (in ritardo) e l’ho trovato sulla porta che mi faceva :«È questa l’ora di arrivare?»

Lui aveva un bicchiere di prosecco in mano e dietro tutti stavano brindando al suo primo turno da direttore.

Hai mai avuto modo di lavorare o vedere lavorare una delle voci leggendarie della tua professione, quella di  tuo nonno Gianfranco Bellini?

Sia io che mio fratello abbiamo lavorato con lui, ed era severo con noi più che con altri: è stato bellissimo lavorarci insieme e riceverne gli insegnamenti attraverso la sua calda e rassicurante voce.

A lui dobbiamo l’aver imparato “la vecchia scuola” di questo mestiere; è stato un grande e mi dispiace che non venga ricordato abbastanza come tanti suoi vecchi colleghi.

Quali dei tuoi lavori reputi migliori?

Quelli dove ho pensato almeno una volta a turno “non ce la farò mai”.

C’è invece qualcosa in cui hai sentito di non aver lavorato al meglio?

Tantissime, come dicevo sono della vecchia scuola…

Si guardava la scena con il sonoro in sala, si leggeva, poi si provava con il sonoro in sala, quindi si provava solo con il sonoro in cuffia e poi finalmente si incideva.

Ora i tempi di lavorazione sono sempre più stretti e difficilmente si riesce tirar fuori “quella cosa in più” che si ha solo dopo parecchie prove….

Hai lavorato come attrice in “Non Ti Muovere“, recitando con Sergio Castellitto e Penelope Cruz, puoi raccontarci un po’ di quell’esperienza?

E’ stata fantastica, e Sergio l’ho adorato come un padre vero, a casa sentivo parlare sempre di lui e di Margaret dai racconti di mia madre, perché avevano fatto l’accademia d’arte drammatica insieme, ma si erano persi negli anni.

Quando mio fratello aveva due anni il caso volle che Sergio, in Magic Moments, con la Sandrelli, lo scegliesse come figlio, mentre vent’anni dopo prese me per Non Ti Muovere e una volta sul set mi chiese: «Ma tu hai per caso un parente con i capelli rossi?», e quando gli risposi che si trattava di mio fratello sbiancò: a distanza di tutti quegli anni aveva fatto il nostro papà in due film, e quando vide mia madre le chiese se avesse solo noi come figli!

Per il film  Sergio mi prese dopo cinque provini (fatti ad un mese di distanza l’uno dall’altro) e, all’ultimo, mentre mi stavo mettendo la giacca per andare via, mi chiamò e mi presentò ad alcune persone dicendo che sarei stata Angela, sua figlia.

Ebbi un mancamento,  mi aveva presa, e lo sentii come un padre per tutto il film.

Penelope è adorabile: alla conferenza stampa, prima di iniziare a girare il film, mi si presentò davanti chiedendomi (in un italiano perfetto) se non sarei rimasta traumatizzata a tagliarmi i capelli (li avevo lunghissimi), e rimasi senza fiato realizzando solo dopo qualche attimo che mi stava parlando.

Ogni volta che mi vedeva mi abbracciava, era alla mano, simpatica, semplice, una vera diva ed una vera donna, che sa di essere quello che è, ma non ti fa neanche per un secondo sentire da meno.

Ai David di Donatello ci fu una foto storica che non vedrò mai, quella di lei con il David in mano accerchiata dai fotografi ed io e la costumista in disparte che la volevamo salutare perché sarebbe partita subito dopo: optammo per farle un cenno da lontano e mandarle un bacio, e ci girammo.

Sentimmo dietro di noi un caos improvviso, era lei che si era messa a correre per venirci incontro, e dietro di lei correvano tutti  i fotografi.

Qual è il confine tra recitazione e doppiaggio? Pensi che un doppiatore sia per forza un bravo attore e viceversa?

Un doppiatore deve assolutamente essere un bravo attore, perché un doppiatore che sa usare alla perfezione la tecnica (andare a sinc, oppure coordinare, cioè leggere, ascoltare, guardare e parlare contemporaneamente) ma non sa recitare non ha futuro.

Forse, il limite del doppiatore di fronte alla macchina da presa è il non sapersi muovere; noi dobbiamo trasmettere qualsiasi tipo di emozione solamente con la voce, cercando di non agitarci più di tanto con la gestualità, poiché anche ogni rumore diverso dalla voce viene captato dal microfono, ma sulla cosa si può lavorare e ci sono tantissimi doppiatori che di fronte alla macchina da presa sono riusciti a trasmettere anche l’espressività.

Al contrario, attori di cinema, abituati a reggere tutto sugli sguardi, hanno spesso grosse difficoltà di fronte a un microfono.

Francesco Massaccesi



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